Maia Giacobbe Borelli

Ho incontrato a Roma Mario Biagini, dal 1986 collaboratore di Thomas Richards e Jerzy Grotowski. Direttore associato del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, Mario Biagini dirige oggi l’Open Program, uno dei due gruppi di ricerca attivi al Workcenter, con cui ha creato “I Am America”, “Electric Party Songs” e “Not History’s Bones”, una serie di performance basate su testi di Allen Ginsberg. Recentemente inoltre ha presentato, sempre con l’Open Program, “The Hidden Sayings” (Le parole nascoste), un lavoro nato a partire da canti del Sud degli Stati Uniti e testi appartenenti alle origini della Cristianità. Il Workcenter ha sviluppato, dalla sua nascita nel 1986 a Pontedera (Pisa), una ricerca performativa guidata da Jerzy Grotowski (1933-1999) e poi da Thomas Richards (1962), centrata su canti tradizionali afro-caraibici.

Nella conversazione con Mario Biagini ho cercato di capire quali siano le direzioni di lavoro da lui intraprese recentemente con la presentazione del nuovo spettacolo The Hidden Sayings (Le parole nascoste) e quale riflessione gli susciti la pubblicazione del primo dei quattro volumi dedicati agli scritti di Jerzy Grotowski. L'edizione italiana che raccoglie gli scritti di Jerzy Grotowski, Testi 1954-1998, raccoglie interventi, articoli, saggi, incontri pubblici, conferenze, conversazioni e interviste: è l’autobiografia creativa e intellettuale di uno dei grandi maestri del teatro del Novecento. Si articola in quattro volumi che usciranno nella collana "Oggi, del teatro" diretta da Roberto Bacci e Carla Pollastrelli, pubblicati da La casa Usher.

Il primo volume dell'edizione italiana, con il sottotitolo La possibilità del teatro, è stato presentato da poco a Pontedera (Pisa) e comprende interventi, articoli, reportage, scritti e interviste - in massima parte inediti - pubblicati in Polonia nel periodo tra il 1954 e il 1964. Si tratta di una serie di interventi politici che risalgono ai primi mesi del 1957 e dei primissimi scritti sul teatro dell’allora studente dell'Accademia d'Arte Drammatica di Cracovia. Emerge da quei testi la figura sorprendente di un giovane militante comunista, consapevole che il suo campo d'azione è la Polonia a sovranità limitata, e che non esita a lottare per difendere la propria visione radicale del teatro e dell'arte in un rapporto dinamico con la società.

Propongo alla riflessione di Mario Biagini i temi emergenti da questi scritti giovanili di Grotowski per stimolare il confronto sulla possibilità del teatro oggi come campo d'azione, di scoperte e di intervento nel sociale. Lui stesso mi dice che la sua ricerca, pur non avendo cambiato direzione rispetto ai trent’anni di lavoro precedente, ha sviluppato a partire dall’Open Program una nuova attitudine rivolta al mondo del teatro non professionale. Con il gruppo di lavoro ha cercato di venire incontro al forte bisogno di scambio espresso dalle comunità che incontra, cercando attraverso lo scambio di condividere uno spazio protetto dove poter stare insieme senza interessi materiali e immediati. Non con l’intenzione di creare uno spettacolo, un’opera d’arte, ma semplicemente per avere uno spazio e un tempo a disposizione per intessere delle relazioni.

Il lavoro si sta sviluppando su due livelli, da una parte con comunità già esistenti, non di ambito teatrale, per esempio da un paio di anni con una comunità religiosa appartenente a una chiesa afro-americana del Bronx a New York, una chiesa cattolica al cui interno ci sono comunità varie: ispaniche, afroamericane, nigeriane, garìfuna (gente di origine africana provenienti dall’America centrale, con una propria liturgia). Mario Biagini lavora anche con una chiesa nell’Upper East Side dove, quando è a NY, organizza una o due sessioni a settimana di una sorta di coro aperto a tutti, un coro partecipativo molto diverso da un coro tradizionale, cui partecipa un gran numero di persone.

