Roberto Ciccarelli

“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre, 2014). Questa è una delle frasi più importanti in un reportage particolarmente ispirato che segue di pochi mesi uno analogo scritto da Pucciarelli e Russo Spena sulla Syriza di Alexis Tsipras. Segna una distanza irreversibile rispetto alla discussione italiana ferma allo schema archeologico del fronte popolare. Tale unione non corrisponde mai ad un conflitto reale. Il conflitto, anzi, si svolge tra le parti che dovrebbero realizzare una simile unione. Un’unione che, non a caso, non si realizza mai.

Il disgusto per la sinistra

“Sinistra” è una parola impresentabile in società. Per gli spagnoli indica la vergogna della corruzione del Psoe; per i francesi significa l’ignobile social-liberismo dei socialisti di Hollande: per gli italiani l’opportunismo cinico, infantile e autoritario del partito democratico di Renzi. Per tutti la sinistra è il sinonimo del disgusto per chi si sente di sinistra. Per fare un reportage bisogna essere curiosi. E sentire un’impellenza. Pucciarelli e Russo Spena vogliono spiegare perché in Spagna, non si parla più di “sinistra”, come aspirazione ad un dover essere, ma di una “sinistra” come una pratica costituente. Per questo “unire la sinistra” è un’idea che è stata da tempo abbandonata per manifesta incompatibilità con il senso comune, creato tra l’altro dagli imponenti movimenti contro l’austerità e la corruzione in Spagna dal 2011 a oggi.

Con semplicità quasi teleologica, questo libro mostra che è possibile far coincidere le aspirazioni con la vita di ciascuno. Qualcosa che il neoliberismo ha reso impossibile. O, almeno, così sembra. Per capire la spettacolare ascesa di Podemos dalle europee di maggio a oggi (avrebbe il 27% dei consensi in Spagna, come Syriza in Grecia) chi in Italia si definisce “di sinistra” - ma lo stesso vale per chi si riconosce nei “movimenti” - dovrebbe fare uno sforzo apparentemente proibitivo.

In primo luogo logico: “sinistra” non è il risultato della somma di identità o reti, incarichi o cadreghe, individualità egoiste e concorrenti, ma è un processo di auto-trasformazione delle identità così come del campo politico in cui esse si riconoscono. Il movimento è complicato, e si chiama immanenza. In questo movimento tra l’essere contro e dentro uno spazio di “sinistra”, c’è la politica oggi.

Che cos’è la sinistra “conservatrice”

Iglesias dice anche un’altra cosa: la “sinistra è conservatrice”. Lo dice (in italiano) da un punto di vista di sinistra, di chi viene dai movimenti - No Global e i disobbedienti. Iglesias, come Tsipras (che però venne fermato ad Ancona) era a Genova nel luglio 2001, insieme a mezzo milione di persone che veniva da tutta Europa. Il suo punto di vista non è quello di Renzi e, ancor prima, di Berlusconi. È quello che hanno sempre sostenuto i movimenti dagli anni Settanta ad oggi. Prima contro il Pci, oggi contro la sinistra neoliberista. Per Iglesias la sinistra è conservatrice in tutta Europa, e non solo in Italia, perché è l’espressione di paesi conservatori che custodiscono il ricordo di un’età dell’oro: il vecchio patto fordista-keynesiano. Quello che permise alla classe operaia di aspirare a diventare “ceto medio” e al “ceto medio” di diventare il centro di gravita permanente della politica, della società, all’interno dei flussi economici e corruttivi di una società in disfacimento.

Oggi quell’età dell’oro è improponibile: il capitale finanziario espropria la ricchezza comune; lo stato esiste per distruggere il Welfare e affermare lo stato penale contro i cittadini. Pensare che il ceto medio sia il soggetto che restauri la normalità perduta è pura illusione. Così come è illusoria l’idea di ricostruire un equilibrio tra democrazia e capitalismo. Podemos, inoltre, è la prima manifestazione di una soggettività di massa che spacca il fronte del bipolarismo, e delle larghe intese, tra socialisti e democristiani. E mostra la possibilità - ancora tutta da comprendere e soprattutto da praticare - di un modo diverso di creare norme e istituzioni all’interno di una democrazia partecipativa, radicale e dal basso e non delegata, né rappresentativa.

