Valentina Parisi

Esistono casi in cui la lentezza talora pachidermica dell'editoria italiana nell'appropriarsi di autori incontrovertibilmente affermati all'estero produce singolari effetti di "attualità", qualora lo scrittore in questione sia dotato della lucidità indispensabile per cogliere e anticipare le conseguenze meno visibili dei mutamenti in atto. Così è certamente per Vladimir Sorokin e il suo romanzo La giornata di un opričnik, pubblicato in Russia nel 2006, tradotto tra l'altro negli Stati Uniti (da Jamey Gambrell per Farrar, Straus and Giroux) e finalmente approdato questa primavera in Italia nella versione di Denise Silvestri per Atmosphere libri (pp. 170, euro 15). Una dilazione temporale di otto anni che, paradossalmente, appare risucchiata e annullata dalla potenza visionaria del testo, sorta di profezia anti-utopica che, con esattezza sconcertante, tratteggia i contorni di una Russia immaginaria, eppure inquietantemente simile a quella odierna.

Proiettando in un futuro ormai prossimo - 2027 - la compiuta realizzazione di quella deriva sciovinista e autoritaria di cui nel 2006 si intuiva già più d'un segnale, Sorokin ci dà nella La giornata di un opričnik un quadro fedele della situazione attuale, al netto delle iperboli dettate da una fantasia più che mai sbrigliata e dissacrante. Il breve ciclo storico aperto dalle riforme di Michail Gorbachev in cui una evoluzione in senso democratico e orizzontale della società russa sembrava possibile, oltre che auspicabile, si è definitivamente chiuso con la salita al potere di Putin - questa la amara conclusione cui lo scrittore che oggi vive per lo più a Berlino era giunto già verso la metà degli anni Zero. Conseguenza fatale di tale sviluppo mancato è - così Sorokin - una rapida quanto inaspettata regressione a un paternalismo di Stato imposto dall'alto a colpi di controllo poliziesco e indottrinamento filo-nazionalista.

Tutti elementi che si ritrovano puntualmente nella Giornata di un opričnik, dove la Russia anno domini 2027 è riuscita finalmente a isolarsi dai suoi nemici reali o presunti, erigendo un'impenetrabile muraglia tutt'intorno ai suoi confini. A vegliare sull’incolumità del Sovrano, nonché sulla sicurezza di uno Stato in cui il ritorno al potere feudale non sembra aver minimamente intaccato i meccanismi dell'economia capitalista, sono Andrej Komjaga e i suoi confratelli dell’opričnina, la guardia del corpo di Ivan il Terribile sinistramente famosa per la sua spietatezza e ora di nuovo in gran spolvero.

La vena satirica di Sorokin ha gioco facile nell’annichilire i burattini fin troppo realistici che la sua fantasia pare creare con inesausta, gioiosa perfidia. Se nella Coda – il suo scintillante romanzo d’esordio pubblicato a Parigi nel 1985 e superbamente tradotto da Pietro Zveteremich per Guanda tre anni dopo – lo scrittore moscovita decostruiva ironicamente le occorrenze della quotidianità sovietica, qui a diventare bersaglio dei suoi strali è l’ideologia quantomeno raffazzonata che puntella il cosiddetto rinascimento dell’antica Rus’. Un’accozzaglia di oscurantismo ortodosso, paternalismo autocratico e paranoico sospetto nei confronti di quegli inafferrabili “sediziosi” che, nell’ombra, congiurano ai danni della “stabilità” di un paese che nulla più produce e vive esclusivamente dell’esportazione di gas naturale e dei dazi imposti alle merci cinesi in transito verso l’Europa.

Rispettando le unità di tempo e di luogo implicite nel genere “ventiquattro ore nella vita di…” (che nello spazio letterario russo trova precedenti illustri nell’Ivan Denisovic di Aleksandr Solzenicyn e nel Pietro I di Aleksej Tolstoj), Sorokin le adatta qui al ristretto campo visivo dell’opričnik Komjaga, carnefice di medio cabotaggio, che alterna torture e stupri di Stato reali a violenze immaginarie non meno iperboliche, vagheggiate sotto l’effetto di bizzarre sostanze psicotrope quali i “pesciolini d’oro” cinesi (allusione alla fiaba di Puskin?). Al di là del consueto virtuosismo dispiegato dallo scrittore nell’assimilare e alternare i registri stilistici più disparati, il pregio maggiore della Giornata di un opričnik risiede nella capacità di immergere il lettore in un mondo a un tempo familiare e straniato, dove la paccottiglia hi-tech e i brand di lusso che contrassegnano l’orizzonte visivo della Mosca post-sovietica spiccano in maniera sinistra sullo sfondo di una società ormai quasi compiutamente neo-medioevale. Un’arcaizzazione che si riverbera, com’è ovvio, anche sul piano linguistico, con cadenze e scelte lessicali che attingono a piene mani dal folklore e dalla letteratura slavo-ortodossa e che soltanto in parte riescono a transitare nel testo italiano. Se dunque la traduzione di Denise Silvestri attenua quell’effetto di spaesamento generato dal costante attrito tra orizzonti temporali, d’altra parte sa rendere giustizia all’abilità rara di Sorokin nell’edificare inquietanti mondi di carta.

Vladimir Sorokin
La giornata di un opričnik
Atmosphere libri, pp. 170
€ 15,00

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