Paolo Tarsi

L’Ensemble Dissonanzen è un organico cameristico partenopeo orientato principalmente alla divulgazione della musica “classica” dal Novecento storico ad oggi. Il nucleo stabile è formato dal flautista Tommaso Rossi, dal pianista Ciro Longobardi, dal sassofonista/direttore/compositore Claudio Lugo e dal chitarrista Marco Cappelli, musicisti che si sono nutriti di esperienze in diversi generi, dalla contemporanea alla musica antica, dal jazz d’avanguardia fino all’improvvisazione e alla musica elettronica. Attorno a questo nucleo si aggregano di volta in volta strumentisti e ospiti quali Michel Godard, Linda Bsirì, Cristina Zavalloni, Enrico Baiano, il duo Markus Stockhausen/Tara Bouman, Jim Pugliese, Stefano Scodanibbio, Marc Ribot e Alvin Curran, invitati a dare vita, assieme all’Ensemble, a progetti assolutamente inediti. Tra i dischi realizzati da Dissonanzen ricordiamo Dallapiccola/Petrassi: musica da camera (2006, Mode Records), Henze: musica da camera (2008, Mode Records) e il recente Dissonanzen, cofanetto di cinque cd che include alcune tappe importanti della storia dei Dissonanzen con registrazioni che coprono un arco temporale che va dal 2003 al 2009 (2014, Die Schachtel). Ne parliamo con Tommaso Rossi, presidente dell’associazione Dissonanzen, oltre che flautista dell’ensemble.

Come è avvenuto l’approccio alla partitura di Go: Organic Orchestra e in che modo vi siete trovati ad interagire con le poliritmie del “Verticalismo Ciclico” di Adam Rudolph e il suo universo improvvisativo?

Dopo averlo conosciuto abbiamo invitato Adam Rudolph a Napoli in due occasioni e ci siamo resi conto subito, nelle nostre conversazioni newyorkesi, che Adam è un musicista di rara sensibilità. Il suo è un approccio poetico e visionario, sorretto anche da una grande conoscenza della teoria della musica, specie dal punto di vista intervallare e ritmico. Questa conoscenza gli ha consentito di elaborare dei materiali ritmici e armonico-melodici che usa quando, dirigendo l’orchestra con un sistema di segni, guida i musicisti nella sua “instant-composition”. La sua capacità di interagire con musicisti di diversa esperienza e provenienza è semplicemente straordinaria. Questo è il motivo per cui gli abbiamo chiesto di realizzare due progetti (2009-2012) in cui il gruppo orchestrale comprendesse anche studenti dei Conservatori e musicisti provenienti dal jazz, dalla classica, dalla musica antica.

In cosa consiste la musica intuitiva di Markus Stockhausen e in che modo si relaziona al concetto di porosità di Bloch e Benjamin?

In questo progetto suonammo per la prima volta senza nessun tipo di riferimento scritto. Infatti, l’idea di Markus è quella di “musica intuitiva” basata solo sull’interazione del momento. Questo è forse il più radicale dei nostri progetti e il più formativo dal punto di vista musicale. La cornice in cui avvenne il concerto fu da un lato influenzata dalla lettura dei testi di alcuni intellettuali tedeschi che erano stati a Napoli negli anni ’20 e avevano coniato il termine di “città porosa”, dall’altro dalla visione di una serie di immagini sui vulcani napoletani del fotografo Antonio Biasiucci, che furono proiettate durante l’esecuzione. Certamente l’intento di Stockhausen e nostro fu quello di stabilire un legame concettuale con questi temi, senza però assolutamente cadere nel didascalico e nel descrittivo. La “porosità” su il concetto-guida su cui costruire il lavoro di interazione musicale e di ascolto reciproco.

In seguito vi siete confrontati con Erik Satie per rievocare, attraverso l’improvvisazione, lo spirito surrealista dei cortometraggi di Man Ray..

Il concetto-base di questo lavoro è quello di articolare l’improvvisazione su due piani: da un lato sfruttare frammenti di composizioni pianistiche di Satie come spunto, dall’altro considerare i film come della vere e proprie partiture in movimento, laddove il gesto visivo di Man Ray ricorda quasi una partitura grafica.

Come è avvenuto, invece, l’incontro con la musica di Thelonious Monk e Dizzy Gillespie, e come convivono l’improvvisazione libera radicale con gli arrangiamenti per Alchemic Sounds – a Tribute to Harry Smith?

Marco Sannini – che, con Francesco d’Errico, rappresenta un po’ l’anima jazz di Dissonanzen – ha curato questo progetto, partendo dal presupposto che Harry Smith aveva tratto la sua ispirazione visiva proprio dalle musiche di Monk e Gillespie. In qualche modo abbiamo cercato di fare il processo contrario a quello che aveva portato alla creazione dei corti, che sono delle straordinarie opere d’arte astratta. Il progetto unisce momenti di interplay collettivi a cinque soli, che sono affidati ciascuno ai cinque musicisti dell’Ensemble.

In che modo le musiche seicentesche di Matthew Locke interagiscono con quelle dei teatrini napoletani o con i canti della Repubblica Popolare Cinese, tra consort barocco e strumenti elettroacustici?

Claudio Lugo ha utilizzato intervalli e frammenti armonico-melodici per costruire le pagine di Tempest, un vero e proprio spettacolo che si avvaleva anche di una parte danzata curata da Alessandra Petitti, di una parte visuale e di una recitata dall’attore Enzo Salomone, sdoppiatosi nei ruoli di Prospero e Calibano. Il cd Teatrini napoletani vuole rappresentare un omaggio a Claudio Lugo che è stato direttore artistico di Dissonanzen dal 2000 al 2006 e la cui esperienza musicale poliedrica ha profondamente contribuito a disegnare la fisionomia del nostro lavoro. Quindi sono stati inseriti nel cd, oltre alcuni brani tratti da Tempest, anche altre composizioni di Claudio Lugo, in alcuni casi anche esperienze di improvvisazione, come quella legata ai canti della Repubblica popolare cinese, in cui Lugo duetta con Francesco d’Errico.

Lei collabora anche con l’Ensemble Barocco di Napoli con cui ha realizzato un disco dedicato a Scarlatti – Ardo è ver (2012, Stradivarius) – incidendo più recentemente le Fantasie per flauto solo di Telemann (2013, Stradivarius). Come coniuga gli stili del mondo antico con le esperienze e le varietà linguistiche del panorama contemporaneo?

Il mio mondo di partenza è quello della musica barocca, che frequento assiduamente collaborando con vari ensemble, tra cui I Turchini di Antonio Florio. Con l’Ensemble Barocco di Napoli, che ho fondato con Marco Vitali e Raffaele Di Donna, stiamo portando avanti un percorso sulla musica strumentale napoletana della prima metà del ‘700. Da poco abbiamo pubblicato, ancora per Stradivarius, una prima incisione assoluta di sette sonate per flauto e basso continuo di Leonardo Leo. Nel barocco trovo la stessa libertà di molto repertorio contemporaneo. La musica barocca non soffre ancora dell’usura a cui è fatalmente esposto il grande repertorio classico-romantico. Inoltre un atteggiamento interpretativo che guardi alla partitura come un’opera “aperta” accomuna l’interprete di musica barocca a quello di musica contemporanea. In realtà il discorso sarebbe da estendere a tutte le musiche, ma, in certi casi, il peso della “tradizione interpretativa” è un freno alla scoperta di nuove sonorità e di nuovi punti di vista e di ascolto.

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