Antonella Anedda

Mark Strand era un uomo gentile, molto bello, molto remoto, forse senile fin dalla giovinezza, se per senilità intendiamo un essere come in pensiero e non del tutto sicuri che la persona di fronte a noi esista davvero e non sia invece irreparabilmente perduta. Il suo ultimo, splendido libro Almost invisible (Quasi invisibile, Mondadori 2014), senza recinti tra poesia e prosa, condensava anni di dubbio sull’identità. Il quasi smussava l’invisibile schivando i toni alti, immettendo una riflessione ironica sul desiderio di esserci sempre, sulla volontà di essere sempre visibili, sempre presenti. In realtà, suggeriva Strand da vivo, noi vivi, siamo già «quasi» invisibili. Questa consapevolezza è la spina che ha navigato lungo tutta la sua opera affilandone l’ironia e la compassione, l’arte di concepire il mondo come meditazione (come il suo maestro dichiarato, Wallace Stevens) e l’attenzione ai dettagli (come la poetessa con cui condivide l’infanzia canadese: Elizabeth Bishop).

È una ricerca che dopo il volume di esordio, Sleeping with One Eye Open del 1964, continua con Reason for Moving (1968) e Darker (1970), diventa centrale con The Late Hour (1978) e si precisa con la raccolta atipica di appunti e note di The Monument (pure del ’78; Il monumento, Fandango 2010). In queste opere e sempre di più a partire dagli anni Novanta con The Continuous Life, anche il mondo sembra progressivamente fare i conti col vuoto, visto che è una nostra rappresentazione e che finirà con noi, come leggiamo in questi versi di The Great Poet Returns (in Blizzard of One, 1998):

«No need to rush», he said at the close of the reading, «the end
Of the world is only the end of the world as you know it».
How like him, everyone thought. Then he was gone.
And the world was a blank.

Damiano Abeni (al quale dobbiamo la diffusione e la cura di tutte le traduzioni di Strand in Italia a partire dall’antologia L’inizio di una sedia, pubblicata nel 1999 da Donzelli) sottolinea come il viaggio a ritroso nei libri di Strand possa essere paragonato alla rivelazione delle sinopie rispetto agli affreschi finali. Di questi studi fanno parte anche gli scritti sulla letteratura come The Weather of Words: Poetic Inventino (2000), le prose sulla fama e la cosiddetta immortalità letteraria, i libri per bambini che indagano il senso di perdita e il destino delle cose che non ci sono più. In questo percorso la forma diventa sempre più «polished», levigata da un lavoro di cesello che coniuga esattezza e sottrazione, e fa della pagina una stele su cui fissare i destini di chi resta e di chi invece non c’è più. «Inevitabile», così Strand ha descritto in un’intervista la sua relazione con la morte, ma smentendo immediatamente chi lo riteneva «a gloomy guy», aggiungeva: «I say ha ha to death all the time in my poems».

Dire «ha ha» alla morte può significare anche trasformarla in un doppio con cui passeggiare come in questo testo in qualche modo esemplare (dalla raccolta Man and Camel, 2002; Uomo e cammello, Mondadori 2007), in cui la memoria di Emily Dickinson riaffiora virata verso un’ulteriore ironia che agisce come un solvente dell’io:

I am not thinking of Death, but Death is thinking of me.
He leans back in his chair, rubs his hands, strokes
his beard, and says, «I’m thinking of Strand, I’m thinking
that one of these days I’ll be out back, swinging my scythe
or holding my hourglass up to the moon, and Strand will appear
in a jacket and tie, and together under the boulevards’
leafless trees we’ll stroll into the city of souls […]».

Il signor morte di Strand rispetta ma allo stesso nega il suo ruolo: ha la falce e la barba. Si sfrega le mani, si inclina sulla sedia e la città delle anime che propone non è molto diversa da quella dei corpi. Ma Strand è anche, come ha scritto Henri Cole, «a poet of twilight landscape, and of longing». Basterebbero a dimostrarlo questi versi nella bella versione di Abeni: «È vero, come ha detto qualcuno, / che in un mondo senza paradiso tutto è addio. / Che saluti con la mano o meno, // è addio, e se non ti salgono lacrime agli occhi / è addio lo stesso, e se fingi di non accorgerti, / odiando ciò che passa, è addio lo stesso» (da Dark Harbor, nell’antologia riassuntiva L’uomo che cammina un passo avanti al buio, uscita negli Oscar Mondadori nel 2011).

Non c’è consolazione. L’addio non ha bisogno di simboli; anche senza lacrime, esiste. Possiamo fingere, simulare l’accettazione più stoica, siamo comunque feriti. E se il qualcuno è, secondo la nota che accompagna la poesia, appunto Wallace Stevens, questa scienza degli addii rimanda a una visione purgatoriale, e alla memoria classica degli abbracci mancati, al nostro continuo stringere tra le braccia delle ombre, a quel desiderio insopprimibile di ritrovare i corpi che abbiamo amato. La vena elegiaca di Strand fa corpo con le cose e tratta il mito come realtà. In uno degli omaggi più belli a Virgilio della poesia contemporanea, intitolato Cento virgilianus (dalla raccolta The Continuous Life del 1990), l’approdo a un luogo «where everything weeps for how the world goes» non è solo mentale. I cani ululano, le stoppie bruciano «wipped by the wind», gli eroi, se questo appellativo ha un senso, si aggirano per cortili ghiacciati attanagliati dal freddo, minati dalla nostalgia per le città da cui sono partiti.

