Ilaria Bussoni

Nutrire il Pianeta è l’ambizioso proclama di Expo 2015. A colpi di spirulina dai vertiginosi processi di moltiplicazione rigorosamente brevettati, multinazionali di ogni tipo in cerca di fertili pascoli da recintare, trovate agrolimentari di ogni sorta da proporre a un pubblico di consumatori benestanti in grado di pagarsi il cibo che mangiano, proporzionalmente costoso a quanto è bio ed eco compatibile. Il green wash dell’agroindustria dell’Expo 2015 è il colpo di spugna su allevamenti intensivi di mucche pazze, fertilizzanti di origine petrolifera schiumanti sulle falde acquifere, polli nati e cresciuti just in time per la grande distribuzione: in sostanza sul modo in cui il pianeta che poteva pagarsi il cibo ha nutrito se stesso nell’ultimo trentennio. In sintonia con l’hamburger di chianina di McDonald, un Expo ammiccante a vegani e ciliaci che sono pur sempre segmenti di mercato.

A far sembrare il lavaggio meno efficace ci si mette un film: Hungry Hearts di Saverio Costanzo, in sala in questi giorni. E non perché sia un film-denuncia o inchiesta o reportage in stile Super Size Me, solo perché parla di una cosa semplice e dolorosissima: di una generazione che cerca ostinatamente un altro modo per nutrire se stessa e i propri figli, e nel farlo fallisce. Che ha un comprensibile orrore per lo sterminio di massa delle forme di vita sul quale si è fondato il paradigma nutritivo dei nostri padri e tenta un modo suo di far vivere la vita. Dopo che quelli di prima, cioè i genitori, per nutrirsi hanno cacciato, predato, creato riserve e ricavato trofei. Dopo che quelli di prima hanno smesso di gloriarsi della loro bravura di procacciatori di cibo. Lasciando in giro qualche cadavere, poi decapitato e appeso al muro.

Come nutro me e questa vita? È la domanda di una madre, delicata, spiritosa e leggera, abitante di una metropoli, poliglotta, disponibile a migrare e non attaccata a una terra, senz’altro dal lavoro precario e intermittente, un po’ sola come tutti, capace di farsi venire delle idee e giustamente perplessa per le scelte, la tecnologia, i farmaci, i pareri degli scienziati che hanno fatto da guida alla generazione che l’ha preceduta. Come nutro me e questa vita? Se prendo le distanze dal paradigma predatorio di un gruppo di umani che per mangiare ha pensato di armarsi e di partire per la caccia grossa.

È una domanda che si fa largo insieme a una parola alla quale è intrecciata: generazione. Quando un ragazzo e una ragazza che si incontrano e si amano si trovano a generare un’altra vita e l’arrivo di un bambino segna per loro la soglia di una crescita, di una responsabilità delle proprie azioni che in polemica intende smarcarsi dalla generazione precedente e dare qualcosa a quella che la seguirà. Prima a provvedere al cibo erano i cacciatori, oggi siamo raccoglitori, dice il film. Prima palchi di cervo a ornare il salotto, oggi l’orto urbano sul tetto di casa. Prima fucili a pallettoni e grasso animale, oggi misticanza autoprodotta.

Il problema è che affamate nel film non sono solo le pance, bensì come dice il titolo i cuori. Per questo il nutrirsi e il nutrire non è questione di filiera corta e di gruppi d’acquisto, bensì di antropologia dell’atto alimentare. E il film di Saverio Costanzo illumina questo atto nel momento in cui esso passa dall’essere una pretesa sovrana su una vita da uccidere per nutrirne un’altra all’espressione del dubbio che una strada diversa possa darsi. Quando l’atto alimentare diventa metafora di una relazione, di un rapporto d’amore, di un mondo al quale tendere rigettandone un altro e tutto da costruire con i ferri del bricolage. Quando l’atto alimentare è metafora di una generazione nutrita da carnivori dissipatori che invece sceglie per i propri figli una via diversa, anche a costo di farli morire di fame.

La psicosi connessa all’atto alimentare che diventa il tema del film non ha la sua origine nella serra orticola presumibilmente poco bio piazzata sul tetto di un immobile nel pieno delle polvere sottili metropolitane. Né nella convinzione che si possa essere vegetariani già fin dalla nascita o che si possa crescere in salute anche senza antibiotici. La psicosi sta in quel gesto alimentare che si chiude nella pretesa di autosussistenza, nell’autoinganno di poter formare un tutto genuino al riparo dalla contaminazione. Nello spazio riservato e privatizzato e dunque sicuro di un nucleo famigliare, certo più bello e simpatico, più easy e senza corna appese al camino, ma pur sempre un tutto dalla forma di famiglia.

La psicosi sta allora nel modello famigliare securitario e poco cambia che si passi dalla sicurezza del fucile a quella di un’enclave bio. Entrambi portano a poco di buono. E certo non perché il bio sia equivalente al fucile, ma perché nella famiglia intesa come un tutto di autopreservazione non c’è salvezza. E infatti non c’è nel film, davvero bello, di Saverio Costanzo. Forse perché delle strofe della canzone di Springsteen, Hungry Hearts, il regista sceglie di trascurare quel desiderio di libertà e di gioia che dovrebbe stare in ogni relazione decente, ben prima della sua sicurezza: I went out for a ride and I never went back. Sarà un altro film.

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2 Risposte a Cacciatori e raccoglitori

  1. G.B. Zorzoli ha detto:

    Se la confronto con le altre critiche sul medesimo film, il verdetto è univoco: no contest.

  2. nicolas martino ha detto:

    Anche in questo caso la questione è: sfuggire al doppio-identico.

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