Fuori dal campo grillino

Podemos è un ufo per il piccolo mondo antico della politica italiana. Subito i manutengoli del senso comune l’hanno ristretto alla commedia dei Cinque Stelle. Eppure Iglesias, e il ristretto giro dell’università Computense di Madrid citano - in pubblico, meno in Tv - Toni Negri, Gramsci, Ernesto Laclau o il Venezuela. Parlano di “movimenti”, “socialismo”, assomigliano alla prima generazione del movimento operaio europeo.

Non pongono il problema della proprietà dei mezzi di produzione, né della rivoluzione. Per questo non possono essere definiti “comunisti”. Considerati i rapporti di forza in Spagna, e in Europa, sarebbe del tutto prematuro, per non dire grottesco. Loro dicono di essere realisti, cercano il consenso, ma certo non sono antipatizzanti verso Marx. Al momento più che comunisti, sono socialisti europeisti, riformisti e di sinistra. Per le definizioni, tuttavia, è ancora presto. Come nel caso di Syriza, molto dipenderà dall’arrivo al governo. Un’esperienza insidiosa per tutti, oggi, in Europa.

L’ambizione smisurata del leader Iglesias, con la quale Pucciarelli e Russo Spena non sembrano simpatizzare molto, non mira a stabilire una dittatura nel partito ma a sviluppare una forza politica. Si, certo, Podemos protesta contro la “casta”. Ma questo non basta per ridurlo al folklore grillino. La protesta è contro la corruzione endemica del capitalismo finanziario e della democrazia europea. In più la democrazia elettronica di Podemos non è guidata da un’azienda come la Casaleggio&Associati. Non litigano sugli scontrini. I deputati europei hanno stabilito che il reddito è di 1700 euro e basta. Soprattutto non hanno cercato l’alleanza con Farage e altri liberisti xenofobi e nazionalisti europei. Stanno nella sinistra europea, cercano alleanze e coalizioni con gli altri movimenti.

Podemos ha cioè acquisito la principale innovazione culturale dei movimenti del XX secolo: quella che Deleuze e Guattari hanno definito la teoria dei “blocchi di alleanza”. Un approccio semplicemente inconcepibile per il velletarismo totalitario dei Cinque Stelle.

Politica dei desideri

Intendiamoci, ogni aspirazione democratica è legittima: fare volontariato, creare un club della lettura, auspicare una riunione di condominio. E anche fare la sinistra. E non importa che lo stesso slogan abbia conosciuto esiti elettorali particolarmente mediocri, un atto di testimonianza marginale all’interno di un campo politico evaporato dalla fine del Pci e poi dall’implosione della Rifondazione comunista di Bertinotti.

In Spagna chi fa Podemos - “possiamo”, verbo che vale come un’esortazione, ma anche come la realizzazione di una potenzialità, oltre che un potere collettivo - non ripete la legge del dovere recitata come il vangelo in ogni assemblea della sinistra, a tutti i livelli. Si deve, ma non si può fare. Si allude alla possibilità di esistere, anche se non si esiste. Ci sarebbero dei diritti, ma non si possono avere. Si potrebbe lavorare, ma ora non è possibile. Si può sognare, ma bisogna farlo dopo. Invece lo possiamo fare ora e adesso, cioè nel tempo della politica: il presente.

Fare politica oggi

Il corollario di questa tesi Pucciarelli e Russo Spena lo trovano nelle testimonianze raccolte tra attivisti e dirigenti di Podemos: «La politica è desiderio. Fare politica nel XXI secolo è capire le condizioni di sfruttamento dell’operaio cinese, la negazione del diritto allo studio della studentessa spagnola, i problemi di salubrità nelle favelas di Rio di Janeiro, la precarietà del ricercatore italiano o la rabbia del gay russo. La politica è desiderare di essere la parte che crea un altro mondo». «Vogliamo occupare il centro della scena politica. Ci auguriamo che la nostra storia e il nostro progetto diventino maggioranza, senza mediazioni col sistema politico che ci governa dal 1978. Noi rappresentiamo il futuro».

Fare politica nel presente significa liberare il desiderio; identificarsi in una parte dei senza parte; collocarsi lì dove c’è la partizione tra ruoli e classi, ma dal punto di vista dell’universale. Questo significa abolire la stessa partizione.

