Elettra Stimilli

Nel 1886 esce a puntate sulla rivista «Le Socialiste» La religione del capitale, una denuncia in chiave farsesca del capitalismo trionfante, poi pubblicata in brochure nel 1887. Il suo autore è Paul Lafargue, rivoluzionario francese di origini creole, membro attivo della prima Internazionale e della Comune di Parigi, tra i fondatori del Partito Operaio Francese, più volte condannato per propaganda rivoluzionaria e, nel 1899, contrario all’entrata dei socialisti al governo.

Nel 1866 conosce la secondogenita di Marx, Laura Marx, che sposa nel 1868. Nel 1911 i due coniugi muoiono suicidi nella loro abitazione vicino Parigi, lasciando una lettera che testimonia una lucida scelta programmata: da molti considerata un tradimento nei confronti della causa rivoluzionaria, per altri espressione dell’amara consapevolezza della sconfitta davanti alla vittoria dei «riformisti-governativi» del Partito Socialista e di fronte all’affermazione crescente di aggressivi nazionalismi, che apparivano sempre più seducenti per le nuove generazioni.

Lafargue sfugge a una precisa collocazione teorico-politica. Grande propagandista del marxismo, di lui tuttavia Marx diceva polemicamente che era l’ultimo dei bakunisti. Innegabile in ogni caso è la sua vena anarchica o quanto meno la critica radicale presente sia nelle sue azioni come militante politico che negli scritti. Il suo libro più famoso è Il diritto alla pigrizia, del 1883. Nel 2011 l’anniversario della sua morte, in Italia, è passato sotto silenzio. Ma La religione del capitale è stato di recente riproposto dalla casa editrice Mimesis, in una nuova traduzione corredata di note esplicative, come a dimostrare che solo oggi è effettivamente giunta «l’ora della sua leggibilità».

Il pamphlet si apre con la descrizione di un immaginario congresso internazionale che si svolge a Londra con la partecipazione dei nomi più illustri del mondo industriale, finanziario, politico ed ecclesiastico dell’epoca (come Bismarck, Rothschild, Gladstone, Clemenceau e molti altri). Al di là dei «rancori personali», delle «divisioni politiche» e delle «gelosie patriottiche», tutti uniti per combattere la stessa causa: «cercare insieme i mezzi più efficaci per contrastare la diffusione pericolosa delle idee socialiste». La difficoltà nel far riconoscere nel capitalismo una legge naturale e universale viene inizialmente contrapposta alla necessità «di dilettare l’immaginazione della bestia popolare con leggende e racconti dell’altro mondo» sulla scia della «religione cristiana», che «svolgeva a meraviglia questo compito».

Il Congresso di Londra si chiude nell’entusiasmo generale, con una comune professione di fede nei confronti del Dio Capitale e con la nomina di una commissione incaricata di raccogliere queste idee «in un corpo dottrinale». Le cinque sezioni successive del libro (Il catechismo dei lavoratori, Il sermone della cortigiana, L’Ecclesiaste o Il libro dei capitalisti, Preghiere capitaliste e Lamentazioni di Job Rothschild il capitalista) vengono quindi proposte come la pubblicazione di parte dei lavori della commissione, di cui lo stesso Lafargue sarebbe venuto in possesso.

La critica ironica all’ideologia capitalistica nascosta sotto la maschera farsesca della religione cede il posto, tra le righe, alla lucida attestazione del reale meccanismo di potere intrinseco alla fede religiosa che alimenta la macchina dell’economica capitalistica. «L’uomo vede, tocca, sente e gusta il mio corpo, ma il mio spirito, più sottile dell’etere, è inafferrabile dai sensi. Il mio spirito è il Credito, per manifestarsi non ha bisogno di corpo», così si manifesta il Dio-Capitale nel libro dell’Ecclesiaste, il quale non solo «transustanzia in capitale divino la spregevole vita del lavoratore», ma ha in potere la stessa sorte del capitalista che, come Job Rothschild, pur essendo vissuto secondo la sua legge si trova disperato e in miseria senza una ragione apparente.

Nelle poche, sferzanti e lucide pagine di Lafargue il meccanismo dell’«autovalorizzazione del capitale», che «fa apparire il capitalista sottomesso alla schiavitù del rapporto capitalistico non meno che […] l’operaio», criticamente svelato da Marx nel Primo Libro del Capitale, assume chiaramente i tratti della religione planetaria che oggi più che mai conosciamo con il nome di «finanziarizzazione dell’economia».

Dopo l’uscita del saggio di Lafargue, nel 1900, La filosofia del denaro di Georg Simmel analizza lo stesso meccanismo fideistico implicito nella moneta come credito. Sarà poi Weber, nel noto saggio del 1905, a parlare dello «spirito» del capitalismo. Ma è nel frammento di Benjamin Capitalismo come religione, del 1921, che il «culto indebitante» che oggi alimenta l’economia mondiale viene profeticamente alla luce e l’intuizione ironica di Lafargue assume tratti tragici.

Paul Lafargue
La religione del capitale
a cura di Augusto Zuliani, prefazione di Fabio Minazzi
Mimesis, 2014, 165 pp., € 9,90

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