Ilaria Bussoni

*Pastiche - Cultura materiale alla Veronelli è il titolo della monografia che il Seminario Permanente Luigi Veronelli dedica al suo fondatore nel decennale della scomparsa. Un libro, forse un numero zero di una rivista o un progetto in divenire, curato da Simonetta Lorigliola, nel quale autori diversissimi inseguono e incrociano il pensiero veronelliano per ribadire l'attualità del suo messaggio. Pagine firmate da Gianni Mura, Burton Anderson, Gianfranco Marrone, Joško Gravner, Ilaria Bussoni. E poi da Gigi Brozzoni, Gianni Emilio Simonetti, Marco Noferi, Ciro Tarantino, Gianni Capovilla, Luigi Moio, Joško Sirk, Angelo Gaja, La Terra Trema, J. A. Gonzalez Sainz e Marco Magnoli. Una miscela di sensorialità, sensibilità e pensiero a cui concorrono, graficamente, la fotografa Annette Fischer, l'artista Sandro Fabbri e lo studio grafico Granit Communication design, insieme a una selezione di foto d'archivio di Luigi Ghirri e Mario Giacomelli. Oggi lo si presenta a Roma, all’enoteca Cavour 313, alle ore 17.30. Qui anticipiamo uno stralcio del testo di Ilaria Bussoni.

L’esperto e la critica

Gino Veronelli è stato un esperto di vini. La sua biografia si è intrecciata con l’eclissi della civiltà contadina e l’arrivo dell’agro-industria. È stato testimone di quel passaggio da una produzione domestica del cibo e del vino alla sua produzione di massa che si è consumato lungo un trentennio tra campagne e città italiane. Soldati, Pasolini, Zavattini ce l’hanno raccontato, insieme a Gino. Diversamente da altri, non è mai parso un nostalgico e, benché si occupasse di terra e radici, poco ammiccava a suoli, origini e nature territoriali.

È stato un esperto ante litteram, ben prima che la categoria dei forniti di autorevole competenza in materia di agro, gastro ed eno assumesse le dimensioni odierne. Quando la competenza tecnica diffusa della produzione contadina con una portata poco più che domestica doveva cedere il passo ai sapienti. Tra i primissimi a ricoprire questa figura. Un mondo veniva stravolto, con le sue regole, le sue tecniche, i suoi saperi, e di fronte si schieravano ingegneri, agronomi, rese, produttività, trattori… molti dei quali trainati da soli dell’avvenire di stampo socialista e dalla rivoluzione verde. In mezzo stava Gino. Al quale sarebbe toccato di resistere con la tradizione o prendere le parti della ragione dello sviluppo (economico). Si è scavato una terza via, la sua.

Anzitutto, inventando una lingua: letteraria, fatta di oralità e citazioni, eccezioni alla regola e rimandi, giochi di parole e motti di spirito. Una lingua colta e parlata, raffinata e sfuggente. Senza le regole del canone letterario, della bella scrittura, del gergo tecnico-ingegneristico e senza il rammarico per i bei tempi andati. Una lingua argotica e guizzosa. Con questa sua lingua ha parlato del vino, e con la metafora e l’allusione, la capacità di tradurre e di tratteggiare un gusto si è guadagnato la stima dei vignaioli. Non perché facesse una guida, ma perché con quella sua lingua aveva tracciato una strada alternativa tra la tradizione destinata a soccombere e la massificazione industriale destinata a imporsi. Un mondo è comparso grazie alla lingua di Veronelli. Un mondo che indicava la posizione del critico.

Scegliendo di fare il critico, Gino ha scartato dal ruolo di esperto che gli veniva assegnato. Non un esperto allora, ma un critico del vino, del gusto, della percezione. Critica è parola importante per la filosofia, e non perché indichi una posizione morale o una capacità di giudizio superiore. In Kant, essa coincide con i limiti della ragione, della percezione, del giudizio. Critica è allora l’analisi delle condizioni di possibilità, dei limiti di qualunque conoscenza. È interrogazione sul giudizio, sulla percezione e sulle facoltà (comunemente umane) che ne sono al fondamento.

