Mauro Petruzziello

New York like a Christmas tree/I said tonight this city belongs to me”, cantavano nel 1988 gli U2 in Angel Of Harlem, tratta da Rattle And Hum, il doppio album che metteva in musica l’infatuazione per gli USA da parte della band irlandese. E New York negli anni Ottanta doveva apparire come una città a cui si desiderava appartenere, scintillante come l’albero di Natale di Angel Of Harlem. La bellezza del Natale. La tristezza del Natale.

Curata da Michael Auping, la mostra URBAN THEATER: NEW YORK ART IN THE 1980s – titolata tutta così, in caratteri maiuscoli, sgangheratamente urlati, roboanti fino al parossismo, sfacciati come quella decade – tenta di fare il punto sulla produzione artistica newyorkese degli anni Ottanta, oscillando costantemente su una doppia polarità per sfuggire allo stereotipo del puro edonismo troppo facilmente affibbiatole: esagerato vitalismo/vertigine sul nulla, saturazione/sottrazione, esplosione/implosione.

Ad aprire la mostra, che si articola nei meravigliosi spazi del Museum Of Modern Art di Fort Worth, Texas, progettati da Tadao Ando, è il celebre Self-Portrait (1986) di Andy Warhol. Non si tratta solo di un tributo alla visione di un artista la cui estetica ha segnato gli anni Ottanta. Sarebbe scontato. Il vettore che da Warhol si muove verso artisti quali Jean-Michel Basquiat, Francesco Clemente, Keith Haring, tutti ospitati dalla mostra, ha infatti anche un verso opposto, visto che questa immagine di Warhol nasce da un rinnovato bisogno, instillatogli proprio da questi artisti, di ritornare alla pittura dopo un lungo periodo di cinema, pubblicità e grafica. Ma ci deve essere dell’altro in questa scelta curatoriale.

Essa sembra sottendere quella doppia polarità di cui si parlava. L’inquietante, enorme viso verde radioattivo e nero, i cui occhi interrogano il visitatore, è contemporaneamente icona di vita, ovvero (ri)nascita di un segno sviluppato da tanti artisti anni Ottanta, e di morte, se non altro perché Warhol morirà di lì a poco per i postumi di un intervento alla cistifellea. Vita e morte, quindi, come i due poli in cui si gioca l’estetica di quegli anni, senza mai assestarsi in una posizione univoca. Doppia polarità che spesso convive in un ossimoro: la mortale bellezza di un’arte incapace di frenare la fagocitante apertura al brutto, al banale, all’ordinario, assolutamente slabbrata dalla volontà di mescolare mezzi, tecnologie e orizzonti non sempre allineabili.

Una vocazione plurale mette assieme – ma in sale diametralmente opposte – gli esponenti di quello che veniva chiamato Neo-Espressionismo (Francesco Clemente, rappresentato da Perseverance, 1981; Eric Fischl da Bad Boy, 1981; David Salle da Clean Glasses, 1985) e la risposta secca al movimento offerta dal collettivo Guerrilla Girls che, mascherate da gorilla e attraverso azioni pubbliche e manifesti, dal 1985 accusavano di maschilismo il mondo dell’arte che produceva tendenze, appunto come il Neo-Espressionismo, appannaggio di artisti uomini.

Ed è forse proprio la sezione dedicata ai vari collettivi newyorkesi a restituire il senso di morte con cui gli artisti di quegli anni dovevano misurarsi, a dispetto dell’etichetta di disimpegno con cui spesso sono passati alla storia. È il caso del SILENCE = DEATH Project – anche qui tutto in maiuscolo per segnalare perfino graficamente l’irruenza con cui si voleva incidere nel presente – del Gran Fury, collettivo artistico affiliato a ACT-UP (AIDS Coalition To Unleash Power). In reazione all’editoriale, scritto dal conservatore William F. Buckley Jr. sul New York Times del 18 marzo 1986, in cui l’autore chiedeva di tatuare i malati di AIDS per prevenire il contagio, Gran Fury installò nella finestra del New Museum una versione al neon del titolo dell’opera e, accanto ad essa, foto delle persone responsabili dell’aggravamento dell’epidemia, fra cui lo stesso Buckley.

URBAN THEATER offre anche la visione di un futuro ipertecnologico e macchinino che tuttavia mai si contrappone all’elemento umano. È il caso del breve video Drum Dance, da Home Of The Brave, 1986, di Laurie Anderson in cui alcuni sensori posti sotto gli abiti della performer vengono azionati dal suo movimento producendo un solo di batteria e danza/movimento/suono si fondono senza soluzione di continuità. E la tecnologia non si pone banalmente in antitesi all’umano neanche in Survival, 1989, di Jenny Holzer, dove gli apparentemente freddi dispositivi a led trasportano un lettering che vibra di emotività.

Nella moltiplicazione dei linguaggi convivono l’opera di ripensamento di Sherrie Levine che trasforma la pittura del tavolo di biliardo de La Fortune di Man Ray nel tavolo da biliardo tridimensionale dell’istallazione La Fortune (After Man Ray): 6, 1990, ovvero trasmigrando l’immagine da un medium all’altro, ma anche la fotografia di Robert Mapplethorpe, l’aggiornamento dell’Op-Art dei Sessanta compiuto da Philip Taaffe (Brest, 1985), l’irruzione dei graffiti e della street art nelle gallerie (con una sezione dedicata a Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Kenny Scharf). Se è necessario e intelligente che non venga proposto un segno unificante, ciò non toglie che un fremito elettrico percorra l’intera mostra.

Esso va ricercato nell’URBAN THEATER del titolo. Cosa significa teatralità per un’opera d’arte? È il quesito che potrebbe guidare il percorso. Una risposta, oltre quella che prevede la riattivazione dell’adagio anni Sessanta di arte = vita, sta nella necessità, sempre più radicale, di uscire dal formato e di intercettare una liveness che è prossima a quella del teatro. Animare l’oggetto-opera. Così gli aspirapolvere di The New (1980) di Jeff Koons si offrono alla visione cambiati di segno proprio in virtù di una loro messa in scena, sprofondata in nel livido delle luci al neon. E i tre aspirapolvere distesi non sono più aspirapolvere distesi, ma una macabra oscenità di morte.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi