Tania Rispoli

Il titolo, necessariamente equivoco, Machiavellismo e ragion di Stato, esibisce già lo status quaestionis: un machiavellismo che non è Machiavelli (anche se in lui trova qualche aggancio) e una ragion di Stato che ne viene dissociata, contro l’opinione corrente. Nel testo, ben curato da Lorenzo Coccoli, deve essere in qualche modo distinto l’originale del 1989 e la prefazione all’edizione italiana che lo aggiorna. In quest’ultima, che riassume efficacemente le tesi argomentate e documentate nel libro e le verifica anche alla luce di eventi e dottrine contemporanee – dalla guerra infinita di Bush allo stato d’eccezione permanente di Agamben, nonché con un riferimento più esplicito alla categoria foucauldiana di governamentalità – risulta più netta la distinzione fra il machiavellismo e l’autore da cui, a torto o a ragione ma certo con un significativo scarto, aveva preso nome.

Ci sentiamo perciò autorizzati a mettere fra parentesi Machiavelli, altrimenti ridotto a una dimensione meramente polemologica (il conflitto incessante fra gli Stati e degli umori all’interno di ognuno di essi), per seguire l’argomentazione più convincente e originale di Senellart, che chiarisce l’esistenza nel Cinque-Seicento di due sistemi di discorso differenti e alternativi: il cosiddetto machiavellismo o tacitismo e il filone della ragion di Stato risalente a Giovanni Botero. Il primo s’identifica per un forte accento sulla politica di potenza, sia all’interno che verso l’esterno, estendendo il concetto medievale di necessitas da eccezione a regola costante del comportamento del sovrano e privilegiando l’aspetto militare e di conquista nella vita dello Stato, mentre il secondo si caratterizza (ferma restando una logica guerriera nelle relazioni fra Stati) per l’insistenza sulla stabilità interna dello Stato, conseguita grazie alla crescita dell’industria e della prosperità della popolazione in termini mercantilistici. Un anti-machiavellismo, dunque, non moralistico e predicatorio, ma che individua un nuovo fattore di “interesse” nell’acquisizione di ricchezza, volta secondo l’indirizzo generale alla comune utilità.

Il concetto stesso di ragion di Stato sorge in Botero quale riconfigurazione della ratio status medievale, ristabilimento di una vera ragion di Stato contro la sua presunta riduzione in Machiavelli a mero kratos, per usare il termine della lettura tradizionale di Meinecke: Botero non ritorna però agli specula principis medievali e umanistici, bensì fonda un paradigma di razionalità economica opposto (tranne in politica estera) a quello della razionalità guerriera.

Sui titoli fondativi del primo paradigma in Machiavelli stesso, come si è detto, non vogliamo trattenerci, data non solo la complessità largamente attestata (da Hegel a Gramsci, da Lefort ad Althusser) del Segretario fiorentino, ma anche i recenti studi sulla dimensione economica, fiscale e “governamentale” tutt’altro che “arcaica” dei suoi scritti più operativi. Risulta invece di spiccato interesse l’apertura del libro dedicata alla genealogia medievale del problema (rapporto fra legge e detentore del potere, fra ratio status e necessitas), soprattutto nel Policraticus di Giovanni di Salisbury, con il suggestivo sviluppo etico-logico che Tommaso applicherà alla distinzione fra equità e legislazione positiva.

Da questa base comune si dipartono, senza una netta cesura, i due indirizzi della ragion di Stato: l’una che spezza l’equilibro fra necessità e vincolo a una legge superiore in direzione di una politica di potenza giustificata in nome della salute pubblica, l’altra più attenta alla dimensione “pastorale” e che sfocia, dunque, in un primo disegno di economia politica entro i limiti del mercantilismo, che non riuscendo ancora a pervenire a una concezione liberale della divisione internazionale del lavoro, conservò sempre l’elemento machiavellico nel rapporto fra Stati.

A Machiavelli, secondo Senellart, si deve la scoperta dell’«illusione della pace», poiché sotto l’imperativo morale della stabilità e della quiete si celano pur sempre rapporti di forza. È forse questa la traccia più rilevante di tutto il libro, riassumibile nella questione posta alla fine, volutamente inevasa, aperta a segnalare la corrispondenza tra ragion di Stato e perpetuità della guerra: «Ma è la permanenza della guerra a perpetuare la ragion di Stato o è la logica della ragion di Stato a riattivare all’infinito la guerra?»

Proprio la dimensione del rimosso guerriero (altrettanto acutamente segnalata) nell’apparente trionfo omologante del neo-liberismo – che esorcizza sistematicamente la violenza “degli altri”, delle sue vittime – è forse lo spunto che rende questo livre de poche ancora istruttivo a più di vent’anni dalla sua prima pubblicazione. Il passaggio boteriano all’economico non disattiva del tutto le macchinazioni del politico, anzi «l’estensione diffusa dello stato d’eccezione nelle nostre società» può essere invece intesa come «l’oscura vendetta della politica sulla ragione economica». La gestione pastorale che il potere fa della vita (implicita nella versione originale del libro, esplicita nell’aggiornamento per l’edizione italiana) porta al suo interno la minaccia latente della morte, rendendola non più solo intimidatoria, ma integralmente produttiva.

Michel Senellart
Machiavellismo e ragion di Stato
Traduzione e curatela di Lorenzo Coccoli
Ombre Corte (2014), pp. 155
€ 13,50

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