Lelio Demichelis

Se la società non esiste, come insegnava Margaret Thatcher, ebbene dobbiamo riconoscere tristemente che questo suo aberrante credo ideologico è oggi la forma normale, normata e normalizzante delle nostre società neoliberiste, globalizzate, in rete. Se la società non esiste (o meglio: non deve esistere, perché devono esistere solo gli individui e al massimo la famiglia, tradotti però in soggetti economici), ebbene quella pedagogia de-socializzante, a-socializzante e separante è penetrata nella carne viva e nella mente di milioni di persone in tutto il mondo, è la loro way of life. E se non esiste la società (e la socialità) non esiste nemmeno la solidarietà e viceversa: perché la solidarietà, il condividere (ma non nel senso conformistico e sistemico indotto dalla rete) e l’essere in-comune sono il presupposto e insieme l’essenza della società e dell’individuo.

Una pedagogia neoliberista ancora oggi fortissima ed egemone, nonostante la crisi che ha prodotto (o proprio per questo), se Matteo Renzi può dire che gli ‘eroi’ di oggi sono gli imprenditori, invitando conseguentemente ciascuno ad essere non ‘se stesso’ (pratica da antichi greci, da rottamare), ma ‘imprenditore di se stesso’, traduzione economicistica e capitalistica del ‘conoscere se stessi’ come mero capitale umano o come merce e non come persona, non come soggetto capace di soggettivazione e di individuazione, ma appunto imprenditore, puro soggetto economico, purissimo homo oeconomicus assoggettato al mercato e alle sue logiche che hanno appunto cancellato la solidarietà in nome della competitività e della produttività e della divisione del lavoro.

E gli imprenditori, ovviamente – come figura sociologica - non sono solidali né hanno spirito di solidarietà. Tranne pochissimi (Olivetti, su tutti), gli altri sono stati al più paternalisti, che è pratica diversa dalla solidarietà e oggi sono paternalisti ancora (il welfare aziendale non come solidarietà ma tattica di integrazione alla logica di impresa per accrescere la produttività dei dipendenti) o elemosinieri alla Bill Gates. Mentre gli 80 euro di Renzi non sono solidarietà ma elemosina di stato, replicando di fatto il ‘conservatorismo compassionevole’ di Bush del 2001. Certo, la solidarietà non è morta del tutto. Scorre sotto traccia, carsicamente, a volte riemerge. Ma spesso si confonde con qualche raccolta di fondi via internet per qualche buona causa, resta cosa da parrocchie, ma non riesce a ri-diventare valore politico.

E invece la solidarietà non solo era parte strutturante del vivere insieme e in-comune, non solo era motore della storia (la coscienza di classe era anche una solidarietà di classe), ma è una utopia ancora essenziale, imprescindibile. E Stefano Rodotà lo ricorda con questo suo ultimo, splendido saggio che scorre tra diritto/diritti, società/individuo, economia/politica, proprietà privata/beni comuni e intitolato: Solidarietà, con sottotitolo ancor più programmatico: Un’utopia necessaria. Soprattutto in questa Europa ottusamente neoliberista e nichilista, che ha rimosso la sua bellissima Carta dei diritti (nel cui Preambolo si pone la ‘persona’ al centro dell’azione dell’Unione, intrecciando solidarietà e cittadinanza) in nome del solo diritto (della norma) economica, giungendo persino (Mario Draghi) a certificare la ‘morte dello stato sociale’. Necessaria, invece, la solidarietà (e la Costituzione ne è luogo fondamentale e altrettanto programmatico) come tutte le utopie. E bisognerebbe davvero rivalutare questa necessità dell’utopia politica, bussola e insieme pro-getto individuale e sociale; quel bisogno di utopia che solo permette di passare – Bauman – dalla critica del presente alla consapevolezza di potercela fare, insieme, a cambiare le cose - e senza questa consapevolezza si resta solo chiusi in una critica fine a se stessa che sfocia, come ora, nel populismo o nel rancore o nella rassegnazione.

