Michele Emmer

L’arte è gioia, è futuro, è da ricordare, per scandire il tempo.

Che cosa è l’arte? Viviamo nell’epoca della rete, ecco la risposta in rete di Wikipedia: L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.

Nella sua accezione odierna, l'arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e messaggi soggettivi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione. Nel suo significato più sublime, l'arte è l'espressione estetica dell'interiorità umana. Rispecchia le opinioni dell'artista nell'ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico. Alcuni filosofi e studiosi di semantica, invece, sostengono che esista un linguaggio oggettivo che, a prescindere dalle epoche e dagli stili, dovrebbe essere codificato per poter essere compreso da tutti, tuttavia gli sforzi per dimostrare questa affermazione sono stati finora infruttuosi. E naturalmente esiste anche l’arte culinaria, la capacità di cucinare bene. Sempre in rete nel sito di wikitesti si trovano alla voce arte culinaria delle poesie (di cui non è riportate l’autore):

La culinaria è l'arte e in più la scenza
De còce bene quello che se magna,
In magnera che quello ch'è in credenza
Diventi cucinato una cuccagna.

C'è bisogno de tanta conoscenza
De come se lavora eppoi se bagna
Co' l'ojo ner tegame co' pazzienza
Er sugo p'er risotto o la lasagna.

Nessuno fortunatamente è in grado di specificare che cosa l’arte sia, dell’arte culinaria abbiamo un poco tutti qualche idea. Anche se non tutti sono bravi ed inventivi. Non tutti sono dei grandi artisti della cucina. Dove la parola artisti è usata in un senso ampio. Non sembrerebbe possibile rileggere quella specie di definizione di wikipedia dell’arte, sostituendo alla parola arte, le parole arte culinaria.

L’arte è ribellione, è rabbia, è voglia di rivoluzione, di cambiare, è rivolta.

Però se si rivolge alla rete la domanda “Che cosa è l’arte?” si ottengono 1.280.000 risposte, senza fare distinzioni tra cose plausibli e no. Ora se alla rete poniamo la domanda “Tortellini” ne otteniamo 9.640.000. Se poi chiediamo notizie di parmigiano reggiano 2.750.000 e si potrebbe continuare con culatello, mortadella e tante altre delizie dell’arte culinaria. Mi piacciono moltissimo i tortellini, cotti nel brodo vegetale, con una bella spruzzata di parmigiano.

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Negli ultimi anni mi dicono che non c’è trasmissione televisiva che non abbia il suo momento in cui si cucina in studio. Una orgia di ricette, tegami, ingredienti, sapori, odori. Una grande arte culinaria! Vuoi scrivere un libro che vende tante copie, con suggerimenti, ricette, idee sublimi? Scrivete di cucina. Volete diventare famoso? Aprite un ristorante, inventando nuovi piatti fantasiosi e curiosi e magari anche buonissimi. Insomma una parte importante della nostra vita ruota attorno all’arte culinaria. La prima frase della approssimativa definizione di che cosa sia l’arte, si potrebbe modificare così:

L’arte culinaria, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.

Sembra un poco stiracchiata come definizione, un poco esagerata, molto eccessiva, francamente imbarazzante. Espressione estetica Fortunatamente anche la parola estetica pone non pochi problemi per essere definita. Parola recente che è forse eccessivo applicare a qualsiasi cosa. Ma i tempi cambiano, anche l’estetica cambia, anche l’arte. Che diritto abbiamo di escludere alcuni ambiti della attività umana, dall’ambito artistico?

L’arte certo come illusione, l’arte come chimera, come ricordo, come rimpianto.

Succede che un luogo deputato all’arte, per di più a quella cosa molto indefinita, indefinibile, inarrivabile, inesprimibile, odiata, vituperata che è l’arte contemporanea venga profanato da una bella mostra di arte culinaria. Dai profumi, dai sapori, dagli odori, dalle forme delle tante magnificenze di uno dei luoghi tempio dell’arte della cucina: Modena. La Galleria civica d’arte contemporanea di Modena, di cui è è parte la meravigliosa palazzina Vigarani iniziata a costruire nel 1633, delegata a contenere prelibatezze e maestrie dell’arte culinaria.

