Andrea Cortellessa

The Age of the Extremes s’intitolava, giusto vent’anni, fa il libro di Eric Hobsbwam tradotto da noi come Il secolo breve. Un secolo incorniciato dal bang di Sarajevo, 28 giugno 1914, innesco della Grande Guerra, e dal whimper del 9 novembre 1989, crollo del Muro che pone fine della Guerra Fredda. Il secolo breve è abbreviato, brutalmente scorciato: compresso, sino a esplodere, dalla violenza organizzata dell’uomo sull’uomo. È il secolo posto «sotto il paradigma della guerra», ha riassunto Alain Badiou nel suo libro che proprio Il secolo s’intitola (2005, tr. it. Feltrinelli 2006). Prendendosela però con l’«inflazione morale contemporanea», la quale farebbe sì che «il secolo venga da ogni parte giudicato e condannato».

Anche il secolo che gli è seguito è iniziato con un atto di guerra, un nuovo bang: la matrice di ogni trauma, l’11 settembre 2001. Eppure resistiamo a definirla guerra, quella che funesta il nostro tempo. Basta non chiamarla così, si crede, per evitare di far fronte ai conflitti morali – altro che inflazione – che così si risveglierebbero. Basta chiamare terrorismo, e viceversa polizia internazionale, gli atti di guerra che, sempre più frequenti, trasformano quello che assedia il nostro presente in un campo di battaglia. L’età dell’estremismo, ha parafrasato Marco Belpoliti nel suo ultimo libro (ne abbiamo parlato qui https://www.alfabeta2.it/2014/04/30/unarcheologia-futuro/); e parla ora (http://www.doppiozero.com/materiali/editoriale/leta-delleccesso) di età dell’eccesso: ma descrivendo il nostro presente, non il Novecento passato remoto. Un presente – quello di queste ore – in cui a un atto di indescrivibile violenza si risponde elaborando ulteriore irresponsabile violenza – per il momento culturale e politica, in attesa che torni il tempo di quella militare (come nel 2003, in Iraq: coi risultati che si sono visti).

Se non possiamo più isolare, forcludere il Ventesimo come il Secolo della Guerra – perché lì è cominciata una spirale nella quale siamo tuttora presi, lì s’è prodotta la crepa nella quale siamo da allora sprofondati – allora i centenari, le ricorrenze – quelle del 1914, del 1915, del 1939, del 1945, del 1989 – non possono essere vissuti col sussiego asettico col quale l’industria dell’intrattenimento ci ha ormai assuefatto a impacchettarli in serie. Il modo in cui possiamo, dobbiamo impiegarli è invece quello che ci ha mostrato Paul Ricoeur (Ricordare, dimenticare, perdonare, 1998, tr. it. il Mulino 2004; La memoria, la storia, l’oblio, 2000, tr. it. Cortina 2003): contrariamente al nevrotico (che – spiega Freud giusto nel 1914 – riproduce il trauma «non sotto forma di ricordi, ma sotto forma di azioni; li ripete, ovviamente senza rendersene conto»), spiega Ricoeur che quello della memoria non può essere un intrattenimento o un obbligo di circostanza. Dev’essere invece un «lavoro»: analogo a quello che lo stesso Freud, nel ’15, definisce Durcharbeiten («elaborazione» o, piuttosto, «rielaborazione del lutto»). Questo lavoro, spiega Ricoeur, è «simmetricamente contrapposto a coazione: lavoro di rimemorazione contro coazione a ripetere».

Mettere in mostra la guerra, le guerre del Secolo breve – come si fa in queste settimane a Londra, a Roma e a Trieste: ma anche al Mart di Rovereto, dove sino a settembre si può visitare la ricchissima mostra sulla Grande Guerra (e post-) alla quale Cristiana Collu ha voluto dare il titolo brechtiano La guerra che verrà non è la prima –, nell’annata interminabile della doppia coazione anniversaria, non può dunque riproporre le parate festanti che, nell’agosto del ’14 e nel maggio del ’15, accolsero il Disastro (nelle città e fra le classi agiate, ché altrove circolavano sentimenti ben diversi). Deve viceversa aprire e far aprire gli occhi a chi ancora oggi – e anzi di nuovo oggi, in tempi di pelosi revisionismi anti-antibellicisti – coltivasse la tentazione di nuove parate, nuove guerre-lampo, nuove reni da spezzare agli infedeli.

Aprire gli occhi sui «disastri della guerra» – quelli che come spiega Jean-Luc Nancy nel catalogo del Mart, da Callot a Goya sino all’Herzog di Lektionen in Finsternis (1992), ci oscurano, ci abbagliano, appunto ci chiudono gli occhi – significa in primo luogo «svelare» la storicità, la politicità di quei disastri: che in prima battuta non possono che colpirci, invece, alle viscere – a un livello arcaico e prepolitico. È quello che Fredric Jameson (nel suo libro su Brecht e il metodo, Cronopio 2008) ha definito effetto V (dalla freudiana Verfremdung). Ed è quello che va rivendicato: in un tempo come il nostro in cui si vorrebbe consegnare, al contrario, anche il Secolo breve all’asettica imparzialità colla quale studiamo le guerre puniche, o le scorrerie degli Hyksos. Non è possibile: se è vero – come in tutti i modi ci ricordano le scritture, le immagini provenienti da quel tempo – che siamo anche noi, uomini del Ventunesimo Secolo, figli di quelle guerre, di quei disastri. Noi, che abbiamo la sventura di viverne di nuovi, abbiamo il compito di riconoscerli.

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