Giorgio Mascitelli

Ha destato un certo scalpore mediatico la decisione del biologo statunitense James Watson, uno degli scopritori della doppia elica del DNA, di mettere all’asta la medaglia d’oro ottenuta con l’assegnazione del premio Nobel per la medicina nel 1962. Si tratta infatti del primo caso in cui un titolare del premio mette in vendita la propria medaglia.

Lo stesso Watson ha giustificato il gesto con la situazione di grave difficoltà economica in cui versa dopo il 2007. In quell’anno Watson rilasciò una dichiarazione nella quale si lasciava andare a una serie di considerazioni razziste sulla superiorità intellettuale dei bianchi e questo fatto ha provocato progressivamente il suo allontanamento sia dai consigli di amministrazione delle aziende biotech sia dalla direzione dei programmi di ricerca di varie università. In effetti mi ricordo di aver letto quella dichiarazione e sembrava uscita da quelle pagine di Intelligenza e pregiudizio di Gould che ricostruiscono l’impiego dei test d’intelligenza per fondare il razzismo biologico. Quelle idee, d’altronde, sono abbastanza diffuse nella generazione di americani a cui appartiene Watson, che è nato nel 1928.

A quanto scrivono i giornali, e a dispetto delle sue stesse ritrattazioni, Watson si sente vittima di una congiura del politically correct, ma temo che l’esplicitezza delle sue dichiarazioni metta in imbarazzo il mondo accademico e industriale nel suo complesso, e non solo quella parte più sensibile alle tematiche antirazziste. Prova ne sia che in passato questo mondo aveva trovato modi discreti per continuare ad avvalersi della collaborazione di scienziati ritenuti importanti, che avevano responsabilità ben più pesanti di qualche dichiarazione razzista stile anni Quaranta-Cinquanta.

Uno dei motivi di un ostracismo così generalizzato è da ricercare in un aspetto mediatico della faccenda: infatti gli scienziati importanti, e segnatamente i premi Nobel più prestigiosi, nel mondo mediatico assumono il ruolo di icone del discorso scientifico ossia del dire la verità con competenza, razionalità, franchezza e indipendenza di giudizio da ogni forma di ideologia e interesse privato. È ovvio che chi si abbandona a prese di posizione pubbliche caratterizzate da pregiudizi tipici del passato entra in conflitto con il suo ruolo di icona. Non si tratta dunque di un’operazione messa in atto da subdoli liberal, ma della necessità di preservare questa icona dello scienziato.

In un certo senso quello di Watson è un anacronismo: è probabile che cinquant’anni fa le sue posizioni non avrebbero destato alcuno scalpore e sarebbero state considerate come le idee, magari non condivise da tutti, ma comunque rispettabili di uno scienziato illustre. Poi la storia, soprattutto con la decolonizzazione e i movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta, si è mossa in un’altra direzione.

Proprio negli anni sessanta il filologo Gianfranco Contini dimostrò che l’etimo della parola razza deriva dal francese medievale haraz, che significa “allevamento di cavalli” e non da più nobili termini latini quali ratio o generatio, come sostenevano alcuni suoi illustri colleghi. In altri termini questo significa che l’idea di razza trae origine dal commercio dei cavalli, estendendosi per metonimia ad ambiti più ampi, anziché da concetti presenti nella cultura antica e dotati di un maggiore rigore logico. Insomma una parola che dapprincipio compariva nelle trattative tra sensali alle fiere equine a un certo punto della storia, e per ragioni storiche, divenne un termine accreditato da letterati, filosofi e scienziati.

In fondo ciò che ha tradito Watson è stata la storia: quelle posizioni razziste che durante gli anni della sua giovinezza e dei suoi studi erano diffuse a tutti i livelli della società e pertanto godevano di cittadinanza o quanto meno di tolleranza nel campo scientifico, erano nel frattempo diventate impresentabili. E questo non significa che tutto è relativo, ma che la storia ha rivelato in maniera inoppugnabile gli orrori del razzismo.

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