Carlo Antonio Borghi

C’è stato un tempo nel quale la parola performance in ambito artistico è stata sinonimo di imprevedibilità e irripetibilità interazionale. Succedeva qualcosa di inaspettato, di sorprendente e a volte inquietante in un luogo e in un momento preciso, grazie alla corporea irruzione di uno o più artisti disposti a tutto. Futuristi e dadaisti sono stati i progenitori della performance art o live art, con forte propensione alla scelta della situazione come momento privilegiato dell’atto artistico rivoluzionario.

Tra gli anni 60 e i 70 i performer hanno sperimentato e manifestato un tentativo a suo modo globale di ricostruzione dell’universo, tramite l’uso del corpo come strumento moltiplicatore di gesti e atti destinati alla rigenerazione dei sensi e delle intenzioni. La performance, nella sua competenza di arte comportamentale, è stata spesso una forma metamorfica di art-coopera. Ora, nella società delle disuguaglianze e dello spettacolo formattato, la parola performance ha perso per strada gran parte della sua significanza. Neanche le forme più estreme di danza contemporanea urbana sono riuscite a conservarne lo specifico, e nel tempo hanno favorito il suo tramonto rendendola sostanza solubile nel mare magnum delle cosiddette arti performative. In altri tempi la performance art, nata dalle vibranti costole delle arti visive contemporanee, garantiva sequenze di effetti di sorpresa e straniamento. Il performer era come il dio Bacco che poteva vantarsi di essere nato più volte da una madre doppia. Quella madre era il catalogo generale delle arti visive. Nell’epoca postmoderna e ultratecnologica che ha consentito qualsiasi possibilità di contaminazione e combinazione, la parola performance ha perso la sua chirurgica e sinestetica precisione di significazione.

Ora, rientra nelle forme di intrattenimento e di convivialità, anche per l’uso in ambiti performativistici di materie prime enogastronomiche rigirate in salsa drammaturgica su un letto di contesti territoriali. Piccole sagre d’arte benedette da un tocco performativo di artista-chef crossmediale. La parola performance, prima del suo abuso, dava un brivido blu solo a sentirla pronunciare o a vederla scritta in un volantino tirato al ciclostile. Poteva essere un brivido blu-Klein, un brivido color pelle come di Abramovic e del suo Ulay, un brivido rosa Pistoletto nel silenzio operaio delle pennellesse veneziane, un brivido rosso sangue di Gina Pane e Franco B., un brivido color carta stampata nel giornale parlato per strada dalla bocca dei Poeti Visivi. A un certo punto i brividi sono finiti. Tutti ormai sono manipolatori e moltiplicatori di immagini. La parola performance è usata a sproposito e per di più accostata alla parola evento. Perfino i flash mob vengono annunciati e messi in calendario. Tutto è repertorio con infinite possibilità di rivisitazioni, come in cucina tra i fornelli. Il ricettario delle arti performative prevede ogni possibilità di intervento. Se ne ricavano effetti di ridondanza e saturazione. Ormai non resterebbe che contare su una archeologia della performance o arteologia della medesima che, con procedura stratigrafica e sinestetica, possa rimettere in luce quei certi brividi primari che sono stati la materia dei nostri sogni di cambiamento.

La parola moltitudine (tanto cara a Toni Negri) ha sempre avuto necessità del tu e infatti lo tiene incastonato nella terza delle sue cinque sillabe. Era coraggiosa e combattiva la parola performance e pugnace come quel Perseo che era stato capace di liberare la bella Andromeda incatenata allo scoglio e prigioniera della Medusa. È finito quel tempo. La parola performance era uno spioncino dove buttare l’occhio indagatore. L’occhio, nel pieno della sua visione retinica, penetrava l’immagine come nel caso di Etant Donnès - Marcel Duchamp 1946-1966, quando a nessuno saltava in mente di parlare di arti performative. Siamo stati capaci, nel giro di pochi decenni di disinnescare l’ardore conoscitivo di due parole: performance e rivoluzione. La militanza era il primo passo di danza.

La performance nuda e cruda buttava l’ansia, metteva agitazione, eccitazione. Ora al corpo dell’artista e dello spettatore gli resta solo l’ansia della prestazione nel dopo teatro e nel dopo cena. Non sapendo più a che santo votarsi e cosa fare con il proprio corpo nomade, i performer si mischiano con i passeggeri degli autobus o tra i clienti dei mercati civici, si inoltrano nelle suburre, per raccogliere testimonianze sonore e visive. Non è performance ma antropologia urbana, tutt’al più artropologia. Per ritrovare un’antica soddisfazione corporale e comportamentale non resta che attendere la prossima epifania di Regina Josè Galindo. Quella sarà performance.

Performance: atto estetico e mimetico di congiunzione tra arte e vita e di incarnazione del sè in bilico tra un hic et nunc di un luogo specifico e l’altrove dell’immaginazione. Ancora oggi, c’è più performance nell’impassibile taglio di Fontana che in tutte le attuali azioni di etno-demo e antropoarte. C’è ancora più performance nel puro pigmento in blu di Klein che in tante attuali evoluzioni ed esibizioni circensi della attuale arte socio-relazionale. Basterebbe dare un’occhiata alla mostra Yves Klein e Lucio Fontana - Milano Parigi 1957-1962 (Museo del 900 di Milano fino al 15 marzo 2015). C’era molta più performance nella tela in stato interessante di Pino Pascali o nei suoi metri quadri di acque ferme.

