Michele Spanò

Contravvenendo deliberatamente all’interdetto storiografico che vieta di “servire la cucina in tavola”, Sandro Chignola ha deciso di raccogliere in volume i saggi che, negli anni in cui scriveva di storia del pensiero politico europeo, andava dedicando a Foucault e alla sua lezione (la stessa che aveva circolato e, per così dire, innervato, senza essere necessariamente esibita, tutti i suoi contributi precedenti). Quello di considerare il foucaultismo un eccesso di esegesi rischia probabilmente di divenire, proprio come le pratiche che (a ragione) censura, (forse a torto) un ulteriore cliché. Sia come sia: questa raccolta di saggi foucaultiani sembra incarnare un esempio di misura – cioè di appassionato rigore – al momento insuperato.

Si tratta di un libro singolare; il titolo è già una presa di posizione: arieggia il negriano Marx oltre Marx, il celebrato quaderno di studi dedicato ai Grundrisse, che tanto potentemente squassò la filologia marxiana e riconfigurò – in un solo gesto, per dir così – le pratiche anticapitaliste. Qui come lì, ora come allora, con Marx proprio come con Foucault, è in gioco infatti niente meno che una politica della filosofia.

Una questione ormai annosa – i foucaultismi dilaganti, l’ortodossia d’accatto, la noiosissima filologia – è qui battuta in breccia: Foucault è il nome di una filosofia e dei suoi contrari. Vale a dire: di una filosofia, che, proprio se e in quanto genuinamente tale, si scopre integralmente politica e che quindi piega le sue prestazioni più tipiche – riflessività e problematizzazione – contro e oltre sé stessa. Questa opera di integrale estroflessione del filosofico nel politico è ciò che accade alla pratica filosofica quando essa reagisce all’effetto-Foucault. E Chignola ci mette davvero poco – il tempo di una succinta e lucidissima introduzione – a sbarazzarsi dei feticci autoriali, delle gabbie del canone, dei miraggi del sistema. Foucault non ha mai voluto essere un autore: dispiacergli oggi costringendolo nei panni del classico è una postura intellettuale che ha molto di misterioso; esplorare fino a tradirlo, estendere fino a dimenticarlo, usare fino a adulterarlo, criticare per amarlo di più: queste sembrano le pratiche (di un catalogo assai più dettagliato) in grado di “sopportare” il suo lascito a dispetto del museo.

Questo dunque il progetto di Chignola: misurare i concetti foucaultiani oltre sé stessi. Il che vuol dire collaudarli su quello che ci capita saggiandone l’elasticità e la fungibilità. Ma quel che più conta: non a dimostrazione postuma della ragione o del torto di Michel Foucault; piuttosto: a fare luce sulle vite che viviamo. Queste sono le premesse che giustificano e rendono conseguente la scelta di politicizzare integralmente l’arsenale dei “problemi” foucaultiani (dimostrando, tra l’altro, e una volta per tutte, l’integrale transitività che passa tra etica e politica in Foucault). Non è un caso perciò che la nota che batte lungo tutti i saggi raccolti nel volume sia quella di un’interpretazione coerente e risoluta del politico sotto il segno e secondo la forma del governo.

Nessun concetto si dimostra più prensile a dare conto della configurazione di soggetti e poteri sulla scena della politica contemporanea: legati come fuochi di un’ellissi – e non subordinati quali base e vertice di una piramide – governanti e governati negoziano incessantemente libertà e dominio. Il che, una volta adottato lo stile di una politica della filosofia, vuol dire anche e forse soprattutto: farla finita con i moralismi (e i normativismi) della filosofia politica. A questa Chignola non oppone il romanticismo della resistenza, del “fuori”, del margine, dell’ineffabile; ma l’effettualità dell’ingovernabile, la materialità dell’inanticipabile, ben ancorato alle forme e alle istituzioni – che fanno rima con creatività e invenzione, cooperazione e intelligenza; in definitiva: con la potenza e la potenzialità che risiede in ogni soggetto che sappia fare il lutto e l’economia del proprio immedicabile assoggettamento e che dunque interpreti non luttuosamente (felicemente, persino) quel continuo processo di soggettivazione che è il compito ineseguibile di una vita.

La scena del politico ha così occasione di prendere congedo da molti fantasmi: quello della sovranità e di un’immagine del potere statica e surreale e quello di una ‘bontà’ o superiorità morale dell’antagonismo. I saggi di Chignola non fanno che ribadirlo: tra soggetti e poteri si distende un’immanenza fondamentale: gli uni e gli altri sono cuciti della stessa stoffa (discorsi e pratiche) e dunque disponibili a farsi, disfarsi, cooperare, confliggere, esiliarsi e affiliarsi secondo traiettorie, alla lettera, imprevedibili.

La scena della filosofia, d’altro canto, ha la sua chance per farsi più esatta e più popolata: le scienze sociali (leggi: della società) – storia, antropologia, sociologia e diritto – diventano necessariamente il terreno di un confronto elettivo. Ciascuna di esse altera la filosofia, riconsegnandola ogni volta alla sua irrecusabile politicità. Nel nome di Foucault (in un’esibizione talora tanto adamantina da trasformarsi in un possibile occultamento) è dunque custodito un certo modo di leggere chi siamo adesso e chi possiamo, potremo e potremmo essere di qui a un momento. La logica modale del suo pensare – che si specchia nella concinnitas del suo stile – stanno dalla parte del possibile, aldilà della redenzione e del piagnisteo.

Sandro Chignola
Foucault oltre Foucault
Una politica della filosofia
DeriveApprodi (2014), pp. 208
€ 17,00

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2 Risposte a Foucault oltre Foucault

  1. alessandro baccarin ha detto:

    Caro Michele, ho letto anche io il libro di Chignola e condivido in buona parte la lettura che tu ne hai fatto. E’ un libro singolare, come tu dici, con ombre e luci, e tuttavia un libro realmente “oltre” Foucault. Ne prolunga le prese sul presente in quel suo procedere verso l’antico, una progressione che secondo me non ha avuto il tempo e il modo di costruire integralmente. Tuttavia mi sembra che la vera cifra del libro di Chignola sia data dalla sua lettura dell’interessamento foucaultiano alla parrhesia. Quel trascendere la parrhesia del governato come chiacchericcio, che tanto avvicina le nostre cadenti democrazie alla realtà ateniese del IV sec. a.C. Ovvero: non farsi chiedere dal governante cosa fare, ma chiedere a chi governa ragione di cosa fa. Penso che questo gesto di parola, libera, sia profondamente anarchico e costituisca il vero lascito di Foucault. Uscire dal gioco della parrhesia democratica, dalla finzione della rappresentanza, e accettare l’irriducibilità della propria libera parola a quella del governante. Uscire dal gioco, dall’ellisse come la definisce Chignola, di governo e governato, per inventare un’altra presa di parola possibile.

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