La differenza con chi vuole “fare la sinistra” è colossale. E risale sino ai tempi di Marx: non è necessario trovare una collocazione in uno spazio già dato (cioè a “sinistra”), ma abolire le regole che hanno creato quella divisione dello spazio politico per aprire il campo all’universale. Così si spiega il fastidio di Podemos per la destra o per la sinistra. La sua politica è chiaramente di sinistra, ma eccede programmaticamente la divisione classica invalsa sin dalla Rivoluzione francese. In questa “eccedenza” nasce l’apertura che fa affluire il respiro, crea l’entusiasmo, l’identificazione con un universale concreto e singolare, il desiderio di agire insieme.

Il problema del populismo

«Noi siamo per l’unità popolare, un concetto più ampio dell’unità della sinistra” aggiunge Iglesias. Non è una definizione da poco, non priva di ambivalenze. Designa un campo che il socialismo neo-bolivariano, o le teorie sul populismo di Ernesto Laclau nelle quali si riconosce Podemos, declinano in maniera molto diversa dal “populismo digitale” grillino. Il “popolo” è l’universale che sta al di là della “destra” e della “sinistra” e cambia le partizione dei ruoli che per tradizione vengono assegnati a questi concetti. Per Grillo questa funzione la svolgono i “cittadini”.

Nel popolo Podemos identifica un soggetto generale della politica, il 99% di cui parlavano Occupy Wall Street o gli indignados. È lo stesso concetto nel quale il filosofo argentino Laclau ha inteso identificare il trascendentale vuoto che riassume le istanze eterogenee che provengono dalla base. Il popolo è il soggetto universale che viene riempito da queste “domande” ed esprime l’”egemonia” del gruppo che si è impadronito del potere. Verosimilmente con le elezioni, quelle a cui si candida Podemos.

Laclau comprende il rischio del leaderismo, l’identificazione del capo con il suo popolo, ma propende per l’idea che il capo possa essere il “medium” dei desideri del “suo” popolo, l’universale incarnato che permette l’attualizzazione della giustizia. Pucciarelli e Russo Spena spiegano nel reportage come questo rischio sia l’occasione di un conflitto politico con chi sostiene una strategia “basista” e articolata secondo il canone classico del partito novecentesco. Nella politica populista “di sinistra” il conflitto con il leader è un altro aspetto della lotta di classe.

Il popolo, come la sinistra, è tuttavia una parola impronunciabile in Europa. È il punto di riferimento della destra leghista, ad esempio, perché richiama scenari politici neo-sovranisti e nazionalistici contrari all’europeismo politico di Tsipras. Non solo. Il popolo si presenta sempre come soggetto scisso, e mai uniforme. Sempre contendibile tra i gruppi alla ricerca dell’egemonia.

Il paradosso democratico

Per il critico americano Fredric Jameson questo è il lascito dell’eredità lacaniana nel pensiero di Laclau e quindi dei “populisti di sinistra” che vivono in Venezuela o in Spagna. Prima negato, e poi affermato, il soggetto della sua politica si presenta scisso e mai unificabile. Allo stesso tempo, però, si identifica nei programmi rivoluzionari che offrono immagini allettanti di unificazione e totalità (l’unità popolare”) agli individui per combattere il neoliberismo.

Per Jameson questa proposta è compromessa da un errore di base: l’omologia tra soggetto individuale e totalità sociale. Il soggetto «post-marxista», rivendicato da Iglesias e dagli intellettuali di Podemos, ragiona su un individuo o sui «movimenti sociali» che competono tra loro sventolando i vessilli della loro identità, una realtà che ben conosciamo sin dagli anni Ottanta. Non è un caso che nelle testimonianze raccolte da Pucciarelli e Russo Spena in Spagna questo tema ritorni spesso.

La lotta per l’egemonia in Europa si gioca tutta sulla capacità di affrontare questo paradosso democratico, il vero problema politico contemporaneo. Podemos cerca di farlo a partire da questa domanda: che cos’è un movimento di sinistra che ripudia la sua appartenenza alla sinistra?

Matteo Pucciarelli - Giacomo Russo Spena
Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra
Edizioni Alegre (2014), pp. 128
€ 12,00

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi