G.B. Zorzoli

La rivoluzione digitale ha già comportato la distruzione di milioni di posti di lavoro, ma ce n’est qu’un debut: ad esempio le banche europee hanno digitalizzato fra il 20% e il 40% delle loro procedure, con la piena digitalizzazione ridurranno del 20-25% il numero di impiegati. Nei prossimi vent’anni, quasi metà di chi lavora nelle libere professioni potrebbe essere sostituito da tecnologie digitali. Anche la maggior parte degli analisti che considerano positiva la metamorfosi in corso, ammettono che per un periodo relativamente lungo avremo più distruzione che creazione di posti di lavoro.

«Growth without jobs» è il titolo dell’editoriale della direzione del “New York Times”, pubblicato l’1 agosto 2014. Malgrado l’eccezionale crescita del PIL nel secondo trimestre dell’anno (+4%), «per il quinto mese consecutivo la settimana lavorativa media è rimasta ferma a 33,7 ore. Gli straordinari, che una volta rappresentavano un sostegno sicuro per i lavoratori americani, in luglio è crollato per il secondo mese consecutivo. Nella migliore delle ipotesi, il salario orario medio nell’ultimo anno ha tenuto il passo con l’inflazione… Fra i giovani che riescono a trovare lavoro, molti hanno impieghi part-time o nella fascia retributiva bassa, nei quali non utilizzano le competenze acquisite negli studi o nelle precedenti esperienze professionali».

Concorda il presidente della Federal Reserve Janet Yellen, che il 22 agosto 2014, al summit fra i responsabili delle banchi centrali, ha definito «fragile» il mercato del lavoro americano: eccesso di disoccupati di lunga durata, troppi posti di lavoro part-time imposti da ragioni economiche e non da scelte volontarie. Queste valutazioni sono confermate dall’OCSE: l’indice Gini (se vale zero indica la massima uguaglianza, se vale uno la massima disuguaglianza) negli Stati Uniti è pari a 0,38, contro 0,34 in Italia, 0,30 in Germania, 0,29 in Francia e Olanda. E, sempre negli Stati Uniti, il 10% più ricco della popolazione ha un reddito 5,9 volte quello del 10% più povero (4,3 in Italia, 3,5 in Germania, 3,4 in Francia, 3,3 in Olanda).

Il denaro affluisce infatti sempre di più verso il capitale e sempre meno verso il lavoro, ricreando una polarizzazione sociale, dove al vertice stanno gli happy few del potere reale, soprattutto finanziario. La quota di ricchezza in mano all’1% che sta al vertice, è cresciuta in USA dal 9% degli anni ’70 del secolo scorso all’attuale 22%. Ed è l’1% ai vertici della scala sociale a orientare gli investimenti, quindi lo sviluppo di una società sempre più disarticolata in termini professionali e umani. Secondo la cruda definizione del sociologo David Graeber, i posti di lavoro si dividono ormai in due categorie: i pochi possessori delle competenze richieste dal mercato e l’enorme massa dei bullshit jobs.

Non stiamo dunque assistendo alla fine del lavoro, ma all’abolizione crescente di quelli che richiedono competenze specifiche, sostenute da buona manualità o da una normale capacità intellettuale. Si sta configurando un sistema economico dove, accanto a un numero limitato di creativi altamente qualificati, che nei settori high tech svolgeranno attività a loro volta minacciate da repentina obsolescenza, serviranno sempre di più soltanto persone da impiegare in lavori che non richiedono particolari professionalità. Potendo pescare in una platea molto più vasta di donne e uomini in cerca di occupazione, precarietà e bassa retribuzione saranno le caratteristiche dominanti.

Poiché alla lunga una situazione del genere rischia di far saltare il banco, in assenza di cambiamenti radicali si andrà necessariamente verso l’adozione di strumenti come il reddito di cittadinanza; ovviamente di entità contenuta e condizionato dall’accettazione, quando serve, di lavori occasionali. Cambiamenti radicali hanno però come prerequisito proposte alternative credibili, cioè in grado di fare i conti, concretamente, con la complessità dell’odierno assetto sociale., di cui oggi si avverte drammaticamente l’assenza.

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Una Risposta a Lavoro zero

  1. alessandro di pietro ha detto:

    infatti si stanno distruggendo pezzi di vecchia economia reale con la digitalizzazione e si ha una ridistribuzione della ricchezza che è un abberrazione della legge di pareto, che già nel 900 ha portato a lotta di classe, che ha portato alla costruzione dello stato sociale europeo, distrutto dalle politiche neoliberiste reganiane e tacheriane, va ricostruito tramite leva fiscale, perché altrimenti si avrà forte conflitto sociale che in paesi armati fino ai denti come gli usa non so dove può portare, in europa stanno riemergendo i nazionalismi, cosa molto pericolosa perché sono teste calde organizzate come i fasci di merda che risolvono i problemi nella vecchia maniera con cui i nazionalismi risolvevano il problema: guerra mondiale, massacri inutili per mangiarci pure sopra, stampavano moneta per lo sforzo bellico e investivano in armamenti impianti che producono strumenti che servono solo ad ammazzare come è accaduto alle nazioni coinvolte nella seconda guerra mondiale sia quello che successe in germania negli anni trenta e in america o in giappone, la soluzione che mi viene in mente è keynesiana, la forza del capitalismo è nella cattiva allocazione delle risorse, quello che keynes chiamava animal spirit: suscitarlo per cose utili, per questo mi viene in mente che porre vincoli ambientali al sistema potrebbe portare ad un vincolo che sviluppa tecnologia utile per l’ambiente e che genera lavoro, impianti che trattano il ciclo produttivo in modo meno impattante, una nuova corsa come fu la corsa allo spazio, poi visto che siamo una società in cui la vita media si è allungata, si avrà bisogno di prendersi cura degli anziani e questo si risolve con lo stato sociale: servizi alla persona. per come la vedo io: leva fiscale per lo stato sociale e investimenti in tecnologia ecosostenibile: impianti chimici, meccanici e quant’altro che ora mi sfugge, il denaro per un capitalista è un idolo e ciò che lo spinge ad accumularlo, il famoso animal spirit, ma viviamo in un economia di moneta che va in qualche modo ridistribuita altrimenti si crea conflitto sociale e disordini, frustrazione che genera risposte molto spesso violente, i nazionalismi stampavano moneta per lo sforzo bellico e investivano in impianti per produzione di armamenti che servono a una cosa sola: fare la guerra, per come la vedo io stampiamo moneta per cose utili per investimenti produttivi, per questo a questo continente europa serve un sovrano che vinca la paura e investa in cose utili, perché il sistema sta tornado ai nazionalismi che stampano comunque moneta, ma per fare la guerra.

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