Da questo posto, da critico, Gino non ha mai smesso di parlare di vino, di gusto, di estetica. E lo ha sempre fatto mantenendo salda una posizione, quella dello scarto. Nel suo giudizio ha cercato di indicare gli elementi di rottura, di deviazione, di fuga da un canone o da una struttura consolidata della percezione. Perseguendo così un ostinato desiderio di libertà. Facendosi interprete del divenire, della vita in movimento e non della sua preservazione in una riserva, magari per pochi.

Il canone che si fa consuetudine, normalizzazione, domesticazione delle facoltà. Il canone che diventa regime, struttura ordinaria e mortificata. Che consente di riconoscere solo ciò che già si conosce, che allontana dall’esperienza, che trasforma le facoltà umane (inesauribili) in riflessi automatici. Della necessità di garantire lo spazio di questo scarto, di questa voglia di evasione, dell’inesauribile ricchezza delle percezioni e delle mutevoli architetture del bello, Veronelli ha fatto il perno della propria attività, e con questa sua posizione ci ha indicato come la critica coincida con la resistenza.

Facoltà senza potere

Veronelli frequentava i vignaioli. Godeva della loro fiducia, della loro stima, del loro affetto. Su di loro, sul loro lavoro, sulla loro vigna, sulla loro opera teneva fermo lo sguardo. Con una particolare predilezione per gli artigiani. Non gli artisti o i produttori seriali, per gli artigiani. Con la natura non si può fare tutto senza sfociare in un manufatto artificioso. L’artigianalità fa uso della tecnica per far emergere ciò che in natura è in potenza. Non è creazione ex novo. Natura e tecnica, problema vecchio quanto la filosofia. Equilibrio sempre precario tra capacità di cogliere ciò che può fare una vita (una vigna appunto) e il superamento di quel limite che diventa forzatura. Capire l’istante e programmare il divenire.

In vigna arrivano persino a scontrarsi le due grandi tradizioni del pensiero classico: quella della metis, dell’astuzia profittatrice del momento (che sarà sconfitta), e quella del logos, della ragione ordinatrice (che avrà la meglio). Persino uno come Platone per chiarire cosa sia la «virtù» si ostina a fare esempi su viti e falcetti per potare. Che c’entra con Veronelli?

Forse Gino sapeva che in vigna la posta in gioco è ben più alta di quella della recensione di una bottiglia o di qualche punteggio per orientare l’acquirente. Che lì si consuma da un paio di millenni quel dibattito su arte e tecnica, opera e artefatto, natura e cultura, facoltà comuni del sentire e percezioni individuali che ha fatto la storia recente di noialtri umani. Che il terreno in vigna era minato e che di certo non bastava ritagliarsi una competenza per mettersi al riparo. Che quel sapere, da esperti, sarebbe volente nolente finito al servizio della confezione dei gusti, della loro etichettatura e del loro agevole commercio.

Forse, per questo ha tenuto fermo lo sguardo sulle opere e sugli artigiani. Per questo ha tenuto aperto un discorso sui limiti delle tecnica (oltre i quali non andare) e sui limiti della percezione (dai quali tentare di uscire). Ha raccolto saperi e conoscenze preesistenti senza buttarli nel macero dell’arretratezza preindustriale o osannarli come la salvezza originaria. Forse per questo, del suo gran naso, di quella facoltà che è di tutti (che abbiamo in comune) e che pure in lui era così singolare, ne ha fatto uno strumento virtuoso.

Inesauribile potenza delle facoltà umane. Ricchezza infinita delle percezioni. Intelligenza e sapere utili a goderne. Capacità di rompere ogni volta l’ordine del sensibile che si va costituendo. Soggettività del giudizio sul gusto, senza ricadere nell’equivalenza generalizzata dei gusti. Cogliere la differenza nella sua singolarità, non nella sua generalità indifferenziata. L’uso delle facoltà, senza potere, che ci ha mostrato Gino.

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