Gianfranco Franchi

C’è un momento, in questa sinistra rassegna antagonista, in questa oscura discesa negli inferi delle trincee e del gran macello di soldati e di civili che ha flagellato l’Europa, giusto cent’anni fa, in cui ti trovi di fronte a un oggetto e succede qualcosa. Magari è un ex voto di un soldato, graziato dalla Madonna più di una volta – magari è una delle lettere dei nostri fanti, semianalfabeti, censurate dal Ministero e rigate in rosso o in blu.

Magari è una delle scintillanti e disperate incisioni di un artista, antroposofo, che non avevi mai conosciuto, Alberto Helios Gagliardo; magari è una vignetta del granitico socialista Giuseppe Scalarini, o una tempera di Arcangelo Salvarani, ambientata nei campi di prigionia. Sta di fatto che in quel momento, in un momento imprecisato e diverso per ogni visitatore, la mostra diventa un’iniziazione, e smette di essere l’epifania della rivolta di chi era stanco del massacro, di chi vagheggiava la diserzione, di chi sentiva nausea delle decimazioni, delle avanzate suicide, del fratricidio. In quel momento L’Europa in guerra smette di essere una rassegna, una rassegna insolita e laterale, cupa e sanguinosa, e diventa un assedio all’inconscio.

01. Giuseppe Scalarini, La nascita del 1915, china su carta (coll. privata, Milano) (391x500)

Giuseppe Scalarini, La nascita del 1915

Reminiscenze di qualche antenato sopravvissuto al massacro: reminiscenze fatte di rumori. «Relitti fonici». A me è successo questo, in una sala, a un punto. I rumori della guerra erano fastidiosi, persistenti per tanti anni, e tante notti. E irremovibili, insolenti, impossibili da sradicare, o almeno da sintetizzare. Avanzavi e fischiavano le pallottole, a destra, a sinistra, a una velocità improbabile, senza una cadenza esatta. Fischiavano forte. Esplodevano le granate, a ondate, senza una misura esatta, senza una ripetizione esatta, e sentivi le grida di un nemico ferito, l’insulto di un altro, il latrato di un tuo compagno ferito, l’ultimo gemito di chi stava per morire, qualcuno – più d’uno – piangeva e qualcuno pregava, mormorava, bestemmiava, e uno chiamava sua mamma, tutto il tempo, e quella nenia ti faceva impazzire, e fischiavano altre pallottole, fischiavano forte, sibilavano, e andavano giù i rami degli alberi, con un suono rauco, viscerale. Le granate colpivano anche loro. Non conveniva spostarsi, fermarsi non serviva a niente. Andavi incontro al tuo destino. Il tuo destino era avanzare. Avanzare. Andavi. Intorno a te ogni cosa collassava, e a un tratto non avevi più sguardo. Soltanto rumore.

L’Europa in guerra. Tracce del secolo breve è una rassegna antagonista, ideata e plasmata da Piero Del Giudice, narrazione tetra e sconvolgente della tragedia di chi si voleva opporre alla guerra in nome del socialismo e della fratellanza tra i popoli, e più ancora tra i figli del popolo. È una rassegna che va a raccontare il «Secolo breve» di Hobsbawm con un punto di partenza che tutti condividiamo – vale a dire l’attentato di Sarajevo, 28 giugno 1914: il bosniaco Gavrilo Princip uccide a sangue freddo l’arciduca Franz Ferdinand e sua moglie, Sophia – e un epilogo simbolico, coincidente, cioè la rivolta di Sarajevo negli anni Novanta, antefatto d’un nuovo bagno di sangue e di civiltà. Il modello è – nelle parole di Del Giudice - «quella memorabile mostra che, ordinata da Richard Cork, fu in scena nel 1994 prima all’Altes Museum di Berlino e poi alla Barbican Art Gallery di Londra. Il titolo era “A Bitter Truth”, “Un’amara verità”. Lì l’arte europea contro la guerra».

10. Käthe Kollwitz, La vittima (primo foglio ciclo 'La Guerra'), 1922, xilografia, cm. 37x40 (2) (500x380)

Käthe Kollwitz, La vittima (primo foglio ciclo 'La Guerra'), 1922

La mostra viene ospitata da due diverse città italiane: Trieste e Trento. Trieste, forse, è la più adatta delle due, perché è qui che s’è tenuto il solenne funerale di Franz Ferdinand: è qui che l’Europa ha ricominciato a franare su se stessa. Il filmato che accoglie il visitatore è il filmato del funerale di Franz Ferdinand, in Triest. Le finestre di tutte le case sono listate a lutto. L’urbs fidelissima – a Vienna: da quasi seicento anni, a quel punto – non sembra quella che quattro anni più tardi avrebbe salutato, con autentica commozione, il ritorno della latinità e della madre Roma: è una Triest decisamente dimentica di essere stata Tergeste, e poi Trieste, e di aver parlato un altro dialetto, ladino, soltanto fino a centocinquant’anni prima.

La Triest di quel filmato è ormai, e molto chiaramente, una città di fondazione austriaca, in cui si parla un’altra lingua, cioè un veneziano speziato dallo slavo e dal tedesco, in cui si apprezza la fortuna d’essere il più grande porto del più grande impero europeo, in cui la parola «cosmopolita» ha cessato d’essere una fantasia letteraria, trasformandosi in uno stato d’animo. È una città austriaca che sta facendo il funerale a sé stessa. E all’Europa. Ma non lo sa nessuno.

L’Europa in guerra. Tracce del secolo breve
a cura di Piero Del Giudice
Trieste, Magazzino delle Idee, dal 30 novembre 2014 al 28 febbraio 2015
Trento, Castello del Buon Consiglio, dal 28 marzo al 30 maggio 2015
Catalogo edizioni “e”, Trieste, 1052 pp., € 30

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