E il direttore della galleria stessa che se la prende a male e si dimette, in questi tempi dove avere un posto di lavoro, seppur a tempo parziale come era il suo, è così difficile. E un bel coro di intellettuali insorge. Veri parrucconi della cultura, pronti poi ad abbuffarsi di tortellini, e di salumi. Come racconta l’episodio il protagonista Marco Pierini, mio caro amico per dichiarare subito la mia faziosità:

I consorzi che raccolgono i produttori del settore agroalimentare del territorio modenese, riuniti nella società Palatipico srl, hanno fatto pubblicare sulla stampa cittadina del 12 dicembre un articolo nel quale annunciavano che avrebbero chiesto al Comune di Modena l’utilizzo della Palazzina Vigarani, da 33 anni assegnata alla Galleria civica come sede espositiva, per farne una vetrina delle “eccellenze enogastronomiche” durante tutto il periodo di Expo 2015. Lunedì 15 il sindaco di Modena ha annunciato in conferenza stampa di aver accolto la proposta di Palatipico, senza aver prima aperto alcun confronto con la Galleria, la cui programmazione era perfettamente definita e già annunciata su tutta la stampa locale e italiana. Nei giorni successivi si sono svolte lunghe ed estenuanti trattative con assessori e dirigenti del Comune volte a cercare di convincermi a trasferire altrove le mostre, senza che questo ‘altrove’ prendesse mai la forma di uno spazio preciso e rispondente alle caratteristiche minime che sono necessarie (adeguatezza degli ambienti, climatizzazione, impianti di sorveglianza, illuminazione, ecc.). A me pareva molto più semplice cercare un luogo diverso per i prodotti tipici piuttosto che sfrattare un museo dalla sua sede storica.

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L’arte è figlia del potere, serve a dare l’illusione di contare, di essere tutti eguali, tutti partecipi.

ME: Pensi che i luoghi dell’arte non possano essere usati in altro modo?

MP: Non lo credo affatto, ma est modus in rebus! L’amministrazione comunale di Modena potrebbe anche, da domani, avviare un percorso di trasferimento definitivo delle sedi della Galleria civica altrove, in spazi magari anche più adatti. Ma sono processi che richiedono tempi e modi adeguati e lunghi. Quando uno spazio è individuato come museo le forme e i limiti del suo utilizzo sono di competenza del direttore e regolati da norme, regolamenti, standard internazionalmente riconosciuti, oltre che – in caso di edifici storici – dall’attività di tutela della Soprintendenza. Detto questo nei musei si leggono libri, si proiettano film e video, si organizzano spettacoli teatrali e di danza, concerti, attività educative di ogni tipo e persino (in spazi adatti) eventi che hanno a che fare con la cultura materiale.

Aggiunge Pierini:

Non ho mai incontrato un artista (un musicista, uno scrittore... a cui i tortellini non piacessero, ma ho anche riscontrato quanto i modenesi, una volta che si siano alzati da tavola, come tutti, amino leggere, andare al cinema, a teatro, alle mostre. La tradizione e la vivacità culturale della città – che naturalmente i modenesi percepiscono meno di chi viene da fuori, com’è naturale – sono evidenti: il festivalfilosofia, la Galleria Estense, le biblioteche, belle stagioni teatrali, un ottimo festival di musica barocca (Grandezze & Meraviglie), musica di alta qualità proposta da associazioni come gli Amici della musica, un cinema d’essai dalla programmazione sempre intelligente e accurata, per non parlare del fermento delle attività di base. Insomma, mi sembra riduttivo per la storia e la qualità della cultura modenese passata e presente limitarsi ai pur squisiti prodotti della cultura enogastronomica.

ME: La cultura ha un senso, nel senso restrittivo e autoreferenziale che le vogliono dare gli intellettuali, che pretendono di averne il monopolio?

MP: Il monopolio non ce l’ha nessuno e la Pop Art ci ha insegnato che cultura popolare e cultura d’élite non solo convivono ma possono mescolarsi e interagire tra loro. C’è un problema, però, di mantenimento dell’integrità – non soltanto fisica – del nostro patrimonio storico artistico. L’opera d’arte agisce sempre come una deflagrazione in noi, ci rende consapevoli del passato, ci aiuta a vivere il presente, ci proietta nel futuro. Considerarla “tappezzeria”, qualcosa “di bello” di fronte – o dentro al quale – si può organizzare un cocktail party significa (oltre che spesso metterne a rischio l’incolumità) staccare il detonatore, limitare o addirittura annullare quel potenziale attivo dell’opera (ma meglio dovremmo dire dell’intero patrimonio culturale) che ci trasforma in cittadini più consapevoli, e dunque migliori.

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Dimentica Marco Pierini che l’arte nella stragrande maggioranza dei casi non rende, non contribuisce ad aumentare il PIL, a diminuire il debito. In un periodo di grandi ristrettezze possiamo permetterci l’arte, ancora di più l’arte contemporanea? Non è meglio investire sul presente, sull’oggi, su fatti sicuri e non opinabili? (chi mette in discussione tortellini e cotechini e il reddito che producono?). Possiamo giocare e permetterci l’arte contemporanea? Possiamo permetterci di investire nella conoscenza, nella discussione, nella capacità critica? Possiamo permetterci di discutere? Possiamo permetterci di avere opinioni diverse? Possiamo pensare che il futuro non è domani ma anche dopodomani? Che non sapremo mai con alcuna certezza se l’arte di oggi sarà anche un’arte del futuro, vicino e lontano? Che dobbiamo culturalmente e strutturalmente, in termini ragionevoli certo, rischiare, inventare, rinnovare, cambiare, rivoluzionare?

