Alberto Capatti

Ci sono tanti modi di suggerire una ricetta senza prenderne veramente la responsabilità. Ne illustro uno cominciando da La cuoca di famiglia pubblicata a Venezia e Trieste da Coen nel 1876. 110 paginette modeste, un fascicoletto che doveva costare meno di una lira e riportava alla fine la tabella dei pesi e misure, comprese quelle di Vienna. Il titolo era ambiguo, perché tale cuoca o è la serva o la padrona e non è la stessa cosa. L’editore? anch’esso lasciava che le cose andassero per questo verso e accentava il puré ora con l’acuto ora con il grave. Il criterio di scelta? casuale e talora improprio e vanesio come quell’ultima ricetta della galantina di pavone. L’Ottocento a tavola era così, sognava la Francia e leccava i piatti per non sprecare nulla. Mi cade l’occhio su una cosa proprio banale, su una frittata e non su una omelette, che oggi non si fanno più e per questo ve la ripropongo. Era un dessert? Probabilmente e senza pretese ma con dosi generose.

Frittata con lo zucchero

Battete l’albume separato da 8 tuorli di uovo, mettete il giallo con crema, sugo di limone, e un po’ di sale, scaldate del burro, e mettetevi le uova, quando la frittata è cotta polverizzatela di zucchero.

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