Nadia Agustoni

Il titolo come prima cosa, Digesto, rimanda al latino e a una raccolta di leggi e responsi da disporre per argomenti in modo ordinato; ci domandiamo quale sia la materia del libro e a cosa si vuole dare un ordine. Una breve nota finale ci informa che i nomi delle parti del libro, scritto tra il 2000 e il 2014, “corrispondono ai tempi della sonata n. 3 op. 5, di Brahms” e vanno lette “nelle situazioni del teatro”. Massimo Sannelli rifiuta da tempo l’autorialità, che in fondo è forma politica, un porsi non tra gli eventi e le persone, ma a distanza di sicurezza, quasi un volere innervare la lingua del mondo, ma senza farsene toccare.

L’autore è spesso un allergico, non tocca, si limita allo sguardo. Qui, chi scrive, pone in essere un modo che della scrittura vuole fare totalità: strumento o arma come per i guerrieri dell’antico Giappone imperiale il cui codice non ne permetteva l’abbandono; l’arma era la vita stessa e non c’era scissione tra braccio e spada.

La forma diario sembra scelta per contraddire la serietà e per dare lievità a un’esistere nei tempi della crisi e del precariato assoluto. Raccontando la resistenza come un fatto, nonostante le promesse disattese e i fallimenti sociali che generano disperazione, mondializzazione della fuga dei giovani verso obiettivi di jihad o contro-jihad, o suicidio per assenza da tutto, la voce del diario organizza il vivere che è sempre.

La materia è quindi il vivente, teso a un progetto, a un fare corpo che non sia altro dall’arte stessa. Si scorge una sintonia con autori come Hélène Cixous per lo spostarsi da un obiettivo all’altro tenendo insieme il filo del discorso tra vari frammenti; o ancora ci sono echi di Cristina Campo e la musicalità della pagina e il debordare, ma meno marcato più controllato dalla voce, di un Kerouac.

Massimo Sannelli appartiene alla generazione dei fortunati, almeno secondo le teorie vigenti, ma nessuna teoria ha tenuto conto di quanto è veramente avvenuto dagli anni Novanta al 2014. Da prima solo pochi hanno avvertito lo sfibrarsi del tessuto sociale; i meno fortunati o i dannati di sempre a cui è mancato il mondo. La loro non è stata una condanna semplice, era sempre altro, si inscriveva sui loro corpi la dura legge di una colpa, come per i condannati della “Colonia penale” kafkiana, ma spesso come nel “Processo” nessuno di loro conosceva o riconosceva di quale colpa si trattasse. Ne ha sofferto il corpo, ne ha sofferto la mente e solo pochi tra artisti e artisti della parola hanno tentato una rappresentazione di questa tragedia minore e tuttavia non meno feroce di un fato inflitto dall’alto.

Nel “Digesto” vi sono impronte, segni, parti che sono anch’esse corpo, come il corpo dell’autore. La presenza si allarga, scorgiamo, dalla crepa aperta dalle parole, una sofferenza d’altro; non è più possibile dopo la tortura tornare a se stessi, si torna ad un altrove e in presenza; Marina Abramovic è interlocutrice non evocata ma imprescindibile.

Quindi se c’è, e lo avvertiamo, sofferenza d’altro, è in questo cuneo che possiamo capire o riconoscere quello che sta al di là dei bisogni, del sesso, della casa, dell’amore. Non si tratta solo di un umano irriducibile, mai perduto né mai rivendicato, ma di qualcosa tra la pazienza e il quaderno, forse quella “lingua mossa” (p.78) che può raccogliere mondo, visione, corpo, ferita e bellezza. La lingua-voce è allora spada, strumento dove il gesto /il muovere non è una fine, ma sempre, circolarmente, un tornare.

Massimo Sannelli
Digesto
Tormena Editore (2014), p. 144

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi