Lelio Demichelis

È arrivato Natale, arriverà l’Anno Nuovo e butteremo (anzi, secondo la nuova grammatica della politica: rottameremo) quello vecchio. Tempo di festa, dunque e finalmente. Quel tempo della festa che una volta era sospensione dal lavoro e dalla fatica, dalla normalità/banalità quotidiana. Un tempo di-verso da quello di tutti i giorni, che portava gli uomini verso un altro tempo e in un altro senso della vita, anche se spesso (“noi li obbligheremo a lavorare, ma li faremo anche divertire”, dice il Grande Inquisitore di Dostoevskij) era lo stesso potere che dettava non solo il tempo di lavoro ma anche quello delle feste (appunto) comandate secondo calendario.

Ma se le renne di Babbo Natale, questa notte avessero fatto sciopero (o creato un evento, dicendolo con termine massmediatico) per richiamare l’attenzione di tutti sull’eccesso di velocità in cui stiamo vivendo? Se avessero protestato per un carico di lavoro ormai insostenibile e richiesto loro da una economia che ha come unico valore l’incremento incessante e compulsivo della produttività (anche delle renne di Babbo Natale)? E se per questo loro merito le chiamassimo con il loro vero nome – Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder, Blitzen e infine Rudolph, quella dal naso rosso – cioè se le considerassimo soggetti con dei diritti e che dicono cose importanti per noi - e non le pensassimo quindi solo come animali sia pure magici?

Già, perché da tempo hanno rubato il Natale. Hanno rubato il tempo della festa. Di più: hanno rubato il tempo della vita libera e autonoma e non connessa a qualche apparato tecnico che ci detta il tempo e il ritmo e la velocità e la necessaria dose di flessibilità. La distinzione tra tempo tecnico e tempo di vita è stata cancellata, come cancellata è la distinzione tra tempo di lavoro e di non-lavoro (o di lavoro precario e sfruttato) e sempre occorre essere al lavoro, sia esso di produzione, di consumo, di divertimento. Un lavoro a produttività e a organizzazione scientifica crescente. Tempo in cui si deve consumare perché il tempo della festa è la festa del consumare (e se per colpa della crisi molti oggi consumano meno, sperano di poter tornare a consumare domani).

Il tempo della festa, della vita, il tempo per se stessi ovvero il tempo di ciò che deve essere straordinario e a-normale è stato banalizzato e standardizzato dal mercato e divorato dalla velocità crescente imposta dalle macchine. Perché la macchina del tempo non è quella immaginata da H.G. Wells nel 1895, dove l’uomo-viaggiatore nel tempo era ancora un soggetto che sapeva viaggiare, agendo sulle leve della macchina e decidendo la meta del viaggio temporale. La vera macchina del tempo – quella che produce il tempo degli uomini e per gli uomini - esiste da più di duecento anni e si chiama capitalismo e tecnica.

Lo aveva capito Charlie Chaplin nel suo Tempi moderni (1936), dove i titoli iniziali hanno come sfondo un orologio, mentre le prime immagini accomunano un gregge alle persone che escono dalla subway per andare al lavoro là dove si realizza il gregge della società industriale. In realtà, per chi crede, il tempo nasce con Dio, che lavorò sei giorni ma poi si riposò, perché anche Dio può stancarsi e perché tanta produttività meritava poi un giusto riposo. Ma a quei tempi Dio ragionava ancora in termini di giornate di lavoro, un tempo oggi assolutamente inefficiente (un’intollerabile perdita di tempo), tutti presi da una frenesia che fa dire incessantemente: non ho tempo! O che fa fare mille cose contemporaneamente, perché se il tempo deve andare più veloce (perché sia a produttività crescente) occorre imparare a fare più cose nello stesso momento e non solo più velocemente una cosa per volta.

E dunque: chi controlla il tempo – dividendolo sempre più per aumentarne la produttività, spezzandone la linearità e il senso dà il tempo alla società e agli individui ed è padrone non solo del tempo ma degli uomini e della loro vita. Perché se scomporre il lavoro significa impedire a chi lavora di conoscere l’intero processo di produzione/consumo (e quindi di volerlo magari controllare o modificare, riducendo almeno un poco l’alienazione), suddividere il tempo e velocizzarlo significa togliere ogni senso umano e ogni futuro alla vita. Dalla alienazione del lavoro alla alienazione del tempo.