All'opposto, l’altra attività che i membri dell’Open program portano avanti è quello di gettare i semi di piccole comunità: per esempio, sempre a New York, da un paio d’anni lavorano con un piccolo gruppo, il Seed group, gruppo seme, con i componenti del quale si vedono regolarmente. Questo gruppo è formato da persone appartenenti a mondi diversi: ci sono attori ma anche avvocati, contabili, psicoterapeuti…persone che si incontrano con il pretesto del lavoro sui canti, con tutto quello che ne consegue: un certo modo di stare assieme, un certo modo di abitare uno spazio e di passare un tempo. Alcuni di loro vanno e vengono tra gli Stati Uniti e l’Europa per partecipare al lavoro dell’Open Program. Da anni il gruppo agisce anche in nightclub, bar, circoli ricreativi, case private, dove adatta quello che viene mostrato agli spazi in cui si trovano, anche in centri occupati come il Macao a Milano. Non si tratta di trovare spazi in cui mostrare il lavoro, ma di trovare persone che abitano dei luoghi e che cercano di renderli luoghi di servizio, utili.

Nei workshop che Biagini organizza ci sono lunghissime sessioni giornaliere con i partecipanti, cominciando con le proposte dei canti; la forma su cui sta investigando adesso con i suoi compagni è la forma del coro partecipativo aperto, con un gruppo molto esperto e allenato che fa da nucleo centrale, e che articola lo spazio e le relazioni tra le persone in modo da evitare una sorta di magma informe. Mario Biagini presenta così il suo lavoro:

«Il valore del nostro lavoro in teatro oggi sta nel fatto che se ciò che facciamo arriva a un’alta qualità artigianale, allora il lavoro stesso diventa un buon pretesto per un incontro. Incontriamo persone anziane che sanno fare cose che non sappiamo fare, troviamo gente giovane che non sa fare niente ma che vorrebbe imparare a far qualcosa o che si domanda che cosa fare della propria vita, al di là della ricerca di una improbabile carriera. E tutto questo in un’atmosfera di tensione, violenza, sterilità, paura del domani ormai radicate in tutto l’Occidente. Per i giovani questa paura crea una situazione di stress per cui ciò che uno desidera e amerebbe fare viene tralasciato, messo da parte. Questo è terribile. Se possiamo aiutare a far capire a una persona che quello che desidera, quello che la tenta, ha importanza, non solo per lui o per lei ma anche per un’altra persona o altre due persone o per un piccolo gruppo, allora quello che facciamo, secondo me, ha senso».

Nello spettacolo The Hidden Sayings si accostano alcuni canti afro-americani alle parole dei Vangeli apocrifi, specialmente quello di Tommaso. Una struttura diversa dalle precedenti, e che serve proprio per contattare un altro genere di pubblico, non gli spettatori dei teatri… Mario spiega:

«Non c’è una struttura propriamente narrativa, tuttavia esiste una linea legata ai testi citati, di cui ci domandiamo il significato. Il tema principale dei testi che usiamo in questo periodo è la vita come itinerario verso la morte, e li utilizziamo insieme ai canti in cui la morte è presente come agonia, come riposo o come liberazione. Sono testi sono quasi tutti tratti dal Vangelo di Tommaso.».

I canti con cui lavora oggi sono quindi quelli della tradizione degli schiavi d’America, sia i primi che quelli posteriori all’emancipazione, influenzati dal blues o da altre forme musicali:

«La cosa stupefacente della cultura afro-americana è la capacità di produrre artefatti culturali che influenzano fortemente la società intorno, ma al contempo anche la capacità di riappropriarsi di elementi elaborati dalla cultura bianca e trasformarli. Per esempio, è quasi incredibile che parte del repertorio di grandi cantanti afro-americani degli anni Quaranta o Cinquanta veniva dai Black Minstrels, cioè da commedianti bianchi che si tingevano la faccia di nero facendo finta di essere di origine africana. Erano dei bianchi spesso con una connotazione politica di opposizione alla classe bianca dominante, nondimeno razzisti. I musicisti afro-americani si sono riappropriati di questi elementi con una spregiudicatezza ricca e fertile, che ha fatto sì che la loro cultura abbia potuto continuare a resistere e a restare vitale».

