Federico Francucci

Forse sbaglierò ma credo che Contro il giorno, del 2006, resterà l’ultimo e magnifico romanzo colossale di Thomas Pynchon. Non mi riferisco tanto alle dimensioni del tomo quanto all’ambizione, che è anche condanna, di orchestrare titaniche controenciclopedie paranoiche per costruire e tenere insieme, nella forma di un libro e mettendo in tensione gelido impeto tecnico-catalogatorio e disperato fiammeggiante romanticismo, il modello magico di un mondo sempre più difficile da comprendere e accettare nei suoi tratti inumani; modello nel quale inserire tracce, per quanto difficilmente decifrabili, di una possibile contromossa.

Proprio Contro il giorno, col formidabile dilemma che lo sostanzia fin dal titolo (un contro che è anche un verso il giorno) e la centralità amorosa accordata nonostante tutto al medium tipografico (nella scena iniziale non troviamo il cane Pugnax impegnato nella lettura di Principessa Casamassima?) segna secondo me il culmine e la fine di una simile direzione operativa. Se Vizio di forma, del 2009, si può considerare un tentativo poco riuscito di imboccare un’altra strada, un discorso diverso va fatto per La cresta dell’onda, che anzi può servire a capire meglio dove Vizio di forma, all’epoca passato per una specie di bigino del pynchonismo disertato dallo spirito di Pynchon, cominciava a dirigersi.

Ambientato a New York, condotto su una traiettoria paraanulare (dodici mesi da un equinozio di primavera al successivo) e incorniciato alle due estremità dall’esposizione nemmeno troppo camuffata dell’albero della vita che porta il sole tra i rami, La cresta dell’onda si svolge però proprio nei dodici mesi al centro dei quali, l’undici settembre 2001, le Torri Gemelle sono crollate sotto l’attacco dei terroristi: con contrappunto evidente e tutto da interpretare tra la verticalità rifiorente e positiva degli alberi lungo le strade della metropoli e quella abbattuta, e sostituita da un enorme buco, dei grattacieli distrutti.

Gli anni Novanta, così vicini e insieme irrimediabilmente scaduti, sono già antichità, e oggetto di commercializzazione nostalgica, ma uno dei loro sogni più controversi, quello di una nuova vita, libera e autodeterminata, grazie alla rete informatica sempre più accessibile si è prolungato nel nuovo decennio; anzi va realizzandosi, ma in una forma radicalmente disincantata: tutti si connettono, ma nessuno è più libero. Una delle dorsali del libro sta proprio nel mostrare gli effetti dell’appropriazione e monetizzazione di un sogno da parte di quello che un personaggio, a un certo punto, chiama «the late fucking capitalism»; e per questo aspetto La cresta dell’onda si collega senza dubbio a Vineland, il più scopertamente politico tra i romanzi di Pynchon, che inscenava la stessa situazione ma negli anni Ottanta.

È innegabile che il primo effetto prodotto da queste pagine sia, seppure in misura minore rispetto al libro precedente, di debolezza. L’armamentario pynchoniano è ancora tutto presente, ma sembra aver subito un effetto di compressione, di raccorciamento; sembra mancargli il respiro per svilupparsi adeguatamente. Ne risente la stessa costruzione delle scene, che spesso danno l’impressione di essere troppo brevi, come bisognose di ulteriore lavoro, e peso, per funzionare a regime. Insomma, contrariamente a quanto si è scritto, non si direbbe che Pynchon si sia rinchiuso nel suo stile trasformandolo in una sterile maniera, ma al contrario che stia rischiando di perdere proprio la sua maestria, avvicinandosi così a tanti fiacchi emuli che nel tempo si sono affacciati sulla scena. Ma non è affatto così. Il punto è che Pynchon, in questo suo «nuovo corso», ha dovuto e voluto perdere qualcosa: la superba, straordinaria chiusura operativa che faceva dei suoi romanzi dei veri e propri contro-mondi. E questo non può accadere senza pagare un prezzo molto alto.

Ma a cosa e in che modo si è aperto Pynchon? Per dirlo in fretta, osserviamo un paio di dettagli. A un certo punto del romanzo si parla di una branca dello zen a orientamento lacaniano, o scuola lacaniana di ispirazione zen. Un’altra delle grottesche diavolerie di Pynchon, si è portati a pensare; finché un rapido controllo on-line rivela che tale scuola, con tanto di maestro riconosciuto e testi di riferimento, esiste davvero. Non si tratta dunque di galoppante invenzione, ma di compitissimo realismo. Secondo dettaglio: i numerosissimi film richiamati nel corso del romanzo vengono citati quasi sempre col titolo e l’anno d’uscita chiuso in parentesi tonde, come se l’intera stringa fosse stata copiata e trapiantata, o copiata e incollata, da un’enciclopedia. Se il primo fenomeno è un sintomo – ormai la realtà delira a tal punto che è sufficiente trascriverla per ottenere il grottesco, e senza che questo sconvolga più nessuno –, il secondo è un segnale: La cresta dell’onda è un libro costantemente collegato a qualcos’altro, da cui trae i suoi materiali.

E questo altro, al giorno d’oggi, non può che essere la rete. D’altra parte, internet gioca un ruolo fondamentale anche sul piano della storia e dell’immaginario del romanzo: non solo i personaggi vi fanno costante riferimento, ma anche la metafisica, la cosmologia e l’esoterismo che innervano il libro si portano dietro il riuso che ne è stato fatto nell’intrattenimento ludico-virtuale. E quell’abisso di totale oscurità che c’è sempre in Pynchon, insondabile, distruttivo e generatore, qui si può forse avvistare anche (o ormai soltanto?) nella cornice di un ambiente di vita virtuale, chiamato DeepArcher .

Con rettitudine e splendida lucidità, Pynchon ha collegato il suo romanzo a internet. Quello che manca sulla pagina, il lettore lo potrà trovare, ricostruire, in rete. Questo non vuol dire che Pynchon sia diventato uno stolido tecnoentusiasta, ma che ha deciso di proporre la sua arte non quale alternativa ma invece strettamente intrecciata alla nuova conformazione mediatica dell’esperienza umana. Non che lo scrittore incoraggi a dismettere il libro e la lettura in favore di attività più immediatamente assorbenti come la navigazione on-line.

Il libro fornisce materiali strutturati e veri e propri link, che vanno seguiti su internet (provateci: ascoltate le playlist che le pagine propongono, cercate i testi, guardate gli spezzoni dei film, reperite le fotografie e via dicendo); e questa digressione dai tempi difficilmente calcolabili riconduce infine al libro, rivelandone direzioni di senso sulla pagina solo accennate. O, appunto, linkate. Non tanto il libro, quanto l’operazione ermeneutica legata a lettura/visione/ascolto acquista così spessore. Il libro diventa in questo modo anche un aggregatore, si dica pure un’ipotesi di ordine, per la navigazione nello sconfinato mare del web. Stavolta Pynchon ha fatto di più che scrivere un grande romanzo. Il suo è un breviario di autoeducazione per il lettore di oggi, fatalmente preso nell’infinita ragnatela dei link.

Thomas Pynchon
La cresta dell’onda
traduzione di Massimo Bocchiola
Einaudi Stile Libero, 2014, 568 pp.
€ 21,00

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