Dalila D'Amico

Presso il Teatro Studio Uno, la casa romana del teatro indipendente, lontano dai teatri sfrattati e sgombrati del centro della Capitale è andato in scena dal 28 al 30 Novembre Santa Giovanna dell'immaginazione. Lo spettacolo è un efficace monologo di Silvia Frasson, attrice poliedrica di cinema televisione e teatro, e narratrice “immaginifica” come le piace definirsi. Sul piccolo e spoglio spazio scenico Silvia Frasson inserisce all'interno della più ampia cornice della propria vita la storia di Giovanna D'Arco, in un fluido andirivieni tra un “qui” e un “la”, tra interpretazione e narrazione.

A rendere efficace questo lavoro, più che la composizione drammaturgica, che in certi momenti strizza l'occhio al varietà televisivo e in altri al teatro ragazzi, è il magnetismo dell'attrice, che polarizza esclusivamente sulla propria fisicità la trasfigurazione di mondi, atmosfere e plurimi personaggi. In scena, oltre alla Frasson, solo la musicista Stefania Nanni con una fisarmonica che a tratti segue didascalicamente il ritmo concitato dell'attrice, e a tratti supporta il passaggio in nuovi snodi narrativi. Luce fissa, nessuna amplificazione sonora, nessun cambio di costumi. Lo spettacolo si fonda su una tacita richiesta di fantasia, un patto antico, ma costantemente attentato, tra l'attore e lo spettatore, qui rilanciato a tal punto da costituirsi come topic dominante.

ll punto di incontro tra la pulzella d'Orleans e la vita dell'attrice risiede infatti nella potenza dell'immaginazione che spinge la prima alla testa dell'esercito francese e la seconda a far balzare lo spettatore, dal proprio paesino toscano alla Reims del '400, dalle discoteche di Milano a Rouen e forse in un altro luogo più grande che è quello del teatro inteso come luogo di incontro, scevro tanto di dispendiosi mezzi quanto di ingessature burocratiche e politiche economiche paralizzanti. In questo meccanismo di scavallamento di cornici tra realtà e finzione non si può infatti non aprire la porta a un altro parallelismo: Da una parte uno spettacolo che si svincola di quasi tutti gli elementi della macchina scenica per magnificare l'incontro vivo tra attore e spettatore, dall'altra uno spazio che si svincola dalla macchina incancrenita del sistema teatrale romano, per promuovere e sostenere autonomamente la produzione della scena off della Capitale.

In questo gioco di specchi, l'attività indipendente del Teatro Studio Uno e il lavoro attoriale di Silvia Frasson mostrano quanto intricata e pesante sia piuttosto la cornice che inchioda e stagna la vita culturale romana, per niente riflesso della semplicità e della bellezza alla base del teatro. Semplicità intesa qui, non come elementarità di significati e gratuita restituizione di contenuti, ma come abilità di stabilire relazioni potenti con gli spettatori e funzionali con le dinamiche produttive. Santa Giovanna dell'immaginazione non esplicita questo parallelismo, ma assume il potere di immaginazione di Giovanna d'Arco come fondamento di ogni ricerca, di ogni battaglia, personale o collettiva che sia.

Allora, forse, il teatro per sopravvivere, necessita di sostegno economico, necessita di spazi che ospitino le ricerche delle compagnie, necessita di politiche di promozione, necessita di nuove formule giuridico-economiche che incoraggino l'autonomia intellettuale, necessita di un dialogo tra amministrazioni ed operatori culturali, ma prima di tutto necessita di immaginare che tutto questo sia fattibile oltre che possibile.

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