Ilaria Bussoni

«Marriage is hard work» scrive nel proprio diario l’incredibile Amy al momento di compilare il presunto elenco delle buone intenzioni di un’imminente sposina, la coprotagonista del film di David Fincher, Gone Girl. Una dichiarazione che saremmo portati a leggere come la sottoscrizione del personale impegno di una donna brillante, di successo, con una vita riuscita nella metropoli per eccellenza, una lunga carriera di scrittrice prodigio fin dall’infanzia (protagonista della saga L’incredibile Amy), e pure strafiga, nei confronti di un uomo del quale si innamora. Insomma, come l’autodichiarazione di un vincolo e di rispetto per l’altro amato, a riprova che la ragazza, prototipo della donna che non deve chiedere mai, ha con sorpresa anche una sua etica al di là del contratto prematrimoniale.

E, invece, che un matrimonio sia «duro lavoro» va proprio preso alla lettera. Certo il lavoro è cambiato ovunque, incluso quello del matrimonio. Non che il fordismo del ménage e l’alienazione della casalinghitudine siano scomparsi. Calzini e subordinazione domestica certo permangono. Solo, non è ciò che interessa raccontare al film di David Fincher. Che preferisce piuttosto interrogarsi su cosa diventi un matrimonio quando il lavoro (quello per cui si mette a disposizione del tempo proprio in cambio di denaro) se non smette di esistere smette comunque di essere pagato; quando il lavoro che ha reso visibili e invidiabili le vite e le intelligenze di un addetto maschio e di un addetto femmina del capitalismo cognitivo non ha più bisogno dei loro servizi. Collocando l’uno e l’altra a bordo dell’abisso del fallimento. In quanto amanti e in quanto addetti. Insomma, il film di Fincher preferisce chiedersi cosa sia il lavoro matrimoniale al tempo della coppia-impresa sull’orlo del default, di entrambe.

Dunque cos’è? Anzitutto è pur sempre lavoro, e al lavoro c’è poco da divertirsi. Benché esso coincida con la vita, coi propri desideri, con le proprie facoltà e in questo caso con l’amore, al lavoro (foss’anche cognitivo) c’è da sporcarsi le mani. Per lavorare a un matrimonio nell’epoca del capitalismo occorre essere imprenditori, che altro sennò? Quindi creare, gestire, dirigere relazioni. Manipolarle ed estrarne ciò che serve al funzionamento dell’impresa. Costruire una narrazione e arruolare gente che ci creda. Che lavori per te. Insomma tirare fuori il proprio «desiderio-padrone», come direbbe l’economista francese Frédéric Lordon, e farlo funzionare a dovere.

Questo fa Amy, la moglie scomparsa del bello e buono e un po’ ingenuo ma non troppo Nick Dunne quando istruisce, pianifica, orchestra la fuoriuscita da un matrimonio che non rende più e il cui valore è crollato. C’è poco da tenere in piedi un’impresa a tutti i costi. Certo Amy è incazzata perché nell’amorevole impresa sembra averci investito e visto che (esattamente come ciascuno) non ritiene di averne la colpa prova a scaricare gli effetti collaterali del fallimento sull’ex socio impresario.

Più che una vendetta è la gestione di un processo di liquidazione. Il che non vuol dire che Amy smetta di essere imprenditrice solo perché l’azienda è finita male. C’è un momento in cui contempla il suicidio, non perché travolta dalla disperazione del disamore ma perché è una delle opzioni connesse al fallimento aziendale oggi. Ma Amy ha molte risorse e un’altra impresa è sempre possibile. Il senso delle opportunità, la valutazione delle circostanze, la duttilità sulle decisioni, non c’è variabile ed elemento del caso che Amy non riesca a piegare, a riportare a un ordine sempre pronto a cambiare forma.

