Riccardo Donati

Ciò che ritorna amplifica un tema già trattato nel precedente libro di Giancarlo Alfano, Gli effetti della guerra dedicato a Stefano D’Arrigo (Sossella 1999): presentandosi come vero e proprio atlante fenomenologico degli «effetti della guerra», appunto, nella narrativa e nella poesia del secondo Novecento italiano.

Al cuore del libro una coppia di concetti-chiave: quello di trauma (recuperato da Freud, certo, ma esteso oltre la sua accezione «classica») e quello di ripetizione: «il trauma è il risvolto soggettivo di un evento situato in un tempo determinato, la cui carica emozionale non si esaurisce nell’accadere, ma persiste, assurgendo a una sorta di esemplarità, il cui marchio assume di solito il carattere della ripetizione». Nel caso specifico del trauma da evento bellico si assiste a un rimescolamento e sconvolgimento di piani temporali, che crea sfasamenti cognitivi, lacune e iati nella percezione degli avvenimenti, insanabili distorsioni comportamentali: una «deriva di effetti», sino a decenni di distanza (come conferma la narrativa di questi ultimi anni: basti pensare al controverso «caso» di Antonio Pennacchi, al fortunato Le rondini di Montecassino di Helena Janeczek o all’intenso Uomini e comandanti di un testimone diretto della Resistenza quale Giulio Questi, recentemente scomparso).

A partire da queste coordinate concettuali, Alfano interroga il testo letterario non come fonte storica ma come sintomo di quella malattia che è la storia, attraversando le opere di autori tra loro diversissimi, da Svevo a Bontempelli, da Pavese a Rigoni Stern, da Ungaretti a Saba, cercando di cogliere il punto prospettico attraverso cui la letteratura si è posta il problema della rappresentabilità dell’evento bellico. In questi testi lo scrittore non fa che ri-produrre sulla pagina il trauma, ovvero ri-presentare quel presente (che non è più) a questo nostro presente mutato.

14. George Grosz, 1917, 1924, china e matita su carta, cm. 64,8x52,3 (coll. Isolabella, Milano) (384x500)

George Grosz, 1917-1924 (coll. Isolabella, Milano)

Il trauma è come una traccia, una striscia emozionale che prolunga indefinitamente l’evento nell’oggi, lo condiziona e lo infetta (in un processo peraltro biunivoco, se il diaframma del presente a sua volta condiziona la percezione di ciò che fu). Per questo in letteratura la dimensione del «puro» ricordo è insufficiente: perché il distacco rammemorante, la «giusta distanza» dai fatti, non si dà mai; le cose continuano ad accadere e il trauma è un orizzonte mobile i cui effetti vanno ben oltre la conclusione dell’evento che l’ha generato.

L’esperienza della guerra non è una vicenda trascorsa, chiusa; chi l’ha vissuta è compromesso per sempre e la sua esperienza è quella del contagio. I morti insistono sull’oggi e il reduce ovvero il sopravvissuto – redux è, letteralmente, colui che ritorna – è infestato dalla loro presenza spettrale, è contaminato dal loro non-esserci-più. Esemplare il caso di Carlo Emilio Gadda, la cui soggettività è in perenne stato di shock, straziata dal continuo accadere del disastro (Caporetto, la morte del fratello Enrico), hantée dai fantasmi dei compagni morti nella Grande Guerra.

Questo vale non solo per quanti ritornano dai campi di battaglia ma anche per chi la guerra l’ha vissuta in casa, sopravvivendo ai familiari scomparsi sotto i bombardamenti (come nel Cielo è rosso di Berto e nel Ragazzo morto e le comete di Parise) o ai compagni uccisi dai nazi-fascisti, come capita a certi personaggi di Fenoglio e del primo Calvino.

Per tutti costoro valgono le parole di Cesare Pavese: «ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione». Non solo gli individui, ma il contesto stesso che ha prodotto gli avvenimenti bellici tende a ritornare, a ripetersi. Così il Primo conflitto prosegue nel Secondo (come mostra l’opera di Luigi Meneghello) ed entrambi riecheggiano sinistramente nella realtà post-bellica, tanto che per molti aspetti il Dopoguerra, ogni Dopoguerra, non è che una smisurata estensione del tempo di guerra nel «tempo di pace». Persino i luoghi continuano a ri-presentarsi davanti agli occhi, carichi della cattiva temporalità che li ha attraversati e infettati: così il prato dove cade il partigiano Gino Dalla Bortola, la cui morte costituirà un trauma fondativo della poetica di Zanzotto; così Piazza Bandiera a Genova, teatro di terribili bombardamenti che segnano in profondità l’opera di Giorgio Caproni.

09. Otto Dix, Angriff(Attacco), 1917, china, craboncino e tempera su carta, cm. 57,2x69,7 (500x402)

Otto Dix, Angriff (Attacco), 1917

Nel tracciare questo avvincente percorso di storia letteraria, Alfano dimostra come la dimensione irredenta e irredimibile della storia è ciò di cui la grande letteratura ci parla, sottraendosi al rischio che la fedeltà al passato si traduca nei rituali pacificatori che contraddistinguono l’uso retoricamente vacuo della memoria. Come insegnano Fenoglio, Pavese o il Bassani di Una notte del ’43, compito della letteratura non è quello di produrre documenti astrattamente oggettivi, cronachistici e asettici, bensì di elaborare una testimonianza soggettiva del vissuto sensoriale e psichico, con le deformazioni del caso.

In qualche misura Alfano riparte da Aristotele, rivendicando l’indipendenza, e in certa misura la superiorità, della poesia rispetto alla storiografia: «Tra la storia, che è la sequenza dei fatti, e la storiografia, che è l’inseguimento dei fatti da parte di una scrittura analitica e documentata, s’insedia la poesia, che è rappresentazione/ripresentazione “senza residui” della storia».

La poesia ha una possibilità che alla storiografia è negata: quella di trattare gli eventi storici senza menzionarli esplicitamente, come accade nei testi di Sereni, Raboni, Caproni, Zanzotto, dove il trauma bellico è ripetuto non con intenti memorialistici ma come un trascorso per sempre incistato nella carne e nei luoghi. Se la letteratura ha un merito non è quello di consolare e conciliare chi resta ma quello di riattivare lo spazio del lutto, sapendo che ciò che ritorna è ciò che siamo diventati: l’oggi che viviamo sulla nostra pelle, nel migliore dei casi, non è che il tessuto cicatriziale, quasi sempre atrofico, della storia.

Giancarlo Alfano
Ciò che ritorna. Gli effetti della guerra nella letteratura italiana del Novecento
Franco Cesati, 2014, 222 pp.
€ 25

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