Anna Simone

Si dice che quando un testo viene ripubblicato a distanza di anni diventa automaticamente un “classico”. Nel caso della ripubblicazione recentissima della nuova edizione italiana di Undoing Gender di Judith Butler (2004) bisognerebbe parlare, più che altro, di un divenire classico.

Un divenire e non un automatismo perché Federico Zappino, traduttore e curatore della nuova edizione appena uscita per Mimesis, rende finalmente giustizia ad un testo importantissimo, eppure prepotentemente inficiato da un errore originario: la traduzione del titolo. Nonostante il verbo undoing denoti un “fare e disfare” nella sua resa in italiano, come peraltro mi faceva notare la stessa Butler in un’intervista che le avevo fatto per Liberazione nel 2008, il libro fu tradotto nel 2006 da Meltemi con il titolo La disfatta del genere, accompagnato da una introduzione di Olivia Guaraldo (riproposta identica in questa nuova edizione). A mia volta lo recensii, sempre per Liberazione, e l’articolo fu titolato Disfare i generi per diventare umani.

La storia stessa di questo libro, quindi, è un farsi e disfarsi, così come l’insistenza sui paradossi generati dalla confusione che solitamente fanno gli ordini discorsivi e i dispositivi di normalizzazione attorno ai poli sex (sesso biologicamente inteso) e gender (genere inteso solo come costruzione sociale). Un groviglio incredibile che a distanza di dieci anni andrebbe ripreso proprio a partire da questo libro. Cosa ci dice Butler in Fare e disfare il genere?

Intanto ci dice che l’agency dei soggetti è sempre lacerata da un paradosso, ragion per cui è esso stesso l’unica condizione di possibilità; ci dice che l’uso del concetto lacaniano di “forclusione” risulta fecondo anche per fare e disfare il femminismo; ci dice che uno dei problemi del pensiero della “differenza sessuale” è la difficoltà a stabilire connessioni con i grandi mutamenti di scala del pensiero e della realtà sociale; ci dice, a suo modo, che per superare questo gap bisognerebbe ripensare l’umano senza tornare all’umanesimo; ci dice che è impensabile l’autonomia senza collocarla in un “modo socialmente condizionato di vivere nel mondo”, in un mondo fatto di relazioni e interdipendenze; ci dice, ancora, che le “significazioni del corpo eccedono le intenzioni del soggetto” e tanto, tanto altro.

Questo testo, a differenza dei precedenti di Butler, decisamente più filosofici, si collocava e si colloca in uno spazio di pensiero critico e radicale che ha visto gli albori di quel che oggi potremmo definire come conflitto aperto tra i cattolici sostenitori del sex (inteso solo come ordine simbolico e reale legato al biologico) e i pensatori e le pensatrici del gender (inteso solo come costruzione sociale). Nonostante in questo testo vi sia un suo attacco diretto al Vaticano, così come un attacco diretto al DSM IV del 1994 che sanciva le condotte al di fuori della norma eterosessuale come GID (disturbo dell’identità di genere), a me pare che, pur muovendosi a partire dal genere, Butler non neghi la differenza sessuale, molto più semplicemente si chiede quanto dovrà aspettare per vedere la traduzione del pensiero della differenza in un ordine simbolico in grado di diventare anche sociale, in un pensiero radicale che partendo dall’esperienza incarnata tenga anche conto delle trasformazioni del mondo per risignificarle: “Un mio punto fermo è che i concetti sociologici di genere, intesi come donne e uomini, non siano riducibili alla differenza sessuale. Tuttavia, mi preoccupa ancora fortemente il fatto di concepire la differenza come ordine simbolico. Cosa significa per tale ordine essere simbolico anziché sociale? E cosa ne è del compito della teoria femminista di pensare la trasformazione sociale, qualora si accetti che la differenza sessuale è organizzata e costretta a livello del simbolico? Se essa è simbolica, è anche mutabile?”.

A distanza di molti anni io credo che queste raffinate complicazioni, questo groviglio, questo farsi e disfarsi, questa esigenza di non fermarsi solo sulla soglia del simbolico, queste domande relative ad una tensione grande verso la trasformazione del femminismo in un pensiero per tutte e tutti, per una risignificazione complessiva di ciò che è umano oggi, si siano ridotte alla produzione di un nuovo ordine dualistico tra chi difende solo la natura (la Chiesa) e chi solo la cultura (i cultori del gender).

Negli anni passati ho studiato, letto e scritto su Butler sostenendo la tesi secondo cui la forza del suo lavoro si dava nell’anteporre la critica ai dispositivi della norma eterosessuale che, di fatto, producono i generi sulla base del loro sesso biologico, ma a distanza di molti anni sento anche di poter dire che queste critiche alla differenza (fatte anche da me in passato) non possono essere banalizzate attraverso una concettualizzazione sociologica (il gender) da contrapporre ad un dato di natura.

Un conto è criticare gli ordini discorsivi “naturalizzanti”, un conto è negare di avere un sesso e pensarsi solo come una produzione sociologica, cioè un nuovo ordine discorsivo già abbondantemente embedded e completamente dentro la produzione di nuovi saperi-poteri che “oggettivano” continuamente lo stesso genere. Altro conto ancora è l’orientamento sessuale che, come diceva il buon vecchio Lacan, c’entra assai poco sia con il sex, che con il gender, dal momento che si pone solo sul piano del desiderio ovvero il contingente per eccellenza. Tale contrapposizione, in sintesi, oggi appare come il contrario della forza destabilizzante che ha sempre avuto il femminismo inteso come pensiero radicale, come pensiero in grado di trasformare l’esistente, non solo come produzione di narrazioni sugli stereotipi collocandosi rigorosamente al di fuori, sino a trasformare il femminismo stesso in “scienza”. E quindi, cosa prendere da questo testo a distanza di un decennio? Tutto, direi.

Sicuramente questo scarto tra presente e passato, tra la forza di una contrapposizione allora agli albori tra sesso e genere e il suo essere divenuta embedded, dunque banale, così come la tensione verso nuovi “universali incarnati”, parole, pratiche, agency del corpo nell’epoca dell’antropofagia neoliberale delle differenze tutte, tanto quanto del gender. Questo libro ci dovrebbe aiutare a ripartire dal corpo, dalla sua materialità e nient’altro, verrebbe da dire.

Ma lo dice meglio Federico Zappino nella chiusa della sua bellissima post-fazione al testo: “Noi siamo già luoghi di crisi e di resistenza, luoghi in cui i corpi recano le tracce di infiniti e plurali ripiegamenti malinconici che si tratta di mettere in comune e di infiniti e plurali rilanci ex-statici, tutti da organizzare”. Ripartire dal corpo, da quello spazio, da quella produzione di linguaggio che ogni giorno smentisce la scienza sociologica o che semplicemente la disfa per poi rifarla, per ricollocarsi sul piano di una rivendicazione comune di giustizia sociale nella crisi e nel neoliberismo. Se ci muoviamo su questo piano rendiamo giustizia anche al pensiero di Butler.

Judith Butler
Fare e disfare il genere
a cura di Federico Zappino
Mimesis (2014), pp. 376
€ 24,00

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Fare e disfare il genere

  1. […] temi e problemi che il libro, formalmente, non pone. Il testo, come ha notato Anna Simone (Alfabeta2), ci dice infatti «che l’agency dei soggetti è sempre lacerata da un paradosso, ragion per cui […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi