Paolo Fabbri

Il teatro d’opera barocco, quella sì che era società dello spettacolo! La vetta fu raggiunta quando venne allestito in scena l’esterno del teatro. È quanto è accaduto alla conclusione della prima scaligera del Fidelio: sul palcoscenico, secondini redenti ed operai felici e all’esterno contestatori “proletari” e poliziotti: tutti col casco, tutti in movimento e tutti confusi tra i fumogeni.

Tutti insieme - oltre i pervestiti della sala e del foyer – per quello che lo strepito dei media ha decretato “il più importante allestimento del mondo”. E tutti contro la dispotica violenza, il severo tiranno, il crudele nemico della libertà, l’empio che opprime l’innocenza, con la sua malvagità, la criminale voluttà, l’infame dal cuore di tigre tutto rabbia e furore, l’assassino che invoca inferno e morte contro la rettitudine, la giustizia, amore e coraggio che lottano per la verità. Insomma Don Pizarro, il governatore della prigione, un baritono portatore di un nome tutt’altro che innocente. Ce lo dimostra in tutti i suoi cupi risvolti, un libro di 912 pagine – 1400 nel progetto originale - di Enrique Ballòn Aguirre, El Pizarro de Beethoven. Alegorìa artìstica de un emblema historico peruano, appena uscito da Epojé, Lima, 2014. Un’analisi monumentale del mito del conquistador del Perù, Francisco Pizarro, la cui spietata annessione alla corona di Spagna si concluse con un genocidio: la morte a fil di spada e di malattia, di 10 milioni degli antichi abitatori delle terre Inca.

L’autore, professore emerito all’università di Arizona (USA) è semiologo della cultura e linguista. Membro del comitato scientifico dell’Institut Ferdinand de Saussure, ha studiato le lingue andine – quechua e aymara – le loro tradizioni popolari e l’etnotassonomia - la sterminata terminologia con cui vengono etichettate le migliaia di papas, le patate andine. Ma i suoi interessi di poetologia lo hanno condotto allo studio del grandissimo poeta peruviano César Vallejo e della messicana Juana Inés de la Cruz, prediletta da Octavio Paz. Il libro sul “cattivo” del Fidelio ricostruisce puntigliosamente il percorso culturale con cui il Pizarro “storico” diventa nell’opera di Beethoven l’eponino del tiranno senza dio e senza legge, un “satrapo” e un dittatore. Da Montaigne attraverso Voltaire e Rousseau, gli intellettuali francesi creano la leggenda nera del fondatore del vicereame del Perù di cui ascoltiamo gli echi musicali in opere storico-allegoriche come Les Indes galantes di JeanPhilippe Rameau e il Montezuma di Antonio Vivaldi.

Una tradizione tenace che perviene al librettista Jean Nicholas Bouilly, il quale trae il suo Léonore ou l’amour conjugale: Fait historique, da un evento del Terrore giacobino e lo ambienta in una prigione spagnola nei pressi di Siviglia. Un testo che Beethoven – buon conoscitore del francese - riscrive in una nuova assiologia e ideologia, assumendo una responsabilità etica ed allegorica. Il perfido carceriere è appunto Pizarro, che da attore di un intrigo domestico diventa un’allegoria artistica del Tiranno. Penso ai cento prigionieri del buio carcere e alla loro invocazione di libertà, alla violenza dell’orchestra nell’aria di Pizarro nel primo atto e al recitativo che comincia con parole di orrore rivolte a lui.

La ricerca minuziosa di Ballòn Aguirre è guidata dal vigoroso movente politico che è iscritto nell’opera lirica di Beethoven. La storiografia nazionale e internazionale continua infatti a presentare il “genocida” Pizarro come un emblema patrio del Perù. Con acribia ermeneutica, il semiologo peruviano elenca gli epiteti – “biografemi” e “mitografemi” - che costruiscono questo stereotipo, consolidato come verità storica. Ad onta dell’etimologia, gli aggettivi sono tutt’altro che accidentali: costruiscono l’icona ortodossa di un condottiero coraggioso, nobile, fermo, tenace, dotato di destrezza di mano e sagacia amministrativa ecc.

Contro gli effetti monumentali di questa leggenda dorata, il Fidelio, con la sua intensità libertaria, restituisce Pizarro alla sua vera natura e ne destina il carattere ad imprevedibili sviluppi futuri. Un “allegorema”. Come la tra(s)duzione del Doppio sogno (Traumnovelle, 1925) di A. Schnitzler operata da S. Kubrich, Eyes Wide Shut, 1999. Il protagonista – in difficoltà matrimoniali - deve pronunciare, su consiglio di un pianista bendato, la parola d’ordine “Fidelio”: potrà allora penetrare mascherato un luogo di sesso e di violenza dominato da un ambiguo autocratico personaggio.

Le molte pagine del libro tentano di riscrivere quelle bianche dell’oblio, ma è difficile, in un mondo globalizzato, calcolare l’eco delle proprie parole. Proviamo. Baillòn Aguirre ci ricorda che il Fidelio, pur conosciuto e rappresentato in America Latina, non è mai stato eseguito a Lima. Dalla buca del suggeritore una soffiata al futuro regista: anziché ambientare l’opera in Bastiglie, campi nazisti di concentramento, Guantanamo, fabbriche d’Oltrecortina, e altri luoghi piranesiani, che Don Pizarro possa cantare il suo odio e la sua sconfitta tra le sue antiche ma non dimenticate vittime, i popoli delle Ande.

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