Marco Pacioni

Nel 1992, quando veniva ristampato a più di trent’anni dalla prima edizione, Le meraviglie del possibile. Antologia della fantascienza (a cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero, Einaudi, pp. xxiv+553, € 15,50) era già considerato un libro di culto per gli intenditori del genere in Italia. Nella prefazione che apre anche l’ultima uscita del volume, Fruttero dà conto di questo fatto mettendo in guardia il lettore dal non indulgere sulle classificazioni che vogliono definire troppo specificamente gli elementi che ne hanno determinato l’evoluzione. Certo, di acqua sotto i ponti ne è passata dal 1959 quando l’antologia fu pubblicata la prima volta e dalla nascita, l’anno successivo, di Urania la collana di riferimento della fantascienza in Italia.

Oltre alle ristampe delle Meraviglie del possibile, altre raccolte hanno fatto seguito a quella prima di Solmi e Fruttero: Il secondo libro della fantascienza, Il giardino del tempo, Il quarto libro della fantascienza. Nel corso degli anni in Italia il genere fantascientifico è venuto allargando il suo già consolidato campo anche nel cinema, nei fumetti, nelle serie televisive, nei viedogames e con internet in un universo elettronico virtuale che ne ha ulteriormente cambiato e rilanciato le possibilità espressive. E tuttavia, nonostante se ne possa ricostruire il percorso ed elencare le tipologie, interpretando il suggerimento di Fruttero si dovrebbe considerare la fantascienza come se fosse senza storia perché essa è un genere che fa proprio del tempo storico la materia principale sulla quale lavorare.

Anche per la capacità di dilatare o ristringere il tempo e lo spazio della realtà, la fantascienza ha sempre avuto una naturale dimensione filosofica oltre che inventiva. Il titolo aristotelico che Solmi aveva coniato per questa raccolta, Le meraviglie del possibile, vuole sottolineare proprio tale aspetto e in particolare l’emozione filosofica della stupore che si prova quando immaginiamo quello che può e possiamo essere a partire da quello che è e siamo. Presentati con questa chiave di lettura, i racconti di Wells, Sheckley, Dick, Bradbury, Matheson, Asimov e altri accentuano la loro attitudine a essere al contempo contemporanei e inattuali, utopici e distopici. Anche quando non c’è un’esplicita intenzione, queste storie vogliono far toccare all’immaginazione una dimensione etica e politica. In un certo senso, non possono evitare di farlo. E il motivo principale di ciò è perché non considerano la scienza e la tecnologia come operatori neutri al di là della scelta etica e della decisione politica.

Se una differenza va rilevata fra l’antologia di Solmi e Fruttero e l’oggi forse questa può essere trovata invece proprio nell’odierna e sempre più diffusa idea o ideologia della neutralità scientifica e tecnologica. In particolare quella neutralità accompagnata alla collateralità esclusiva al mercato di quelle biotecnologie informate a criteri fatti passare come dati di fatto indiscutibili quali efficienza, rapidità, emergenza, rischio e sicurezza individuali che vogliono sempre più convincerci di passare dalla meraviglia della possibilità alla possibilità della meraviglia. Vogliono cioè rovesciare e far coincidere ciò che è con ciò che può essere, non lasciare quello spazio/tempo intermedio dove si articolano l’etica e la politica – o dare queste già per decise in un processo inarrestabile che possiamo o dovremmo solo prevenire spinti dalla paura. In tal senso, non solo nell’immaginare futuri possibili, ma soprattutto per capire quali altre possibilità abbiamo già nel presente, la fantascienza continua a giocare un ruolo culturale cruciale,

Sergio Solmi e Carlo Fruttero (a cura di)
Le meraviglie del possibile
Antologia della fantascienza
Einaudi (2014) pp. xxiv+553
€ 15,50

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