La vendetta di una moglie tradita e offesa l’avrebbe costretta a un rigore filologico nei confronti di un fine: mai più con un coglione del genere. Ma la vendetta appartiene al paradigma dell’amore fordista. Invece, Amy l’imprenditrice, non può ripiegare (fosse anche per un amore tradito) su un paradigma improduttivo: stare all’erta, non farsi sfuggire la congiuntura, esercitare la virtù (in cui eccelle) dell’improvvisazione e se l’impresa ricomincia a fruttare si può anche tornare col marito.

Sì Amy è davvero incredibile, è una straordinaria impresaria. Il che non vuol dire che debba essere per forza simpatica. Quasi mai gli imprenditori lo sono. È una manipolatrice, una che costruisce una finta realtà che costringe gli altri a misurarcisi, che obbliga gli altri a darsi da fare per lei. Perché, di solito cosa fanno le imprese? Ha un bel da lamentarsi il maritino quando si accorge di come la narrazione che la moglie fa esistere sia falsa, opportunista e che niente c’entra con la morale, né con l’amore.

Finché l’impresa funzionava non pareva avere dubbi. Gone girl è la parabola di un’architettura amorosa fondata sull’impresa: Amy aveva le risorse, si è trovata un socio che le pareva all’altezza, hanno investito, le cose si sono messe male perché così va il mondo, chi ci ha messo di più (cioè lei) ha pensato di uscirne, lei continuava ad avere le risorse per farlo e pure per rivedere il progetto al momento giusto.

In tutto questo il socio-marito non fa una gran figura, costretto a rincorrere le trovate dell’incredibile moglie. Del resto non sembra aver capito il salto di paradigma produttivo e più che la parte del socio si ritrova a fare quella del lavoratore salariato. Per i quali di questi tempi non va granché bene e di pari per il marito, che volente nolente finisce riassunto ma che di fronte al reintegro sembra restare perplesso. Avrebbe solo dovuto decidere da che parte stare: o fai il socio o la lotta di classe.

Certo a fare le spese della new company è l’amore, che scompare insieme alla ragazza del titolo del film. Che non è gone wife, benché la vicenda parli dall’inizio alla fine di una moglie che non si trova. Insieme all’amore è la ragazza a essersene andata, stavolta per sempre. Quella ragazza dalle virtù straordinarie e inesauribili, mossa dal desiderio e dall’amore, che forse avrebbe potuto dare (anche insieme al ragazzo) un’architettura diversa alla propria vita e a quella da fare insieme.

Della scomparsa di quella ragazza – sembra dire il film di Fincher – il ragazzo ne ha altrettanta responsabilità. Del non aver «lavorato» per una diversa architettura sono entrambi colpevoli. Per non aver trovato un altro modo di lavorare. Non c’è solo l’impresa, ma quando si opta per quella non sempre si può avere anche l’anima. L’incredibile Amy ce l’ha dimostrato.

PS. Il matrimonio è un’opera, non un lavoro: guardare La Sapienza di Eugene Green.

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4 Risposte a Il matrimonio-impresa sull’orlo
del default

  1. […] Bussoni Il matrimonio-impresa sull’orlo del default. David Fincher, Gone […]

  2. Paolo ha detto:

    comunque Fincher non è il nuovo Hitchcock anche se gli deve molto come chiunque faccia bei thriller del resto

  3. Paolo ha detto:

    un ottimo thriller, ma una visione del matrimonio un po’ troppo cinica e nichilista..sugli stessi temi preferivo Eyes Wide Shut di Kubrick che un tenue filo di speranza lo lasciava.
    Comunque articolo interessante.

    (forse non centra molto ciò che dico ma si può essere “strafiche” o “strafichi” e persone autentiche al tempo stesso).

  4. Nicoletta ha detto:

    Complimenti a Ilaria Bussoni che ha letto Gone Girl in una maniera assolutamente personale che non ho trovato da nessuna parte e ho letto moltissimi pezzi su questo film che, personalmente, trovo magistrale. Con ‘personale’ intendo che Ilaria Bussoni ha fatto una disamina sul matrimonio come impresa lasciando perdere gli aspetti più da cinefili sui quali ci siamo concentrati quasi tutti! Chapeau !

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