Antonello Tolve

«Amo l'industria. Le condutture. Amo i fluidi e il fumo. Amo le cose create dall'uomo. Mi piace vedere la gente lavorare duramente e mi piace la melma, gli scarti che l'uomo produce». Con questa frase, quasi una dichiarazione d'amore per cose che si dissolvono nella nostalgia d'un canto lontano, David Lynch pone l'accento su un personale e passionale progetto che predilige l'archeologia industriale in tutte le sue varie declinazioni poetiche.

Nato il 20 gennaio 1946 a Missoula (nel Montana), e dopo una prima formazione in pittura alla Pennsylvania Academy of Fine Art di Philadelphia (dove realizza, tra l'altro, nel 1966, il suo primo cortometraggio), l'artista si trasferisce a Los Angeles per avviare un percorso cinematografico capace di scavare nel buio e nei misteri della mente. Eraserhead (1977), il suo primo film, diventa ben presto un cult classic, ma anche testimonianza immediata di una forte inclinazione alla pittura, alla scultura e alla fotografia: suoi sono, infatti, gli arredi e le scenografie, «così come i progetti per il Club Silencio di Parigi e Cannes».

01_PressImage l David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 (500x336)

Designer, pittore, scultore, musicista, sceneggiatore, produttore, fotografo, videomaker e icona indiscussa del cinema americano – The Elephant Man (1980), Dune (1984), Velluto Blu (1986), Mulholland Drive (2001) e l'indimenticabile serie televisiva Twin Peaks (1990-1991) sono alcuni dei suoi capolavori –, Lynch è figura eclettica e camaleontica in grado di spaziare, con disinvoltura, tra diversi campi della creatività, per tracciare, con sempre maggiore acutezza, un archivio dell'emotività umana. Tuttavia, se i vari disegni o i maestosi dipinti che realizza e trasforma, in molti casi, in oggetti tridimensionali, sono, da anni, al centro di numerose esposizioni, le opere fotografiche risultano ancora poco conosciute nonostante ci sia, in Lynch, «un rapporto evidente tra fotografia (still photography) e immagine in movimento (moving images)».

Questa omissione è stata finalmente colmata con una recente esposizione organizzata alla Fondazione MAST di Bologna – e realizzata in collaborazione con la Photographers Gallery di Londra – che propone, nelle sale della Mast Gallery, The Factory Photographs, un percorso di ben 111 scatti fotografici (alcuni dei quali inediti) che affermano la versatilità di un artista totale, di un creatore di mondi, di un uomo curioso, incuriosito da cose banali che trasforma via via negli scenari privilegiati del suo mondo.

04_PressImage l David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 (500x330)

Scattate tra il 1980 e il 2000 nelle fabbriche di Berlino e delle aree limitrofe, in Polonia, in Inghilterra, a New York City, nel New Jersey e a Los Angeles, le fotografie esposte al MAST presentano un tesoro iconografico fatto di rovine metalliche, di luoghi desolati e fuligginosi, di atmosfere enigmatiche. Ma anche di piccoli disagi (una luce elettrica tremolante o un claustrofobico ascensore), pungenti sensi di desolazione, di ansia, d'inquietudine.

Pozzanghere che riflettono il cielo, strutture ferruginose, edifici simili a imponenti cattedrali, vetrate, cavi elettrici, prese, tubi, ponti. E poi, ancora, un aereo frenato in volo, imposte consumate dal sole, intonaci fatiscenti, mattoni, ciminiere grigiastre, recinzioni, muffe o macchie limacciose. Sono questi i soggetti privilegiati da Lynch per raccontare «ciò che è rimasto – visibile e disponibile – della rivoluzione industriale», spiega Petra Giloi-Hirtz (curatrice della mostra).

03_PressImage l David Lynch, Untitled (England), late 1980s  (500x331)

Accanto alle immagini e ad una installazione sonora diffusa in tutto lo spazio, tre video in loop – Bug Crawls (2004), Industrial Soundscape #1 (2007) e Intervalometer Experiments (2007) – raccontano ulteriormente le intense, complesse, raffinate strategie estetiche che ricostruiscono ambienti umani, stabilimenti della memoria, magie di luoghi apparentemente tranquilli, paesaggi metafisici, viaggi in una dimensione perturbante e scorie di tempo che si deposita sulle cose e sulle case per lasciare sempre un senso di meraviglia, un fiato in sospeso, un leggero e allegro sgomento.

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi