Cristina Zappa

Lo spazio fluido del Maxxi accoglie la prima mostra italiana dedicata all’Iran, allestita con materiali eterogenei. Colpisce la sobrietà del display di Unedited History, titolo della grande mostra curata da Catherine David, Odile Burluraux, Morad Montazami, Narmine Sadegh e Vali Mahlouji.

Tre sezioni (Modernizzazione, Archeologia, Rivoluzione) si susseguono in un racconto schietto ma composto che fa riflettere sugli ultimi cinquant’anni della storia di un popolo diviso tra la tradizione colta di Persepolis, la grandezza di una monarchia occidentalizzata, la rivoluzione islamica, la guerra con l’Iraq, il modernismo e la violenza politica.

A seguire dagli anni della Modernizzazione 1960-1978 alla Rivoluzione del 1979 e la guerra Iran-Iraq 1980-1988, fino al Dopoguerra dal 1989 a oggi. Frammenti di storia raccontati in microcosmi che riflettono la disomogeneità di una cultura millenaria prima proiettata verso l’Occidente, poi costretta a ripiegarsi su se stessa. Il messaggio è: se la rivoluzione fu una grande rottura, certamente non comportò un allontanamento dal modernismo che, a più riprese, entra ed esce nei documenti e nelle opere esibite.

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Kaveh Golestan, Shahr-e

Con media differenti per temporalità e tecnica si mostrano le profonde articolazioni esistenti tra la cultura visiva e le diverse eredità storiche e culturali: il proibizionismo, la religione, la morte, il martirio e il culto dell’aldilà. Nella sezione degli anni della Modernizzazione, le opere di Bahman Mohassess, elogiato dalla monarchia e dimenticato dal regime, uscite per la prima volta dal Museo di Arte Contemporanea di Teheran, fanno convivere mito e storia, politica e metafisica.

I grafismi di Behjat Sadr dipinti su alluminio esasperano la tradizione miniaturistica e calligrafica. Negli anni Sessanta la cultura in Iran conosce un grande sviluppo nelle arti visive, performative e nell’editoria. Dentro l’Archeologia del decennio finale troviamo materiali d’archivio, film e documenti sul Festival di Shiraz, evento celebrativo della grandezza di Persepolis. Con un netto contrasto l’esibizione a latere di una serie di ritratti fotografici di Kaveh Golestan sulla cultura popolare e la condizione delle prostitute del ghetto a luci rosse di Shahr-e No: l’abnegazione alla vita di un quotidiano deplorevole, celato dentro un quartiere proibito poi abbattuto per far posto a un lago di oche.

Nella parte dedicata alla Rivoluzione, il video Flowers Bahman di Kiarostami riattiva l’archivio delle immagini diffuse dalla televisione nazionale dopo l’occupazione dei mezzi di comunicazione da parte dei rivoluzionari. La venerazione propagandistica operata dal regime con le figure dei martiri dipinte sulle facciate dei palazzi di Teheran, è ripresa nei grafismi di Arash Hanaei e nel suo cimitero in verticale, ove ogni finestra riporta lo stesso nome a ricordo degli innominati, ritenuti tali dal regime per le loro diverse idee politiche.

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Chohreh Feyzdjou, Senza titolo, 1987-1984 (installazione)

Il diritto di ogni individuo a una sepoltura degna è sacro e lo si ritrova nella lastra tombale, trasportabile e personalizzabile con il nome del defunto, realizzata da Barbad Golshiri: i suoi monumenti funebri elogiano l’individualità. Nella sezione dedicata al Dopoguerra, si entra con venerazione nello spazio delimitato da garze nere dell’installazione di Chohreh Feyzdjou. Tele arrotolate su rastrelliere, casse scrostate, rotoli di carta avvolti nella cera, appesi o accatastati e l’odore acre della tintura di mallo di noce, conferiscono all’opera un’aura sacrale.

Tutto diventa reliquia, persino le casse. La critica dell’artista alla mercificazione dell’arte svanisce: ciò che rimane è quello che lei voleva, una riflessione malinconica sul passaggio effimero delle nostre esistenze. L’installazione multidisciplinare di Narmine Sadegg pone l’interrogativo sul senso della vita a partire dall’ immaginifica favola persiana che narra del viaggio di centomila uccelli alla ricerca del dio Simurgh: solo trenta iniziati giungono alla meta scoprendo che il dio è il riflesso delle loro esistenze.

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Barbad Golshiri. Tombe sans titre

La simbologia accompagna il dilemma cosmico della caducità e del senso della vita: un invito a confrontarsi sulle traiettorie devianti, verificare lo stato del proprio cammino e agire. Universalità e individualità convivono in tutti i paesi del mondo nell’eterno dilemma se esista l’Aldilà e a chi appartenga. Respirando dinanzi alle opere si è condotti a riflessioni storiche e geopolitiche. A cosa è servito tutto ciò? Se lo chiedono anche gli artisti che ancora vivono a Teheran.

Le considerazioni geostrategiche dei governi e degli alleati hanno avuto la meglio sull’identità di un popolo indifeso, travalicando le loro stesse esistenze. Questo racconto è l’ennesima sfida dell’arte contemporanea per rivisitare l’eredità di una guerra assurda e consentire alla modernità di entrare nelle maglie di una cultura in forte contraddizione: rendere visibile la vita e perpetrare il Sogno con l’invito a responsabilizzare e rendere partecipative le nostre stesse vite.

Unedited History Iran 1960 – 2014
MAXXI - MUSEO NAZIONALE DELLE ARTI DEL XX SECOLO
Via Guido Reni, 4A – 00196 ROMA
Fino al 29 marzo 2014

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Una Risposta a Modernità e cultura visiva in Iran

  1. silvia tosi ha detto:

    Grazie dell’articolo.finalmente un racconto chiaro coinvolgente
    e partecipato.
    Non manchero’ alla mostra.

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