Strand è un poeta terreno per il quale il cielo è ciò che guardiamo da una sponda, mentre la terra con tutte le sue tragedie può ancora essere contemplata: «La bruma si dirada. I monti del mattino / si ergono oltre la tranquilla cittadina...». Vengono in mente i versi finali di The Bight di Bishop, in cui l’orribile e insieme paradossalmente lieto lavoro della vita continua in un mondo a volte generoso, altre inospitale, dove comunque avanziamo con coraggio mettendo – sono parole di Strand – «un piede dietro l’altro» e trovando ispirazione non in grandi temi ma – sono parole di Charles Simic, amico di Strand – «in a piece of cake», una sciocchezza.

In un altro capolavoro dell’ironia di Almost invisible, Orazio (è il nome del cadavere che parla in prima persona) non diventa corpse, non attraversa gli stadi della decomposizione, ma diventa subito polvere che si posa su un divano celeste. Strand è un lucreziano, gli atomi delle sue parole si disintegrano nelle tante nebbie, sabbie, tempeste che volano nella sua opera. Non c’è nessuna protezione teologico-metafisica, nessuna verità rivelata. Anche il pensiero non giustifica la nostra arroganza visto che «the silent snow of thought melts before it has a chance to stick». La tenebra e non la luce è quella che spargiamo: «This was the summer he wandered out into the miraculous night, into the sea of dark, as if for the first time, to shed his own light, but what he shed was the dark, what he found was the night».

La conoscenza della notte di Strand è profonda ma l’ineffabile non lo seduce, anzi come nella poesia Gli studiosi dell’ineffabile (sempre in Almost invisible) i «credenti» sono rappresentati come viandanti dell’ostinazione che non si curano delle stelle, sono concentrati su se stessi e convinti di avere una missione: «Siamo credenti e dobbiamo continuare il cammino» e «La nostra opera è importante e ha a che vedere con il sé».

Con tutta la sua scarsa simpatia per l’ineffabile tuttavia la poesia di Strand resta inafferrabile. I molti echi, da Dickinson a Stevens, da Frost a Bishop, sono i ciottoli che rendono ancora più limpida l’acqua della sua scrittura. La grandezza è in una prossimità da cui però non è escluso il brivido. La situazione descritta è spesso quella di un momento qualsiasi in un posto qualsiasi, la lingua è plain, i termini sono quotidiani. Tutto è calmo ma lo sguardo di chi scrive isolando, scomponendo, dislocando, semina lentamente la pagina di allarmi. La prospettiva slitta impercettibilmente.

Nel passaggio l’oggetto visto non è più quello che era, il luogo non è più riconoscibile. L’inaspettato soffia nella sintassi, dilatando la sospensione e intrappolando chi legge in un enigma. Come nei quadri di Hopper al quale Strand ha dedicato nel 1994 uno dei suoi libri più belli (in italiano Edward Hopper, Donzelli 2003) non sapremo mai se qualcosa è appena finito o è all’inizio, in attesa oppure appena turbato dal compimento. L’ansia che colma il quadro raggiunge il suo spettatore e lo esclude dal futuro.

Il nulla, come l’addio e la solitudine, è una presenza e non un’astrazione. Non è solo solido, è umano. Fa una visita al vecchio poeta, gli parla, decide di restare: «he believes that nothing has finally come to him and, in its absent way, is saying, “Darling, you know how much I have always wanted to please you, and now I have come. And what is more, I have come to stay”».

Non c’è riga dell’opera di Strand in cui la vanitas non dimostri la nostra follia e in cui lui stesso non irrida il proprio io. C’è sempre un’immagine, come la donna con il vestito verde incrociata a una festa, che ci sfugge e si perde. Il desiderio sorge dal buio e torna al buio, coglie di sorpresa chi scrive, si decompone e poi ricompone nel paesaggio. È vero, è un paesaggio in cui abita – anche – la morte, ma questo non esclude che la bellezza accenda le tenebre di bagliori non importa quanto fugaci.

Pini, spiagge, stelle, venti ghiacciati. La natura iscritta nel linguaggio di Strand è spesso quella della sua primissima infanzia in Canada e se i suoi spazi interiori sono spesso angusti – camere, barche, orli di sedie – quelli esterni sono invece sconfinati. Luna, boschi, mare, deserti si spalancano davanti ai minuti che muoiono e se non ci confortano sono comunque spazi di tregua contro lo smarrimento. Se moriamo, se siamo perduti per gli altri con la nostra morte, in fondo non è un dramma.

La lezione sulla perdita di Strand, ribadita fino all’ultimo verso di Almost invisibile, è probabilmente quella anticipata nella straordinario poema Dark Harbor, pubblicato nel 1993. L’altrove è un porto oscuro ma non spaventoso, un luogo semplice con unico corso lungo il quale si dispongono negozi pieni di cianfrusaglie. Non sfavilla ma è familiare con i genitori in cucina e il padre che legge il giornale. Andarsene là non farà spargere molte lacrime, ma conferma la certezza che «the world has always gotten along without you», che il mondo se l’è sempre cavata senza il tuo aiuto – e semplicemente senza di noi.

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2 Risposte a Senza paradiso tutto è addio
Mark Strand (1934 – 2014)

  1. geo vasile ha detto:

    l’analisi dell’autrice è stupenda, capillare e fa prova di vaste lettuure, un vero esegeta, complimenti vivissimi alla sg.ra Anneda.Quanto al rimpianto scrittore, è stato una vera coscienza dei nostri tempi, uno stoico ovviamante antiromantico che si cibava di tutto ciò che significava lucida disillusione della nostra esistenza terrena: ombre, addii, freddo, tenebre, morte…

  2. è bellissimo, ed è un poema dentro la sua poesia; di tutto questo, grazie! Maria Pia Quintavalla

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