Scriveva un grande sociologo americano del secolo scorso, Lewis Mumford: “l’orologio e non la macchina a vapore è lo strumento basilare della moderna era industriale”. E l’orologio ha dissociato (ancora Mumford) il tempo dagli esseri umani, che sempre più si sono affidati a una macchina per misurarlo e suddividerlo sempre di più, quindi a velocizzarlo. Così rinnegando la linearità stessa del tempo, ormai senza più storia, senza futuro e senza più un’utopia o un pensare umano e politico.

È la vecchia questione della produttività e del profitto (dalla catena di montaggio di Ford alla rete di oggi), autentica ossessione industriale e capitalistica diventata ossessione sociale e individuale, con tutti che ora devono essere a prestazioni crescenti, mettendo al lavoro il massimo del proprio capitale umano. Ma insieme a questa ossessione, anche il mito della tecnica e davvero siamo tutti futuristi in servizio permanente effettivo. Un mito che vive nel sillogismo: più macchine uguale più tempo libero per gli uomini.

Una falsità clamorosa (una favola per bambini), ma che tutti ogni volta credono vera - e la rete ne è l’ultima conferma. Una falsità, però utile e necessaria per l’economia e la tecnica, perché se tutti abitano sempre più in momenti di tempo senza dimensione – ancora la rete - smettono di pensare al futuro e a progettarlo e si concentrano invece proficuamente (per l’economia) sull’oggi e su produrre-consumare-divertirsi-innovare-connettersi smettendola di fare cose inutili come ‘immaginare una società migliore’ o conoscere se stessi per essere se stessi.

E dunque? Dobbiamo sperare che le renne (che già erano sufficientemente veloci per realizzare i nostri desideri), questa notte (analogamente a milioni di uomini che nel Novecento hanno lottato per contrattare anche, riducendoli, i tempi di lavoro) abbiano scioperato (e che nessuna Authority le accusi di interruzione di pubblico servizio, ovvero di interruzione dell’economia capitalista) – o dobbiamo chiedere loro di farlo almeno il prossimo Natale. Solo modo, forse, per riprendere - gli uomini - il potere sovrano di dire alle macchine a quale velocità devono andare (le macchine; non gli uomini).

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2 Risposte a Il tempo e lo sciopero delle renne

  1. antonellacostanzo ha detto:

    Se le renne hanno scioperato, anche Babbo Natale ha scioperato quest’anno: ha scioperato la festa e la solidarietà tra esseri umani e tra esseri umani e il pianeta.
    Chi controlla il tempo ci costringe alla simultaneità della produzione e soprattutto separa le forze produttive dagli strumenti di lavoro, le macchine (diventate per altro blindate nella loro composizione e sconosciute).
    La simultaneità ha avuto, dunque, questo effetto: l’alienazione del tempo (passato, presente, futuro), categoria non più a priori ma estranea alla nostra esistenza (chi controlla il tempo fa i conti con lui per noi).
    Ci resta lo spazio, non lasciamocelo sfuggire

  2. alessandra ha detto:

    Come le cose che ci ostiniamo a tenere troppo strette ci sfuggono dalle mani, così questo tempo costantemente monitorato e rincorso ci scappa e si prende la nostra vana fatica di stargli dietro, perché il tempo non si fa prendere, non si può prendere, essendo la sua natura quella di un fuggitivo.
    Ma siamo fuggitivi anche noi a volerlo; possiamo attendere, fare i bambini che alla vigilia di Natale aspettano scalpitanti l’arrivo di Babbo, con le sue renne gioiose e non affaticate. E oltre al tempo dell’attesa possiamo prenderci quello della speranza di vedere che magari in un tempo altro, lontano dal tutto subito, qualcosa possa cambiare ed essere migliore.
    Possiamo sconnetterci e prenderci il tempo di non fare niente, di fare cose non produttive o farle senza condividerle, o condividerle senza l’ausilio della rete.
    Possiamo avere il tempo del dolore e della sofferenza, che necessitano anch’essi di tempo poiché deve finire il tempo dell’obbligo a dire meccanicamente “tutto bene!”.
    Scriveva l’immensa Alda:
    “Spazio spazio, io voglio, tanto spazio
    per dolcissima muovermi ferita:
    voglio spazio per cantare crescere
    errare e saltare il fosso
    della divina sapienza.
    Spazio datemi spazio
    ch’io lanci un urlo inumano,
    quell’urlo di silenzio negli anni
    che ho toccato con mano.”
    Prendiamoci il tempo per ritrovare o trovare questo spazio.
    Buone feste.

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