Dalila D’Amico

Dal 26 Novembre al 7 Dicembre sul palcoscenico del Hungarian Theater di Cluj (Romania) si è svolta la quarta edizione di Interferences, il festival diretto dal regista Gábor Tompa. Il fil rouge che ha legato compagnie molto differenti tra loro è stato “Storie del corpo”, materia emblematica e imprescindibile per la pratica teatrale che si apre a ventaglio su una infinita varietà di modi di intendere, agire e significare la corporeità.

Molto diversificata infatti la risposta degli artisti, che hanno assunto il corpo ora come testo da scrivere direttamente in scena, ora come soggetto da raccontare, ora nella sua assenza. Presenti invece i corpi degli spettatori, non solo perchè ogni sera numerosi, ma soprattutto perché, certi e orgoliosi di essere la conditio sine qua non di ciascuno spettacolo, reclamavano l'eventuale ritardo battendo le mani o lasciavano la sala di fronte ad un eventuale tradimento. Una risposta di corpi ad altri corpi, che avvalora la natura del teatro quale luogo dell'incontro con l'altro.

In questa osmosi energetica tra palco e platea, occupa un ruolo singolare Amore e Carne del regista italiano Pippo Delbono. La performance, perchè di spettacolo non si può parlare, ha infatti letteralmente diviso gli spettatori rumeni tra chi inorridito ha abbandonato la propria poltrona, chi ripensando al costo del biglietto è rimasto seduto guardandosi attorno con aria circospetta e chi ha risposto entusiasta alla chiamata del regista battendo le mani al ritmo delle sue cantate.

Il dispositivo di Amore e Carne è l'ormai consuetudinario schema Delbono: abbattere ogni parete tra la scena e lo spettatore, ingaggiando di quest'ultimo la disposizione alla com-passione e licenziando quella alla riflessione. L'enfatizzazione del problema tecnico, il gioco con la traduttrice Monica, il racconto delle proprie problematiche familiari e personali, si costituiscono come espedienti di attestazione del reale e cornice della lettura (gridata) di alcune poesie di Pasolini, Rimbaud, Whitman ed Eliot, accompagnata dalle note del violinista rumeno Alexander Balanescu. Il risultato è una composizione drammaturgica confusa e debole in cui l'unico segno di corporeità è dato dalle parole dei poeti e dalle reazioni degli spettatori. Quasi assente è infatti il corpo di Alexander Balanescu, ridotto a decoro di un palcoscenico scarno, indisciplinato quello dell'attore/regista che alterna danze naif a movimenti casuali e privi di necessità drammaturgica.

Paper Music dell'artista visivo William Kentridge sembra riflettere sull'inconsistente corporeità dell'immagine quando privata dal registro sonoro. La scena è sovrastata da un monitor su cui scorrono mute animazioni. A conferire peso a queste immagini sono i corpi e le voci sul palcoscenico della cantante africana Ann Masina e dell'australiana Joanna Dudle, le note del pianoforte di Vincenzo Pasquariello, i rumori del compositore Philip Miller. Paper Music si articola in una serie di dieci video tratti dal repertorio dell'artista sudafricano, come ad esempio Felix in Exile (1994), Tide Table (2003), and Other Faces (2011) Carnets d’Egypte (2010), The Refusal of Time (2012), qui “ri-musicati” e rivitalizzati da una complessa scrittura che converte i corpi in musica, le parole in segni grafici, gli oggetti in dispositivi scopici che sondano visioni interiori.

Il rapporto immagine/sonoro al centro dello spettacolo si incrocia infatti con quello del tempo e della memoria. Paper è il foglio che accoglie una traccia di pensieri che prende forma tramite la scrittura e il disegno, in una fluida animazione che restituisce le percezioni e le sensazioni dell'apartheid e del colonialismo trattenute da Kentridge. Cosi, la dimensione mentale del monitor, che condensa ricordi ed emozioni in un tempo compresso e in uno luogo senza gravità, si scontra e dialoga con lo spazio fisico, vitale e ritmico che i corpi dei performer ridisegnano sulla scena.

Gli spettacoli offerti da Interferences, sembrano cogliere le storie del corpo in una zona liminale. Se Kentridge si concentra sul crinale tra il virtuale e l'attuale, Nona Ciobanu con Who shuts the night trova il corpo tra il presente e la memoria iscritta sulla pelle, quelle delle vittime dell'olocausto, ma anche quella dei carnefici nazisti. In bilico su un'altra soglia risiedono anche i corpi di Paysage Inconnu, la coreografia diretta e interpretata da Joseph Nadj accanto al danzatore Ivan Fatjo. I due corpi in abito nero, sono stretti tra l'essere uomini e l'essere cosa, privati d'identità mediante una guaina che ne neutralizza l'espressività del volto. Durante tutto lo spettacolo ci sembra di assistere ad un processo di metamorfosi che via via trasfigura la loro fisionomia umana in una più simile a quella animale o vegetale fino a prosciugarla di ogni linfa vitale e ridurla a natura morta.

La performance affonda la propria natura tra la danza e la pantomima, declinandosi in un susseguirsi di quadri, sketch e azioni apparentemente non consequenziali. I due uomini sembrano infatti ingannare un'attesa con azioni quotidiane e movimenti spezzati che fanno da contrappunto alla partitura musicale suonata dal vivo. Un Vladimiro e un Estragone che a furia di aspettare si fondono con uno spazio scenico che si presenta come cumulo di oggetti che trattiene e inghiotte i due attanti. La coreografia si chiude infatti in un tableau vivant che ritrae i due corpi inerti all'interno di una vasca da bagno di zinco.

Paysage Inconnu è un alfabeto di segni, figure, suoni e suggestoni che trovano la propria sintassi nei passaggi di stato: dall'uomo privo di identità dell'inizio dello spettacolo a una natura selvaggia espressa da un petto nudo che si muove con la testa all'ingiù. Dal movimento frenetico alla stasi. Nel complesso le compagnie selezionate da Gábor Tompa portano in scena un corpo che dimora in una zona di confine, fluido e sfuggente, tramite di discorsi, bacino di Storia e memoria, crocevia tra sé e l'altro, protesi dello spazio circostante.

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