La performance non è più un atto di rottura, diluita com’è in un bricolage-fai da te fatto di assemblages e installazioni multisensoriali, spesso ri-mediate. Costruire un mondo sensato uscendo dalla macchina del mercato (Toni Negri) anche dal mercato globale e dal mercatino locale delle arti performative. Occorrono progetti innovativi di una immaginazione liberata dalla cattività del post moderno. Per Toni Negri l’arte è potenza ed etica. Pittura, musica e poesia. Viene il sospetto che in Arte e multitudo, Toni Negri possa aver dimenticato la performance. La (per)forma(nce) dell’essere. Non resterà che leggerlo e prendere appunti con una penna a sfera Bic-Body Action.

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9 Risposte a La parola performance

  1. Roberto Rossini ha detto:

    Caro Borghi, ottimo, basta che se ne parli!
    Inutile dire che condivido sostanzialmente i contenuti del tuo intervento, ma permettimi qualche osservazione.
    Comprendo che tu sia caustico nei confronti non solo di Negri ma anche nei confronti di un sistema dell’arte che usa strumentalmente la parola (e spesso l’azione) performance per benedire piccole sagre d’arte, o per garantirsi visibilità con il pubblico gossiparo-radical-chic (Le operazioni paracule di critici e istituzioni su Abramovich e Galindo). Ma questo lo sappiamo tutti dai tempi dell’I.s.: nel sistema dell’arte o sei dentro o sei fuori. Trovo interessante, invece, nel testo di Negri, un concetto prezioso in questi tempi di crisi sociale: la rivendicazione democratica di una pratica ‘immaginativa’ liberata, alla portata di tutti, che ha portato al formarsi a livello internazionale di reti di scambio di esperienze, ricerche, teorie. Credo sia questo il valore attuale della performance art, proprio il suo essere ‘bricolage’, il suo presentarsi come forma dell’essere svincolata dal compito di ‘atto di rottura’, ma restare (al pari di pittura, musica e poesia e spesso trasversalmente) uno strumento di ricerca individuale ‘umano’, disalienato e, foss’anche antropologia urbana, potenzialmente sovvertitore dei rapporti sociali dominanti. Questo aspetto penso meriti maggiore attenzione per non cadere nella trappola del consumo delle idee o della nostalgia: “la vera performance appartiene al passato, oggi si può fare solo dello spettacolo o al più archeologia della performance”.
    Sono e resto (forse) un ‘modesto’ performer degli anni ’70, che continua comunque a fare performance e a riflettere sulla performance art: archeologia della performance, con una penna a sfera Bic-Body Action.

    Grazie dell’attenzione
    Roberto Rossini

    • Carlo A. Borghi ha detto:

      Grazie a te della partecipazione. Così come Walt Whitman, sono convinto che in ognuno di noi risieda una moltitudine. La performance (e non il bricolage performativista) dovrebbe rappresentare, in maniera agonistica e antagonistica, quella moltitudine.

  2. Mario Gamba ha detto:

    molto acuti articolo e intervento. è molto utile l’indicazione di rossini su negri e sul possibile uso vivo della performance oggi. ma non vedo proprio nel bellissimo testo di borghi dove sia il “caustico” verso negri. ci vedo persino un qualcosa di affettuoso.

  3. anna ha detto:

    Il termine Performance mi crea un ritorno di memoria, penso al termine Metamorfosi .” Nella mitologia classica, nelle fiabe, in opere letterarie, trasformazione soprannaturale di un essere o di un oggetto in un altro di diversa natura” questo il suo significato secondo il Dizionario Sabatini Colletti. Spesso il “vedersi o il sentirsi” ha bisogno di DIVENTARE un Essere Manifesto non necessariamente per l’acclamazione o l’accettazione di esso, quanto un bisogno dell’Autore per il Ri-Conoscersi nella trasformazione artistica, la Performance, che provoca in chi la guardi una miriade di sensazioni e sentimenti. Questo INSIEME di sguardi per l’Artista si trasforma in Arte., quella in cui Egli E’ la sua Opera!

  4. Angelo Pretolani ha detto:

    “Oggi si usa molto a sproposito il termine performance. La performance non ha niente a che vedere con il teatro. Non esistono performance teatrali, ci sono performance e ci sono lavori che possono essere ricondotti all’interno della categoria teatro e pertanto prendono il nome di spettacoli. Questa distinzione è necessaria, non tanto come presa di distanza nei confronti del teatro ma come definizione di campo. La performance vive un’assenza di confini, il teatro assolutamente no, tutto è sempre predeterminato, non a caso un ruolo molto importante rivestono le prove… vive di replicabilità come condizione essenziale. Il teatro ha il proprio status nella ripetizione, deve essere sempre uguale a se stesso, deve essere riconoscibile. La performance invece viaggia sulle ali della irripetibilità, e anche quando è riproposta-ripetuta risulta sempre differente. Inoltre la performance è diversa anche dall’happening, infatti non ha bisogno di un pubblico per esistere.” (Angelo Pretolani)
    Angelo Pretolani in una intervista di Kyrahm sulla webzine Lobodilattice, 6/12/2010.

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