PERIPEZIE POETICHE DI SCIALOJA
Andrea Cortellessa

Il centenario di Toti Scialoja (nato a Roma il 16 dicembre 1914) vedrà leggermente posposte le sue manifestazioni principali (una mostra complessiva su Scialoja pittore – e per tanti anni maestro di pittori, all’Accademia di Belle Arti – è programmata al Macro di Roma per il prossimo gennaio, mentre in corso dal 6 dicembre è un allestimento più mirato, al Parco della Musica, sulla sua attività di illustratore e scenografo); ma Quodlibet, che non sbaglia un colpo, alla ricorrenza è giunta invece puntuale: pubblicando, per la prima volta in edizione integrale e nell’aspetto esattamente conforme al manoscritto originale, Tre per un topo (per i cui estratti riprodotti qui e nella recensione di Riccardo Donati, la ringraziamo), il libro manoscritto e disegnato da Scialoja, fra il 1967 e il ’69, per le nipotine Barbara e Alice. Furono Ginevra ed Emanuela Bompiani a vedere a casa degli Scialoja il libricino privato e a promuovere nel ’71, presso la casa editrice paterna, la pubblicazione di Amato topino caro: 53 poesie con animali.
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LOGICA DEL NONSENSO
Riccardo Donati

Non accade spesso che le ricostruzioni puntuali, documentate e filologicamente agguerrite della produzione di un autore possiedano anche il dono di rivelarsi letture gradevoli: ragione in più per salutare con interesse il ricco saggio che Alessandro Giammei ha dedicato alla produzione nonsensical di Toti Scialoja. Il volume si articola in quattro capitoli, il primo dei quali ricostruisce la storia di un incontro a lungo mancato, quello tra il nonsense vittoriano (esemplarmente rappresentato dalle figure di Lewis Carroll ed Edward Lear) e la letteratura italiana: ne è spia il fatto che a lungo la parola nonsense sia stata tradotta con uno sprezzante «sciocchezze». Giudicati con sufficienza dalle voci più autorevoli della Repubblica letteraria, liquidati come insulsi o addirittura pedagogicamente nocivi dagli specialisti nostrani di opere per l’infanzia, libri come i due tomi di Alice e il Book of Nonsense di Lear trovano nei primi decenni del Novecento pochi rari estimatori, tra i quali il Renato Fucini volgarizzatore di Carroll, Massimo Bontempelli e Annie Vivanti, salendo alla ribalta solo negli anni Sessanta e Settanta quando vengono riscoperti dai protagonisti della Neoavanguardia, dal Celati bolognese e dai poeti del Mulino di Bazzano, con un’eco che si prolunga sino a oggi in autori come Milli Graffi, Mariano Bàino ed Elio Pecora.
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