Ma si dirà, in fondo una polemica banale, che si può risolvere velocemente mangiando un piatto di tortellini in brodo. E se invece fosse una piccola immagine del mondo contemporaneo, con i suoi valori, le sue certezze, le sue incapacità, le sue scarse ambizioni, con la sua smania di essere rassicurato e non spinto in mare aperto, a cercare nuove idee, nuove soluzioni? L’arte non ci darà soluzioni, ma forse problemi, caoticità, casualità, alla ricerca di una utopia di vita in cui l’arte è stata sempre parallela alla vita dell’umanità, da quando qualcuno dipinse nelle grotte di Lascaux grandi animali, e dei misteriosi quadrati, grandi, colorati. Erano circa 15.000 anni fa, erano uno o più appartenenti alla razza Homo Sapiens Sapiens. Che mangiavano, lottavano, dormivano, procreavano, ma aveva scoperto di aver bisogno anche di altro. E se qualcuno pensa che quelle immagini non li hanno aiutati a vivere, sbaglia di grosso. Io i tortellini li preferisco asciutti.

L’arte è figlia delle diseguaglianze: tra i popoli, le civiltà, le città, gli individui.

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9 Risposte a Possiamo permetterci l’arte contemporanea?

  1. Martina Cavallarin ha detto:

    Scrive Fabio Mauri: non so cos’è l’arte, ma so cos’è l’opera d’arte: un luogo di identità

  2. giovanna gentilini ha detto:

    I popoli e gli individui non sono uguali,qui sta la ricchezza di ciascuno e di tutti.Non confondiamo la disuguaglianza dei diritti con l’identità culturale