L’Open Program usa antiche registrazioni, spesso anonime, provenienti da South Carolina, Georgia, Sea Islands (sulla costa della Georgia), Alabama... Nonostante le proibizioni cui gli schiavi erano soggetti, questi nuclei antichi dei canti si sono ugualmente mantenuti vivi, anche se non nelle lingue originali, dato che gli schiavi non potevano professare la loro religione. E siccome era loro proibito imparare a leggere e scrivere, dovevano citare le scritture a memoria, utilizzando l’inglese. Era una cultura orale che le registrazioni di Lomax e di altri musicologi hanno forse contribuito a cristallizzare.

«Oggi nella maggior parte delle chiese afro-americane» spiega Biagini, «questi canti non si cantano più. Spesso cantano rhythm and blues, anche questo in maniera molto competente. C’è stato un passaggio, probabilmente anche con la nascita del blues come forma di intrattenimento, in un feedback continuo tra cultura bianca e nera, e a un certo punto musicisti di varie origini etniche hanno cominciato a lavorare assieme.»

Le comunità afro-americane sembrano riconoscere, più che le canzoni, quello che il gruppo propone, le loro intenzioni. Per certi studiosi bianchi americani quello che fa l'Open Program è un’operazione di appropriazione di materiali culturali appartenenti ad altri: «Ma la cultura viva funziona così» dice Biagini «è un seguito di appropriazione di materiali altrui, digestione e rimessa in circolo di quello che hai rielaborato. Un debito e credito continuo che continuamente si rigenera e ti rigenera».

Al Workcenter è stata portata avanti negli anni da Grotowski e da Richards un’investigazione artistica molto approfondita sui canti dell'Africa e della sua diaspora che potrebbe essere definita come un lungo percorso in territori che l'umanità ha probabilmente esplorato sin dai suoi inizi, per far emergere risorse nascoste, insieme familiari e sconosciute. Alla mia richiesta di precisare quale rapporto esista secondo lui tra pensiero, intenzione, impulso e azione nella creazione di una scrittura scenica, Mario mi risponde che il lavoro che propone nei workshop è apparentemente basato sul canto, in realtà è basato sull’azione, su cosa voglia dire far qualcosa ‘intenzionalmente’. Precisa:

«Lavorando con l’attore si scoprono due cose: che si può fare solo una cosa alla volta e che abbiamo, entro certi limiti, la scelta di cosa fare. C’è una parte attiva, cosciente e c’è poi tutto il resto, ciò che è inconscio – microdettagli, impulsi, il materiale su cui in effetti si lavora, indirettamente. Ci vuole però un’iniziativa intenzionale, e una struttura. Che cosa strutturare? Principalmente i punti di contatto con i propri partner, reali o immaginari. Non lavoriamo sulla voce direttamente, con esercizi vocali o respiratori, con scale o altro, noi lavoriamo sul fare. Cantare, camminare, parlare sono di per sé astrazioni, non esistono nella realtà senza determinate circostanze che le rendono azioni – cioè in fondo sempre relazioni e contatti.».

Nei prossimi mesi l’Open Program farà degli interventi a Parigi, a Montreuil, e a Karlsruhe allo ZKM. Biagini andrà per una settimana ad Abu Dhabi per un incontro alla sezione locale della New York University e da Gennaio parte del gruppo sarà a NY, per continuare il lavoro con il Seed Group, con il coro aperto e con le diverse comunità, e parte resterà a Pontedera, a provare gli spettacoli già esistenti e a continuare a sviluppare una relazione con le persone che ci abitano, come la comunità senegalese, o etiope, spesso composta dai nuovi operai della Piaggio. Altre informazioni qui http://www.theworkcenter.org

L'intervista integrale a Mario Biagini da cui è tratto questo articolo sarà pubblicata a fine gennaio 2015 sulla rivista semestrale «Mimesis Journal».

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Una Risposta a Teatro e società civile
L’Open Program del Workcenter

  1. […] Teatro e società civile. L’Open Program del Workcenter di Maia Giacobbe Borelli […]

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