Era una parola importante e fondativa, la solidarietà. Oggi è diventata, Rodotà, “una parola proscritta. Di essa infatti ci si voleva liberare o se ne cancellava ogni senso positivo, capovolgendola nel suo opposto. Non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto: delitto, appunto di solidarietà”. Ma “la ragione che consente di andare oltre queste ostilità risiede nel suo essere un principio volto proprio a scardinare barriere, a congiungere, a esigere quasi il riconoscimento reciproco e così permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. Di legami, si può aggiungere, fraterni, poiché la solidarietà si coniuga con la fraternità, in un gioco di rinvii linguistici che spinge verso radici comuni”. Solidarietà, dunque, vs capitalismo. E democrazia vs capitalismo. La questione è antica. La democratizzazione del capitalismo nei ‘gloriosi trent’anni’ è durata poco, e appena gli è stato possibile il capitalismo ha ripreso la sua ‘vocazione’ anti-democratica, smontando pezzo a pezzo ciò che era stato faticosamente costruito. Il nodo da sciogliere è tutto qui.

E dunque e purtroppo non bastano i molti riferimenti alla solidarietà e i molti atti di solidarietà per rimuovere l’egemonia neoliberista ed egoista. Non basta forse neppure ritornare al fatto che la solidarietà abbia oggi anche lo statuto di norma giuridica, che quindi “deve essere presa sul serio”. Oggi vale piuttosto – come indicativo dello ‘spirito del tempo’ - quanto compiuto da Napoleone nel suo proclama del 18 brumaio (ricordato da Rodotà), presentandosi ai francesi come il difensore di ‘libertà, fraternità e proprietà’, per cui la fraternità scompariva già dall’orizzonte politico “sopraffatta dal primato della proprietà, diritto ad escludere gli altri dal godimento di un bene, dunque destinato a spezzare quel legame tra gli uomini che attraverso la fraternità si intende stabilire. In quel momento, il diritto non è più fraterno e si imbatte nella durezza del nudo potere proprietario. (…) E quella scomparsa renderà più deboli pure libertà e uguaglianza”.

Eppure, quando nel Novecento si vorrà cercare di porre limiti alla proprietà lo si farà appunto richiamando il principio della solidarietà. E facendo agire lo stato come soggetto attivo e attivante. Solidarietà dunque strutturalmente “irriducibile alla logica di mercato” ma (ancora Rodotà) diversa dalla carità, dall’assistenzialismo. Vicina invece al ‘prendersi cura’ (“a condizione però di intenderlo come parte integrante di una strategia istituzionale complessiva e non come un rinnovato affidarsi a benevolenza e generosità”), e all’idea di reddito minimo garantito, per rendere effettivo il ‘diritto all’esistenza’. Ma come ‘produrre solidarietà’ (per di più in uno spazio divenuto globale), se la logica del mondo è solo quella economica e della sua norma che supera in potenza e normatività ogni legge e ogni principio etico e morale e costituzionale? Se la Carta dei diritti dell’Europa è stata poi così facilmente rimossa e messa sotto il tappeto da un’Europa dei mercati felicissima (nostra amara considerazione) di avere prodotto un deficit non solo di democrazia ma anche di propria legittimazione (nel vuoto della politica i mercati sono liberi di fare ciò che vogliono e di occupare ogni spazio)? Produrre solidarietà “non è a costo zero”, scrive Rodotà - ma è anche vero che i diritti non devono essere valutati in termini di costo economico.

E allora, la politica: che deve ritrovare il senso oggi perduto nella difesa e nella promozione dei diritti, in nome dei principi a cui dovrebbe essere invece vincolata. Praticare la solidarietà è difficile, conclude Rodotà. Oggi è difficile persino pensarla. Ma è ancor più necessario farlo, sapendo che la solidarietà deve essere insieme ‘politica, economica e sociale’. Non una retorica vuota di contenuto, dunque, ma “un principio costitutivo di una società umana e democratica, che sa individuare i principi che la fondano, e dai quali sa di non potersi separare”.

Stefano Rodotà
Solidarietà
Un’utopia necessaria
Laterza (2014), pp. 141
€ 14.00

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