  3. I cotechini alla Galleria civica di Modena non sono una novità.
    Il direttore Marco Pierini si è dimesso in polemica con il Comune.
    Marco Pierini, sputtanando la Galleria civica di Modena da lui diretta, ha trovato il modo di mettersi in mostra. Ha denunciato un sopruso a quella che considera una sua proprietà, e col pretesto che al posto di alcune mostre, in occasione dell’Expo, il comune vorrebbe ospitare per qualche mese l’esposizione di prodotti tipici locali, si è attaccato al culatello, ai cotechini, agli zamponi e al lambrusco, ubriacando se stesso e l’Italia di indignate fesserie. Oggi non parlano di lui per il lavoro svolto, ma per aver manipolato un’ipotesi di programma, e gridato allo scandalo. Dopo quattro anni di assoluta inesistenza di una sua politica nazionale e locale, si sono così accorti della sua esistenza. La maggioranza dei modenesi ha scoperto di avere da trent’anni una galleria d’arte costata miliardi di soldi pubblici. Pierini ha esercitato per quatto anni il ruolo di proprietario della Galleria civica in base a una decisione presa trent’anni fa nella sede del Pci modenese. Un gruppo di scriteriati in-dipendenti di sinistra, eletti nelle liste comuniste, e capeggiati da un trombone della cultura locale di nome Emilio Mattioli, decise che venissero soppresse le commissioni culturali di gestione. Decisero che il Teatro e la Galleria civica dovessero essere a guida di un tecnico-manager con la responsabilità di formare e realizzare i programmi a suo piacimento, o a suo interesse. Per trent’anni ha prevalso il suo interesse. L’assessore, non potendo intervenire sui programmi che sono l’elemento portante di una politica culturale, è diventato una figura inutile. Mentre il Consiglio comunale, privo di strumenti di conoscenza specifica, si è sempre limitato ad approvare le proposte dei direttori. Nella loro stupidità, quei compagni furono geniali nell’emarginarsi da soli. Gian Carlo Muzzarelli, attuale sindaco di Modena, ha affermato secondo logica e ingenuo buon senso, che la Palazzina dei giardini è di tutti i cittadini e non del direttore della Galleria. Non lo avesse mai detto, il Pierini si è sentito leso nel diritto di fare, come sempre hanno fatto i suoi predecessori, i suoi comodi, o i suoi interessi, o i suoi giuochi, pagati dal denaro pubblico. Così ha gridato allo scandalo: “cotechini e lambrusco prenderanno il posto di alcune mie mostre”. (Detto tra noi i cotechini sono senza dubbio meglio e più artistici di tante sue mostre). Ciononostante, molti interessati ai lavori, si sono uniti al coro della sua protesta scoprendo di avere da sempre un nascosto interesse per l’arte, e di avere a Modena una Galleria. Chiunque sia passato per caso a visitarla ha certamente constatato che vi sono più alberi nel deserto del Sahara che visitatori alla Civica di Modena. Alcuni articoli di stampa parlano di mostre mai fatte, altri ne nominano 122 in trent’anni. Solo Michele Fuoco sulla Gazzetta ha elencato gli sprechi di miliardi di lire, e milioni di euro, che questi nulla facenti hanno succhiato alla collettività nascondendosi dietro il paravento dell’arte e della cultura. La direttrice precedente, Angela Vettese, espose un membro in erezione nell’atto di un coito orale (che ha definito artistico, ovviamente). Marco Pierini ci ha esibito la vagina di Yoko ono e il membro di John Lennon, anche loro in artistico amplesso. Le sculture pubbliche a Modena sono dei veri cessi. C’è un grappolo d’uva alto 20 metri con la scritta “Modena città del lambrusco”, commissionato da un gruppo di cantinieri con il consenso del Comune a un imbianchino di nome Erio Carnevali, già vice presidente socialista della fallita impresa di pulizie Generica. Queste sculture, per decisione di un assessore di nome Alberto Sitta, vengono scelte dagli sponsor. Così quando il pornoshop di Piazza Dante vorrà realizzare un fallo di 20 metri da mettere di fianco al grappolo d’uva, potranno reclamizzarlo con la scritta “Modena città del cazzo”.
    Sono stati sputtanati decine di migliaia di euro per coprire con un telo di Mimmo Paladino il restauro della Ghirlandina. Nessuno degli indignati firmaioli, solidali con Pierini, è mai insorto contro le puttanate che ho elencato mandando questi grandi direttori affanculo, anzi, gli appartenenti silenziosi al “genius loci”, con le istituzioni, e i padroni delle stesse come Pierini, vanno d’amore e d’accordo: non si sa mai che un’ eventuale critica finisca per compromettere il loro inserimento in qualche mostra o qualche privilegio. Inimicarsi un direttore vuol dire tirarsi addosso tutta la catena. Fra di loro sono solidali: tutti ciucciano il denaro pubblico, usano le istituzioni culturali per le loro carriere, si scambiano due gatti con un cane, e i cittadini pagano. Dovrebbero smetterla di raccontare balle: la Galleria civica di Modena nel panorama culturale nazionale vale zero. In quello internazionale molto meno.
    Lo scandalo vero è l’affidamento senza una commissione di controllo di una sede pubblica a un privato. Alla Palazzina non ci sono collezioni permanenti con migliaia di visitatori. Le grandi opere non le posseggono nemmeno in cartolina. Hanno invece grandi balle da sparare. Tutti i direttori che si sono succeduti, a sentir loro, hanno raddoppiato o triplicato i visitatori: non c’è biglietteria e quindi danno il numero di visitatori che vogliono; e loro, alla Civica, i numeri li danno spesso. Non c’è nessuno scandalo nel mettere dei cotechini alla Civica. Lì, i cotechini, nella gestione, ci sono da sempre!!!

    Adriano Primo Baldi
    Presidente associazione Adac

  4. cosmo messina ha detto:

    L’intervento di Adriano Primo Baldi lascia interdetti, così come l’articolo di Michele Emmer (sebbene siamo su un altro piano) non può non suscitare perplessità.
    Ma l’intervento di Adriano Primo Baldi colpisce per la sua rozzezza; deriva direttamente da quel famoso “con l’arte non si mangia” dell’ex ministro Tremonti. Le sue valutazioni su cosa sia o non sia catalogabile come arte potrebbero essere confutate facilmente da qualsiasi matricola del primo anno d’accademia o di un corso di laurea di area umanistica dell’Università. Non meritano il nostro tempo.
    Viceversa l’arroganza e la volgarità dell’intervento devono farci riflettere su un paradosso: si attacca l’elite dei parrucconi ecc. ecc. quando viceversa è proprio il Baldi ad appartenere ad un gruppo ristretto, limitato. Parliamo dell’elite di chi si può permettere di dire qualsiasi cosa senza avere gli strumenti per argomentarla con metodo, senza utilizzare analisi critiche, basandosi sull’umoralità. Gli esempi che riporta ci fanno tornare indietro, sul versante speculativo, di centinaia di anni,ad un mondo lontano. La grande maggioranza degli italiani, a prescindere dal livello di scolarizzazione, non è così. Proprio per la straordinaria tradizione artistica e cultuale che abbiamo ereditato, che abbiamo nel DNA, siamo un popolo colto e curioso, aperto al cambiamento, sensibile all’innovazione, in grado di distinguere e scegliere consapevolmente, senza l’ausilio delle “preziose” indicazioni di quella elite di cui il Baldi è valido esponente.

  5. Michele Emmer ha detto:

    Evviva Evviva!!!!
    La polemica

    Michele Emmer

    Evviva Evviva!!! La polemica. Il livello è quello che è ma Evviva evviva , la polemica, il livello è quello che è ma pazienza.
    Michele Emmer

  6. A Cosmo Messina debbo una dettagliata risposta punto per punto.
    Caro Cosmo, quando non si ha nulla da dire, basta tacere
    Adriano Primo Baldi

  7. Vittorio Sgarbi, sgonfia lo scandalo dei cotechini indigesti all’ex direttore della Galleria civica, Marco Pierini.
    Vittorio Sgarbi, intervistato dal “Carlino”a firma Valentina Reggiani in merito alle dimissioni di Marco Pierini da direttore della Galleria civica di Modena, avvenute in contrasto con il Comune che per l’Expo voleva spostare alcune sue mostre dalla Palazzina ad altra sede, per far posto a prodotti enogastronomici, alla domanda: “Secondo lei spostare le mostre in un altro luogo non rappresenta una perdita? «Assolutamente no, né dal punto di vista dei visitatori, né da quello culturale». Poi ha aggiunto altre interessanti considerazioni. Ritorno sull’argomento per informare l’ex direttore Pierini che a Milano, in convenzione con il Comune, l’associazione Arte da Mangiare, nata su progetto della scultrice topylabrys nel 1996, e che ha sede nella prestigiosa società Umanitaria, produce manifestazioni culturali dove il cibo e l’arte trovano appropriata compenetrazione. Addirittura è in programma allo spazio Le stelline, luogo deputato alle mostre d’arte, una rassegna di Arte da mangiare. Aggiungo anche che il concorso nazionale “Il più grande pasticcere”, ha destinato ai due vincitori uno spazio alla Triennale di Milano dove, in occasione dell’Expo, saranno esposte due sculture tutte di cioccolata. Quindi, si potrebbe dire a Pierini: queste mescolanze le fanno gli intellettuali d’avanguardia come te. Ma la verità non sta nella commistione tra arte e cotechini, sta nel concetto di proprietà che hanno questi direttori nei confronti delle Gallerie pubbliche che dirigono. Pierini non ha fatto una sola telefonata al sindaco per chiedere cosa stava succedendo, no. Ha detto qui comando io e se andate avanti vi sputtano ovunque perché l’argomento cotechini al posto delle mostre è di facile presa. Poi si è posto come uomo di rigore non attaccato alla poltrona, e lo ha fatto ben sapendo che dal suo ruolo di direttore le poltrone si programmano con le relazioni accumulate; con il potere esercitato, e con l’aggiunta di un pochino di martirio dimissionario. Per quanto riguarda le sedi io credo che in Teatro si debbano fare gli spettacoli, ma non di tutti i tipi. A Vasco Rossi non darei il Teatro comunale, ma lo stadio; ad Adriano Celentano non darei l’Arena di Verona, ma un grande prato verde: anche se dopo il suo passaggio di verde ne resterebbe ben poco. Quando moltissimi anni fa vidi Giorgio Gaber al Teatro comunale, espressi perplessità, anche se fin da allora ero amico del pittore-scrittore, Sandro Luporini, che di Gaber era il coautore. Il tramontato direttore della Galleria civica di allora, Pier Giovanni Castagnoli e l’assessore, mi fecero chiamare a Modena Luporini per offrirgli una mostra. Ma invece di una mostra l’allora direttore lo invitò genericamente a tenere i rapporti con lui. Luporini, personaggio schivo e che non ha mai voluto apparire rifiutando di partecipare alle trasmissioni di Baudo, Costanzo, Carrà ed altri (e che solo dopo la morte di Gaber, e per mia insistenza, ha accettato interviste dai grandi giornali nazionali), mi disse: “… ma io stavo bene a Milano e se non avevano proposte concrete non era il caso di farmi chiamare qui; e poi come dovrei tenere i rapporti: chiamare questo direttore ogni tanto al telefono, fargli gli auguri di Natale, interessarmi della sua salute, mandargli cartoline, prodotti tipici?”. Il punto è la logica con la quale si assegna al direttore un potere assoluto di decisione sui programmi senza confronto alcuno. I vari Pierini hanno fatto sì che spazi destinati alla pittura diventassero sedi di demenziali performance teatrali, installazioni strampalate, video da film a luci rosse, e altre amenità. Questi direttori d’avanguardia hanno spesso schernito i cosiddetti pittori da cavalletto: ma quello cosa fa, usa ancora il pennello? Se dirigessero il Teatro alla Scala cancellerebbero Verdi, Bellini e altri “decadenti”. Si sono sentiti padroni delle Gallerie pubbliche, depositari della cultura e dei suoi indirizzi che, con l’uso dei potenti strumenti messi dalle istituzioni a loro disposizione, e da noi pagati, hanno orientato e fatto passare ogni sorta di stravaganza. Nelle Gallerie d’arte si è esposto ben altro che cotechini: dall’orinatoio di Marcel Duchamp a New York, alla mostra sulla merda al Museo della scienza a Milano, alla merda d’artista di Manzoni. Dalle riprese di Martin Creed di persone che danno di stomaco sopra una telecamera, al video di Hermann Nitsch con “carne squartata e sangue mestruale”che ha incantato Angela Vettese che ha così commentato: “Quest’arte – carne squartata e sangue mestruale – può ancora essere considerata sacra, anzi, santa come la sofferenza di Cristo, tutta umana anche se tutta divina”. La citazione della nostra azzeccagarbugli è vera, purtroppo. Dopo tutto questo la rivolta dei Pierini contro i cotechini è da vegetariani della cultura…
    Adriano Primo Baldi
    Presidente associazione Adac

