Luigi Azzariti-Fumaroli

L’orologio è un dio implacabile, sinistro, che minacciosamente si erge e dice: «Ricorda: giocatore avido, il Tempo non ha bisogno di barare per vincere ogni mano. Cresce la notte, il giorno s’assottiglia, l’abisso ha sempre sete, la clessidra si svuota». Da lettore appassionato di letteratura francese, quale Tanpinar è stato, questi versi di Baudelaire devono averlo a lungo ispirato durante gli anni in cui attendeva alla stesura dell’Istituto per la regolazione degli orologi, pubblicato dapprima a puntate nel 1954 e quindi in volume nel ’62. Ma, laddove in Baudelaire l’orologio deve far rimbalzare il memento del consumarsi del tempo nella coscienza individuale, in lui esso sembra piuttosto testimoniare di una malinconia che a tratti confina con la tristezza antica, quale traspare da certi luoghi dell’opera di Gautier verso i quali Tanpinar ebbe sempre – ha ricordato Orhan Pamuk in Istanbul (Einaudi 2006) – una particolare predilezione, perché intrisi di una fragile, mesta bellezza.

Come l’Albert di Mademoiselle de Maupin, Hayri Irdal, il protagonista dell’Istituto per la regolazione degli orologi, ha una natura esiliata nell’imperfetto, simile a un «elitropio chiuso in un sotterraneo». Sullo sfondo di una città sfatta e porosa, egli dà l’impressione di avere un non so che di pietoso e, in certi momenti, di perduto. Hayri conduce una esistenza pigra, per metà seria e per metà ridicola, tipica di persone incapaci di entrare in sintonia col proprio tempo. Egli vive sulla soglia di un «mondo incoerente, dove tutto è concatenato in modo sbalorditivo, in una specie di festino organizzato sulle macerie d’una tempesta cominciata chissà dove. In che luogo aveva avuto origine?». L’interrogativo percorre l’intera narrazione, imponendo di volta in volta una risposta contraddittoria: se ci si pone «sul filo di quel rasoio che chiamiamo presente» il tempo nuovo sembra avere avuto effetti positivi, se non addirittura piacevoli; ma, ripensandoci, esso si scopre inquietante come un incubo nel quale «fantasmi dagli incerti contorni aggrediscono nella penombra». Nel passaggio dall’Impero ottomano alla modernità, lo sguardo si è fatto più incerto e sembra ormai incapace di «identificare le cose».

Accade così che l’orologio, un manufatto prezioso e raffinato creato per regolare qualunque rituale – le cinque preghiere quotidiane, la fine del Ramadan, il pasto prima dell’inizio del digiuno – e quindi permettere di «arrivare a Dio», si trasformi in semplice strumento destinato a segnare le tappe di un progresso senza scopo, lontano dalla natura e da ogni credo che non sia quello in un agire tanto compulsivo quanto stolido. «La conoscenza», afferma Halit il Regolatore, l’istrionico e subdolo creatore dell’Istituto per la regolazione degli orologi, apoteosi della vacuità efficentista moderna «ci rallenta. La questione è fare e creare. Perché la creazione è lo scopo stesso dell’esistenza».

Nel mezzo secolo di storia che Tanpinar racconta, Hayri è coinvolto in innumerevoli traversie. Promettente apprendista orologiaio nella bottega del vecchio e saggio Nuri Efendi – incarnazione d’un tradizione culturale ancora impregnata di «autentici valori umani» e scevra d’ogni gretto utilitarismo –, alla morte del suo mentore e dopo aver contratto un matrimonio d’interesse, viene colto da un violento esaurimento nervoso che lo conduce in uno stato di desolante apatia, dal quale parrebbe guarire solo quando, incontrato Halit, partecipa alla costituzione dell’Istituto preposto a far capire alla società che «le ore ed il tempo hanno una relazione fondamentale con la coscienza di vivere». Compito, questo, solo in apparenza affine a una metafisica ricerca della radice temporale dell’esistenza umana, perché in realtà ispirato unicamente – come Hayri stesso dovrà ammettere – da un volgare e pervasivo «relativismo» di stampo postmoderno.

Con l’imporsi della modernità – suggerisce Tanpinar – i confini fra realtà e finzione, ovvero fra spazializzazione del tempo e temporalizzazione dello spazio, sembrano destinati a sfumare in quella sorta di indistinto che i migliori romanzi hanno già da sempre presagito. Il romanzo – osservava Baudelaire nel suo ritratto di Gautier – è infatti «un genere bastardo il cui dominio è veramente senza limiti. Come molti altri bastardi, è un bambino viziato dalla fortuna a cui tutto riesce» e che «non conosce altri pericoli che la sua infinita libertà». Una libertà di cui Tanpinar conosce e usa fino in fondo tutte le risorse, ma non senza nutrire più di un dubbio e un sospetto. Accanto a una fiducia senza condizioni nelle risorse della letteratura, persiste in lui un più forte desiderio di non farsi del tutto travolgere dall’ebbrezza ch’essa può infondere, e nella quale porzioni di tempo vengono amministrate in modo diverso e prese in prestito. Ma è un prestito, questo, che va comunque restituito.

Ahmet Hamdi Tanpinar
L’Istituto per la regolazione degli orologi
traduzione di Fabio Salomoni, prefazione di Andrea Bajani
Einaudi, 2014, X-454 pp.
€ 22

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