Maria Teresa Carbone

Quando finisce una guerra? È di certo un caso, ma la mostra Conflict Time Photography che si è aperta alla Tate Modern di Londra in novembre – una fra le tante manifestazioni organizzate nel 2014 per commemorare, un secolo dopo, l’inizio della Grande Guerra – chiuderà a metà marzo, prima cioè di agganciare quello che sarebbe stato il suo altro naturale punto di riferimento, i settant’anni dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, con la resa tedesca, nel maggio 1945, e quella giapponese, nel successivo agosto, dopo Hiroshima e Nagasaki.

Scelta imposta con ogni probabilità dal calendario del museo londinese e però strana all’apparenza, se si pensa che il percorso espositivo prende le mosse proprio dalla Seconda guerra mondiale, con le parole di Kurt Vonnegut sulla distruzione di Dresda (da Mattatoio n.5) e con una foto di Toshio Fukada nella quale vediamo il pennacchio della bomba di Hiroshima gonfiarsi morbido e minaccioso nel cielo. Meno strana man mano che si procede: si capisce che al curatore Simon Baker non interessa documentare la guerra, ma la sua memoria, perché – questa la premessa di fondo – le guerre non finiscono mai o comunque richiedono tempi molto lunghi prima di essere elaborate non solo da chi che le ha vissute direttamente, ma anche da quelli che sono venuti dopo e non hanno (o credono di non avere) esperienza del conflitto. Non dunque il tempo del reportage, dell’immediatezza giornalistica, ma quello dell’arte.

SHOT AT DAWN

Chloe Dewe Mathews Vebranden-Molen, West-Vlaanderen 2013 Soldat Ahmed ben Mohammed el Yadjizy Soldat Ali ben Ahmed ben Frej ben Khelil Soldat Hassen ben Ali ben Guerra el Amolani Soldat Mohammed Ould Mohammed ben Ahmed 17:00 / 15.12.1914 © Chloe Dewe Mathews

Nasce da qui la decisione di Baker di sovvertire il tradizionale ordine cronologico «dalla guerra di Crimea ai giorni nostri» e di disporre le fotografie in base al tempo che separa lo scatto dall’avvenimento bellico che le ha generate. Cosi nella prima sezione, «Pochi minuti dopo», la nuvola dell’atomica ritratta da Fukada si accosta a un’altra nuvola, più lontana nell’orizzonte, quella del Bombardamento Usa su posizioni talebane, fotografata da Luc Delahaye nel 2001, e al celebre ritratto del Marine americano traumatizzato dai bombardamenti, Hue, 1968, di Don McCullin: una delle rare immagini della mostra riconducibili alla categoria del fotogiornalismo, ma anche la testimonianza di un’epoca breve nella quale il fotografo era presente sul campo di battaglia insieme ai soldati, occhio esterno e insieme partecipe su quanto andava accadendo.

Al tempo dell’embedded journalism, delle guerre (fintamente) asettiche, forse l’unica possibilità di raccontare il conflitto è quella paradossale adottata da Broomberg & Chanarin, al seguito delle truppe britanniche in Afghanistan, nel loro The Day Nobody Died del 2008 (ancora nella prima sezione): un rotolo di carta fotografica esposta al sole, che produce un paesaggio astratto. Come astratte sono, nella nostra percezione occidentale, le guerre che si combattono, e che noi stessi combattiamo, in giro nel pianeta, fino al momento in cui le ritroviamo in casa e scegliamo di interpretarle come atti di terrorismo.

Don McCullin (323x500)

Don McCullin Shell Shocked US Marine, Vietnam, Hue 1968, printed 2013 © Don McCullin

Del resto, i volti e i corpi sono pressoché assenti nel percorso di Conflict Time Photography. Certe volte restano solo ombre: come nel caso, appunto, della straziante Ombra di un soldato rimasta impressa sulla parete di legno del quartier generale di Nagasaki, di Matsumoto Elichi, nella sezione «Giorni, settimane, mesi dopo». Altre volte, sono gli stessi artisti a scegliere di annullare i loro soggetti. Lo ha fatto, alla lettera, il giovane Emeric Lhuisset, esponendo nelle strade assolate della città irachena di Arbil la fotografia del coraggioso giornalista Sardasht Osman ucciso nel 2010, e lasciando che la luce facesse svanire i tratti del suo volto (I Heard The First Ring Of My Death, sezione «1-10 anni dopo»). Ed è uno dei procedimenti adottati dalla statunitense Taryn Simon nei capitoli del suo ciclo A Living Man Declared Dead, presenti in diverse sezioni della mostra, quando – ricostruendo per esempio il massacro di Srebrenica – alterna le foto dei superstiti e dei loro figli ai riquadri vuoti di chi è morto o di chi non ha voluto farsi ritrarre.

Luc Delahaye (500x230)

Luc Delahaye, US Bombing on Taliban Positions 2001
Courtesy Luc Delahaye & Galerie Nathalie Obadia, Paris/Bruxelles

Ma è soprattutto sugli oggetti e sugli spazi che gli artisti lavorano per captare i segni lasciati dalla guerra: tracce imponenti e subito riconoscibili come gli enormi bunker tedeschi sulla costa atlantica fotografati da Paul Virilio (sezione «10-25 anni dopo») o invece oblique e allusive, come i cartelloni pubblicitari che fanno da sfondo ad alcuni scatti della serie Untitled. Ho Chi Minh City realizzata dalla fotografa americana di origine vietnamita An-My Lê, tornata nella sua città di origine dopo trentacinque anni di assenza.

Significativamente la mostra si chiude con il ciclo della britannica Chloe Dewe Mathews Shot At Dawn: paesaggi autunnali dove nulla rimanda all’idea del conflitto – ma, ci avverte l’artista, le immagini sono state scattate nel luogo e nell’ora in cui un secolo fa furono fucilati dei soldati accusati di codardia e diserzione: «Fotografando questi spazi alterati da un avvenimento traumatico, ho voluto reinserire con forza al loro interno gli individui, perché le loro storie non vengano dimenticate».

Toshio Fukada (424x500)

Toshio Fukada, The Mushroom Cloud - Less than twenty minutes after the explosion (1) 1945; Tokyo Metropolitan Museum of Photography (Tokyo, Japan)

Il cerchio si chiude. A costo di diventare come «il pilastro di sale» evocato da Vonnegut in Mattatoio n.5, dobbiamo aprire gli occhi sulle guerre che abbiamo alle spalle, su quelle entro cui siamo immersi. È il solo modo per evitare (forse) le guerre che verranno.

Conflict, Time, Photography
a cura di Simon Baker
Londra, Tate Modern, dal 26 novembre 2014 al 15 marzo 2015
Catalogo Tate Publishing, 224 pp., £ 24.99

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