  8. La mela di Eva e l’Ultima Cena. Mostra, Bottura – Mazzoli

    Emilio Mazzoli, intervistato da una Tv locale, si è lamentato delle critiche alla mostra “Il manichino della storia”, proposta al sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli, dal cuoco Massimo Bottura e da lui stesso. Il sindaco, da esperto d’arte debuttante, ha fatto propria la mostra mettendo a disposizione 550mila euro, più l’affitto degli spazi espositivi (all’ex Manifattura tabacchi, Mata) e il lavoro per diversi mesi del personale della Civica, per un totale che alla fine si avvicina ai 700mila euro. Il presidente della regione, (cultura discutibile), riconosce la validità della mostra: il suo assessore di settore molto meno. Il sindaco vuole riservare lo spazio Mata agli artisti operativi sotto la Ghirlandina. L’assessore alla cultura a quelli internazionali. Sembrano tutti arrivati da Bosco di Sotto sul carro della famiglia Pavironica. Con l’aggravante che spendono i nostri soldi.
    Mazzoli ha dichiarato: “sono stato criticato da gente che non conosco e con cui non sono mai andato a cena”. Il quotidiano Prima Pagina gli ha immediatamente risposto: “ Stupenda questa impostazione dove per poter esprimere il proprio pensiero, e i propri dubbi, si deve andare a cena con Mazzoli”. Risposta esauriente e lapidaria. Nelle parole di Mazzoli mi riconosco personalmente. Nascondermi non sarebbe dignitoso. Ho ripetutamente criticato senza averne il diritto, almeno secondo il pensiero di Mazzoli, la sua mostra, la spesa, il luogo dove è stata decisa, le dichiarazioni di Mazzoli e del sindaco. Non ho criticato l’assessore perché pare inesistente, ma il curatore, Milazzo, si, l’ho criticato. Tutto questo senza conoscere Mazzoli e senza essere andato, mai una volta, a cena con lui.
    Il cibo si lega alla storia, alla cultura, alle tradizioni, e agli affari. Le chiamano cene di lavoro: mangiano, mangiano di tutto e mettono in conto. Però c’è il rischio. Basta guardare cosa ha combinato la signora Eva solo per aver mangiato una mela … E quei dodici a cena? Avrebbero mai pensato di avere tra di loro, alla stessa tavola, quel Giuda traditore? Sicuramente, no. La fiducia era totale. Non si è mai abbastanza cauti di fronte all’imprevisto: Cautum est in horas, dicevano i latini. Io cerco di stare attento, ma frequento le osterie dei poveri e non è detto che anch’io possa cascare in qualche cena discutibile. Semmai dovesse capitarmi veramente, giuro che tutti potranno criticarmi anche senza essere stati alla mia tavola, “ anche se non li conosco, anche se una sola volta li ho veduti”.
    La tavola è un posto pericolosissimo: per le compagnie che a volte si infiltrano, e atre volte per l’eccesso del conto. Nel corso della storia vi sono molti casi di avvelenamento propinato durante il banchetto a un re o a un imperatore, con conseguenze mortali. L’imperatore Claudio, è morto improvvisamente dopo aver mangiato un piatto di funghi avvelenati. L’imperatore, Caligola, venne ucciso dai pretoriani mentre andava a un pranzo. L’imperatore Commodo fu avvelenato durante un banchetto serale: vomitò cibo e veleno, ma venne ucciso ugualmente.
    Si convinca Mazzoli, a tavola si corrono dei rischi. Senza andare troppo indietro nei secoli, il nostro ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ha quasi fatto cadere il governo Renzi per la famosa cena dove è stato fotografato con protagonisti di mafia Capitale. Visto che Mazzoli accetta di essere criticato solo da gente che conosce, il suo amico Bottura avrà tutto il diritto, e credo anche il dovere, di criticarlo. Cerco di immaginare un eventuale dialogo tra Massimo Bottura e Emilio Mazzoli: “Vedi Emilio, non devi rilasciare altre dichiarazioni, come hai fatto, sostenendo che se la mostra avrà anche un solo visitatore sarai contento ugualmente: i nostri critici non sono artisti come noi; quelli, oltre all’invidia, pensano a quel che è costata, e alle masse; e Muzzarelli che di vecchie lire ne spende 1miliardo400mila, non ha preso bene la tua dichiarazione. Per Milazzo te lo avevo detto: 48mila euro “non sono abbastanza”. Se è arrivato a lamentarsi del suo compenso con la stampa, vuol dire che ha ritenuto inutile parlarne con noi. E’ vero che proprio tu avevi detto al sindaco di pagarlo il doppio: ma si doveva tener botta e non accettare la metà. D’altra parte per Muzzarelli, che non usa soldi suoi, non sarebbe stato un gran problema. Noi avremmo fatto bella figura con Milazzo, e le critiche …, le critiche, ci sarebbero state ugualmente. Gli invidiosi, sono critici a prescindere”. “Si, forse hai ragione, ma messo tutto insieme mi sembrava di esagerare: il catalogo a Panini e a mio figlio, i quadri venduti per la maggior parte da me …, tutto ci ruota intorno e alla fine, cosa vuoi, è andata così. Vuoi che io vada a pensare che Milazzo si mette a dire alla stampa che il suoi 48mila euro sono pochi perché spende dai 5 ai 7 euro per entrare in un Museo e perché spende altri quattro soldi per fotografare un quadro? Potevo pensare che ha dovuto spendere qualche piccola somma in quanto non lasciano fotografare per vendere il catalogo? Questa è l’Italia, ma un amico, prima di parlarne alla stampa, avrebbe dovuto consultarsi con noi. Vedi, quello che non sopporto è anche che uno come quel tale che si firma Adriano Primo Baldi, come se con quel nome fosse uno dei sei Papi della storia, si è messo a criticare senza nemmeno conoscermi e senza essere mai venuto a cena con me. Da te è venuto?” “No, mai!”. “E allora, come si permette?” “Questa storia deve finire! Pare che vada a dire in giro che se anche non verrà a cena con noi continuerà a criticare senza conoscerci. Cosa assurda! Non credi?”.
    Il dialogo lo finisco qui, ma molto altro si potrebbe aggiungere.
    A proposito di pranzi e cene mi vengono in mente i Promessi Sposi, e in particolare il dialogo che si svolge, a pranzo, tra il conte zio e il padre provinciale dei cappuccini. Bottura e Mazzoli, e lo dico senza criticare perché come dice Mazzoli non ne ho il diritto, nei loro dialoghi non sono minimamente assimilabili, almeno per raffinatezza, al conte zio e al padre provinciale, ma ogni epoca ha i suoi pranzi, le sue cene, e il suo declino!
    Adriano Primo Baldi

