Roberto Ciccarelli

Sandra, giovane operaia sposata con due figli, si lascia convincere da suo marito Manu e dalla sua amica e compagna di lavoro Juliette a fare un giro tra gli altri salariati della società per cui lavora. In due giorni e una notte, il week-end in cui i salariati si riposano, deve convincerli a rinunciare a un bonus di mille euro a testa per conservare il suo posto di lavoro.

Per il lunedì successivo, il padrone ha concesso un nuovo referendum tra i lavoratori, dato che il caporeparto è riuscito a convincerli che Sandra non è più adatta al lavoro dopo la depressione che l'ha costretta a restare a casa. Ma il manager non ha mai detto una cosa simile. Invece di indagare e licenziare il caporeparto, interessato a guadagnare mille euro in più al mese, quest'uomo concede agli operai di votare di nuovo. Svogliato e indifferente, mentre è al volante di un macchinone formato-famiglia diretto verso il suo week-end, il manager spinge Sandra a giocare al Grande Fratello. Per evitare di perdere il suo lavoro, a tutelare la sua dignità ferita dalla depressione e mantenere anche con il suo salario una casa a due piani, Sandra deve convincere tutti gli altri candidati all'espulsione dalla Casa (l'impresa) a rinunciare al bonus e a farla restare con loro per continuare il gioco del lavoro salariato. La roulette funziona così: oggi tocca a lei, domani a me, spararsi un colpo in testa.

La storia è quella raccontata da Sidney Lumet in La parola ai giurati. Come Henry Fonda anche Marion Cotillard - che interpreta Sandra in Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne -  ha 72 ore per convincere i giurati a emettere una giusta sentenza. Se l'affresco umanista di Lumet veniva messo in scena a porte chiuse, il dramma della crudeltà al tempo del grande Fratello rappresenta Sandra che si sposta tra una casa e l'altra per ottenere la maggioranza di nove su sedici a suo favore.

Come in Rosetta, anche in questo film dei fratelli Dardenne la misura è la camminata. L'andare a zonzo, direbbe Deleuze, un movimento finalizzato all'incontro. Con i suoi colleghi Sandra non ha mai parlato veramente se non adesso. E scopre così le passioni fondamentali della classe operaia diventata ceto medio, quello che di essa è rimasto e che di solito si cerca di difendere: cupidigia, necessità di mantenere una figlia all'università, il desiderio di costruire in giardino un muretto a secco accanto ai nani e alle sdraio, dare una veste dignitosa alla miseria, alla vita di una coppia o in quella di un padre e un figlio (che picchierà il padre perché vuole votare per Sandra, facendogli perdere mille euro per lucidare la sua macchina sportiva). La contraddizione è lancinante.

Sandra corre, prende il bus, ingurgita pillole e calmanti, cerca di suicidarsi, si addormenta all'improvviso e si sveglia di soprassalto mentre si fa trascinare in macchina dal marito (Fabrizio Rongione) che la invita a reagire e a non farsi sommergere dalla depressione ("Io sono niente" gli dice). Un orologio perfetto di micromovimenti che si sviluppano in piani sequenza. La narrazione consiste nella ricerca spasmodica del voto che si traduce in un girare intorno, ma non a vuoto. Sandra è sospesa tra la richiesta di una carità e la difesa della sua dignità. Piange. È la suspense del gioco crudele che è stata costretta ad accettare. Dietro di lei, l'occhio del padrone che valuta la sua capacità di essere all'altezza della prova.

La camminata è la misura del prendere coscienza. Del contenere la violenza sul corpo e dentro il corpo. La camminata è anche la forma soggettiva per ricreare il filo di una solidarietà umana e vivere nel mondo dove la lotta di classe la fanno i padroni, non gli operai con la casa a due piani, la macchina da 15 mila euro e il mutuo da pagare. L'azione serve a collegare i punti della città con il ritmo dei passi di chi è alla ricerca di qualcosa. Restituisce fisicamente l'immagine della frammentazione della classe. Rappresenta la fatica, soprattutto psichica, che serve per trovare la forza di chiedere qualcosa di inaudito: la solidarietà.

Il film non è un documentario, un saggio dialettico, un affresco sociologico al tempo del Jobs Act. Mette in scena una nascita: Sandra capisce che è contro se stessa, e quindi contro la classe operaia e i suoi padroni, che deve agire per ottenere la sua dignità. Il tema è: la solidarietà è un'arma. Quest'arma dev'essere usata. Verso chi e contro cosa?

Contro i mariti violenti. La scena, risolutiva, è la ribellione di una compagna di lavoro contro il compagno che la picchia e vuole impedirle di votare a favore di Sandra. Per lui mille euro sono fondamentali per costruire quel maledetto muro nel giardino accanto ai nanetti. La compagna di lavoro lascia il marito, chiede ospitalità a Sandra e Manu, voterà per lei e insieme ricomincerà a vivere, libera. Una decisione potente che cambia la storia di Sandra. Nella sua vulnerabilità scopre una capacità di produrre una libertà negli altri.

La solidarietà può essere anche esercitata con i colleghi precari. La decisione di Sandra è sconvolgente. La votazione finisce con un pareggio: otto a otto. Lei è licenziata. Ma il padrone cambia le regole della casa del Grande Fratello e fa ricominciare la roulette: lei verrà riassunta dopo due mesi di cassa integrazione, e lui non rinnoverà il contratto a termine del collega africano che ha votato per lei, anche se non avrebbe dovuto farlo. "Ma che fa - chiede Sandra - Adesso licenzia lui?". "No - gli risponde il manager - non gli rinnovo il contratto".

La solidarietà è un piccolo gesto all'origine di infiniti altri gesti che permettono di creare una potenza fuori dalle norme acquisite o interiorizzate. Norme imposte per proteggere la miseria morale e materiale. Un atto sconsiderato, assoluto, inconcepibile nell'epoca della paura sociale. Così facendo Sandra varca una soglia, vince se stessa, attraversa le macerie della sua classe sociale per vivere nell'invisibile. Forte di non avere ceduto al ricatto, troverà milioni di persone come lei. C'è dunque un modo per non essere cancellati, per non essere ridotti all'invisibilità. Praticare il rifiuto, spezzare le appartenenze, nominare la solidarietà. Sandra chiama Manu al cellulare. È radiosa, potente: "Ci siamo battuti bene. Adesso ricomincio". E continua a camminare sulla strada sgombra.

 

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Una Risposta a La solidarietà è un’arma

  1. raoul ha detto:

    a me non è piaciuto.va bene che apre dibattito e porta riflessioni ma dal punto di vista della cinematografia e narrazione dai fratelli dardenne mi aspettavo molto di più.a tratti didascalico e banale.anche il dramma esistenziale della ragazza è raccontato con superficialità.

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