G.B. Zorzoli

È giusto, è doveroso sottolineare l’importanza e il significato delle reazioni, non solo francesi, agli attentati contro la redazione di Charlie Hebdo e il supermercato kosher, culminate nella straordinaria marcia per le strade di Parigi. Sarebbe però sbagliato, e alla lunga foriero di altre tragedie, passare sotto silenzio le ombre che hanno accompagnato questa vicenda e l’eventualità di un’altrettanto tragica eterogenesi dei fini.

I media hanno puntato i riflettori sull’assenza di Obama o del suo vice alla manifestazione di Parigi, ma i vuoti sono stati molti di più e non privi di significato. Quanti capi di stato dell’America Latina erano presenti? Molti i “buchi” relativi all’Africa sud sahariana non francofona. Se si possono comprendere le ragioni della mancata partecipazione ad alto livello da parte di alcuni paesi della penisola araba, considerazione analoghe non valgono ad esempio per India, Cina, Giappone.

In sostanza, la risposta popolare, quasi plebiscitaria, venuta dall’intera Europa agli attentati parigini, che si è riflessa nella presenza a Parigi dei capi di stato o di governo anche di paesi non facenti parte dell’UE, ha trovato analogo riscontro quasi esclusivamente nei rappresentanti di alcune nazioni ad essa geograficamente o storicamente limitrofe. Nel suo insieme il mondo, a differenza di ciò che qualcuno ha retoricamente scritto, non si è fermato sbigottito di fronte ad azioni che trascendono la di per sé esecrabile violenza su esseri umani, in quanto sono dirette contro diritti inalienabili, come la libertà di opinione e l’uguaglianza di donne e uomini, indipendentemente dalla loro razza e dalla religione che professano. E non ha manifestato in forme tangibili la propria solidarietà alle vittime e la ferma condanna degli obiettivi politici perseguiti dai terroristi.

Non riesco a formulare una spiegazione soddisfacente per queste assenze: probabilmente le motivazioni sono più d’una e differiscono per ciascuna delle parti del mondo che non hanno ritenuto di marcare in modo adeguato il proprio sostegno. Alla necessità di approfondire i perché di una risposta agli attacchi terroristici, in larga misura solo europea, va però affiancata una riflessione di tutt’altra natura.

Quale può essere la reazione di un nigeriano di fronte a un'Europa capace di dimostrare una straordinaria capacità di mobilitarsi per un episodio di terrorismo, che potrebbe però sembrare minimale e circoscritto ai suoi occhi, abituati al terrore quotidiano di Boko Haram (centinaia di morti in pochi giorni), ma – basta ricordare l’episodio delle ragazze rapite mesi fa – sostanzialmente inerte di fronte al terrore, alle violenze e ai massacri quotidianamente perpetrati nel paese africano? O di un libico, con la vita sconvolta e minacciata da conflitti tra gruppi rivali, provocati dall’intervento di paesi europei (in primo luogo proprio la Francia), che hanno tirato il sasso e ora assistono impassibili alle conseguenze del loro operato?

Dell’abitante di un paese, la Siria, dove la guerra ha già causato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, mentre gli stati UE non trovano nemmeno un’intesa per accogliere in modo decoroso chi rischia la morte in mare per arrivare da noi? Di un iracheno, che non può dimenticare come le menzogne di Bush (esplicitamente o implicitamente condivise da troppe nazioni europee) siano all’origine non solo delle centinaia di migliaia di morti dal 2003 a oggi, ma del caos in cui il paese è attualmente precipitato?

Le manifestazioni di solidarietà, di cui noi in questi giorni diamo giustamente una valutazione positiva, possono dunque essere vissute da quelli che Fanon definiva i dannati della terra come un’ennesima riprova dell’egoismo di nazioni ai loro occhi ricche, pronte a reagire contro le minacce al proprio status (non solo economico), ma indifferenti a crimini ben peggiori, e in parte a loro attribuibili, quando avvengono altrove. Un altrove che, per certi aspetti, include anche i quartieri delle città europee, dove gli immigrati sono di fatto richiusi. Un terreno, questo, sul quale è facile far crescere i terroristi di domani.

Se non ci abituiamo a leggere con gli occhi degli altri anche ciò che noi consideriamo positivo, rischiamo la stessa fine dei boscaioli di Brecht, che “segavano i rami sui quali erano seduti e si scambiavano a gran voce la loro esperienza di come segare più in fretta, e precipitarono con uno schianto, e quelli che li videro scossero la testa segando e continuarono a segare”.

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2 Risposte a Dopo Parigi

  1. valerio taretto ha detto:

    Concordo.Aggiungerei che un diverso atteggiamento nei confronti della realtà musulmana , dovrà prima o poi essere messo in atto dalle comunità occidentali. Non tutti i musulmani probabilmente (legati profondamente ai loro simboli) sono pronti per filtrare “oggetti” culturali molto duri che richiedono(per essere accettati e compresi ) profondi processi di sedimentazione .
    forse l’arcinota massima Kantiana :”La nostra libertà finisce dove inizia quella degli altri” dovrebbe essere riconsiderata da tutte le parti in campo . Oppure una delle parti ritiene che la Propria Libertà (quello che significa per lui) abbia + valore di quelle altrui ??.grazie.

  2. paolo fabbri ha detto:

    Zorzoli ha ragioni da vendere, anche se quel mercato lì è fermo.Il santino bucarellato dei leader democratici era pur doveroso. Proponiamo però, d’ora in avanti, d’ammettere alle cerimonie mediatiche d’alta moralità solo leader politici di paesi meritanti. Escluderei l’Italia che nel CPI, Corruption Perception Index, Trasparency 2014, risulta al 69 posto, col Senegal. Dopo gli Emirati (25), Qatar (26) Bahrein e Arabia Saudita (55). E dopo Botswana (31) e Ruanda (55); Costa Rica (47) e Cuba (64). La Francia (26) e persino Israele (37) potrebbero pensare: da quali reti TV viene il predicozzo! A Renzi, Mogherini, Gentiloni non tocchino più i disonori di casa.

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