Riccardo Donati

Non accade spesso che le ricostruzioni puntuali, documentate e filologicamente agguerrite della produzione di un autore possiedano anche il dono di rivelarsi letture gradevoli: ragione in più per salutare con interesse il ricco saggio che Alessandro Giammei ha dedicato alla produzione nonsensical di Toti Scialoja.

Il volume si articola in quattro capitoli, il primo dei quali ricostruisce la storia di un incontro a lungo mancato, quello tra il nonsense vittoriano (esemplarmente rappresentato dalle figure di Lewis Carroll ed Edward Lear) e la letteratura italiana: ne è spia il fatto che a lungo la parola nonsense sia stata tradotta con uno sprezzante «sciocchezze».

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Giudicati con sufficienza dalle voci più autorevoli della Repubblica letteraria, liquidati come insulsi o addirittura pedagogicamente nocivi dagli specialisti nostrani di opere per l’infanzia, libri come i due tomi di Alice e il Book of Nonsense di Lear trovano nei primi decenni del Novecento pochi rari estimatori, tra i quali il Renato Fucini volgarizzatore di Carroll, Massimo Bontempelli e Annie Vivanti, salendo alla ribalta solo negli anni Sessanta e Settanta quando vengono riscoperti dai protagonisti della Neoavanguardia, dal Celati bolognese e dai poeti del Mulino di Bazzano, con un’eco che si prolunga sino a oggi in autori come Milli Graffi, Mariano Bàino ed Elio Pecora.

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Come Giammei utilmente sintetizza, la produzione letteraria nonsensical conosce varie declinazioni, di cui una formalmente più matura, omogenea e disciplinata che il critico definisce «classica» e della quale elenca le caratteristiche principali: assenza di pedagogismo morale, logicità dell’incongruo, rigore formale, bagaglio retorico specifico. Inoltre, il limerick classico si basa su una strategia retorica che prevede l’elaborazione di immagini autoreferenziali, recalcitranti rispetto al lavoro dell’interpretazione.

È questa la forma adottata in prevalenza da Scialoja, alla cui attività creativa in ambito nonsensical sono dedicati i tre corposi capitoli successivi. Attraverso un’appassionata esplorazione della biblioteca del poeta, Giammei ricostruisce la costellazione dei suoi riferimenti intellettuali e letterari, approfondendo questioni già note e introducendo diversi elementi di novità: di particolare rilievo risultano i legami di Scialoja con la fenomenologia trascendentale di area franco-tedesca (Husserl, Heidegger e Merleau-Ponty, che conobbe personalmente a Parigi), con il romanzo e la poesia otto-novecentesca (spiccano i nomi di Kafka, Proust, Landolfi, Eliot, Pound, Leopardi e Pascoli, questi ultimi tanto amati quanto largamente parodiati) ma soprattutto con Petrarca, la cui lezione metrica, lessicale e sintattica lascia tracce profonde nell’opera dell’autore, tanto che Giammei suggerisce la suggestiva immagine di uno Scialoja «schizopetrarchista».

Altra figura chiave per l’officina del poeta, anche questa legata all’Ottocento anglosassone, è Robert Louis Stevenson, il cui romanzo più celebre, L’isola del tesoro, costituisce agli occhi di Scialoja un paradigma di moralità senza morale, facendo maturare in lui l’aspirazione a «una purezza, a una controllata infanzia dello stile che non ha niente a che vedere con la libertà, con la regressione o con lo stupore».

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Notevoli sono poi le pagine in cui Giammei fa dialogare i testi nonsense di Scialoja coi disegni che li accompagnano, a partire dai giochi e dagli scherzi pittorico-poetici consacrati alla comunità artistica romana degli anni Quaranta. Non si tratta di mere illustrazioni o trascrizioni, bensì di una concomitante germinazione verbo-visiva: lo studioso affronta in tal senso, con osservazioni di grande finezza, il lavoro di invenzione e disposizione tipografica realizzato da Scialoja sia per i libri «del senso perso», da Amato topino caro a Ghiro ghiro tonto, sia per le lettere al «nipotino» James Demby che di quei libri costituiscono l’indispensabile antefatto, e che Giammei descrive come veri e propri oggetti performativi. Circa poi il dialogo con le opere del grande illustratore e caricaturista del primo Ottocento francese Grandville, cui sono dedicate le pagine finali del volume, a emergere è soprattutto la straordinaria autonomia creativa di Scialoja, capace di una totale reinvenzione del modello originale sia sul piano grafico che su quello immaginifico-concettuale.

Da segnalare infine i brani critici dedicati ad alcuni testi in prosa poco noti e che niente hanno a che vedere con la produzione nonsensical: dai tredici poèmes en prose del 1941 (apparsi sul «Selvaggio» di Maccari) ai Taccuini destinati alla rivista «L’Immagine» di Brandi (1949-1950), fino alle Memorie insufficienti scritte per «Botteghe Oscure» (1953). Ne esce un quadro articolato e complesso dello Scialoja prosatore, dei suoi umori e dei suoi riferimenti – si sarebbe tuttavia auspicato un più stringente dialogo col suo testo in prosa più concettualmente e liricamente elevato, il Giornale di pittura – in rapporto anche con l’esperienza dei Segni della corda, il volume stampato dalle Edizioni della meridiana nel 1952, sul quale Giammei si sofferma sia per ricostruire la nota vicenda del confronto/scontro con Pasolini sia per rintracciarvi interessanti echi carrolliani.

Alessandro Giammei
Nell’officina del nonsense di Toti Scialoja. Topi, toponimi, tropi, cronotopi
Edizioni del Verri (2014), 242 pp.
€ 23,00

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Una Risposta a Logica del nonsenso

  1. Viola ha detto:

    segnalo altri due importanti riferimenti bibliografici su Scialoja: “Tre per un topo” e “Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja”, entrambi pubblicati da Quodlibet

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