  9. Decidono all’osteria l’impiego dei soldi delle nostre tasse.

    Marco Miana è uno degli ideatori delle manifestazioni dei ‘Giardini del Gusto’ che si svolgono alla palazzina Vigarani. Il giorno 8 agosto, forse per il caldo, ha dichiarato: “Purtroppo sono state scritte troppe inesattezze. Forse non tutti sanno che il progetto è stato presentato da Mismaonda nel 2013, con il primo incontro all’Osteria Francescana di Bottura a dicembre”. Io so, ‘anche se non tutti sanno’, che il progetto costa ai cittadini la modica somma di 800mila euro. La società Mismaonda, buttata lì come se Miana non c’entrasse nulla, fa parte del gruppo di una società, anche sua, che si chiama Sosia&Pistoia. (Ma lui, figlio dell’ex senatore Pci Silvio Miana, non lo ha detto). Tutto resta in famiglia, come sempre. L’unica novità di questa farsa, sono gli uffici comunali trasferiti all’osteria di Bottura, e le sognate 8mila presenze giornaliere ai Giardini. Sono arrivate persone – ha dichiarato Miana – dal Giappone, dall’Australia e dal Sud Africa. Ha dimenticato quelle dalla Libia e dalla Siria sbarcate a Lampedusa, e quelle che si rifugiano alle mostre per sfuggire al gran caldo come al super mercato. Ha attaccato l’ex sindaco Pighi, dicendo: “Non dimentichiamo che la città è reduce da anni di deserto” e ha sviolinato Muzzarelli affermando che: “sta cercando di recuperare un rapporto coi modenesi trascurato per troppo tempo”. Aggiungendo: “Se ci fosse stato l’appalto avremmo partecipato”. Infatti, quando l’appalto c’è stato, non lo ha vinto.

    Secondo Paulo Coelho: “Il peggior difetto di chi si crede furbo è di pensare che gli altri siano stupidi”. Francamente non so da che parte cominciare. Provo dal sindaco Gian Carlo Muzzarelli. Gli ricordo il detto ‘dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’, e gli chiedo – questa volta senza ironia – di mandare una lettera di scuse ai cittadini.
    Può ammettere una sua gaffe, fatta a proposito della mostra Bottura – Mazzoli, quando ha dichiarato che ‘gli operatori culturali modenesi hanno dormito’. Gli è scappata. Con le dichiarazioni a volte si improvvisa. E’ lui che ha dormito pensando che la città non si sarebbe accorta di nulla convinto che: “chi ha fama di alzarsi presto può dormire fino a tardi”. Non è così. Suggerisco al sindaco di rivolgersi ai cittadini spiegando che la valanga di stupidaggini che si susseguono da quasi due mesi, lo coinvolgono. Mentre a lui ne è scappata una, tutti gli altri (a parte Bottura che ha avuto il buon gusto di non fare dichiarazioni), tutti gli altri hanno detto fesserie: Maria Carafoli con le 4mila500 presenze immaginarie alla mostra “Contaminazioni”; Emilio Mazzoli dichiarando che sarebbe soddisfatto anche se un solo visitatore andrà alla sua mostra (tanto i 700mila euro li paghiamo noi); il curatore Richard Milazzo, lamentando che con 48mila euro (più 10mila di rimborsi, tenuti nascosi fino a ieri, e deliberati con impudenza nonostante vi sia stato oltre un mese di polemiche) è stato malpagato perché per entrare in un museo ha speso 6 euro; l’assessore alla cultura che non ha potuto dichiarare nulla perché non esiste.

    Tutti questi signori hanno coperto il sindaco di ridicolo. Ha sbagliato a sceglierli, e questa è una colpa solo sua, ma tutto poteva pensare, meno che Marco Miana uscisse allo scoperto confermando quello che io ho scritto in precedenza: “Il sindaco, per programmare una spesa di 700mila euro per la mostra, e 800mila per gli spettacoli, si è rivolto a quattro amici dell’osteria sotto casa”. Sembrava una battuta … Ora, però, caro sindaco, esca dall’osteria e si rivolga ai cittadini. Può mentire se vuole, per assurdo sarebbe comprensibile, ma dica che le cose non andranno avanti come ha dichiarato Marco Miana. Faccia sapere ai cittadini che l’istituzione comune di Modena ha ancora la sua sede in piazza Grande. Dica che gli incontri si terranno in municipio e non all’Osteria Francescana (se non altro per quel che costa). Dica che gli operatori si possono rivolgere anche agli uffici dell’assessorato alla cultura nonostante l’assenza dell’assessore: c’è un signore di nome Cavazza che riceve i progetti e li mette agli atti.

    Io ho grande rispetto per i luoghi del bere. Ne sono, e ne sono stato, assiduo frequentatore. In uno di questi mi sono spesso trattenuto fino all’alba, cantando,
    “ un po’ bevuto”, opere liriche e filastrocche goliardiche a sfondo sessuale. Ma il sindaco neghi che un caso come quello degli 800mila euro dati a Marco Miana e Marco Panini si possa trattare un’altra volta all’osteria. Sarà forse una bugia, ma a volte è ammessa. “Oh, la bugia pietosa A’ medici è concessa”.
    Quello di Muzzarelli più che un Comune mi sembra un ambulatorio con lui primario: lo difenda dunque, e lo riporti alle sue tradizioni e ai suoi uffici. Le scelte programmatiche continueranno ad andare a vantaggio di amici e compagni, ma almeno siano discusse fuori dai fumi alcolici di ambienti inappropriati con amici di baldoria. La dichiarazione di Marco Miana si è conclusa dicendo: “dovremmo sederci di più insieme (sempre all’osteria?) per confrontarci e trovare idee condivise”. Miana sta guardando al futuro, ma mi permetto di suggerire al sindaco di uscire dall’ambiente ‘gastroenologico’.

    Nel sito di Mismaonda, richiamato da Miana, c’è una citazione di Filippo Marinetti: “Mangia con arte per agire con arte”. Con questo motto 800mila euro di nostri soldi vengono spesi in spettacoletti ai Giardini Ducali […]. Marinetti era un artista e un buontempone, ma Muzzarelli non dovrebbe affatto fare il buontempone con i soldi delle nostre tasse. Questo esperimento dei Giardini del Gusto si è ormai delineato come un flop senza precedenti, sbandierato con numeri di presenze immaginarie per giustificare un esborso da barzellette da osteria. Mi consenta il signor sindaco: venga fuori dalla Francescana, ormai si vede tutto, faccia finta che sia l’alba, e, almeno per il futuro, si ritiri in municipio
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    Adriano Primo Baldi

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