Valentina Valentini

Il mio investimento rispetto allo scrittore-attore Franco Scaldati si fonda su motivazioni professionali, etiche e politiche: riguarda il teatro che studio con partecipazione - e la politica delle istituzioni che combatto perché non si prende cura dei suoi artisti di valore, al contrario nutre e titilla quelli senza qualità. Questo impegno mi ha portato, dopo la morte di Franco Scaldati (giugno 2013) a elaborare e sostenere un progetto: pubblicare la produzione letteraria che Franco Scaldati ha scritto destinandola al teatro dal 1978 al 2013.

Sono 60 testi inediti e 13 editi (le due raccolte Il teatro del sarto che risale al 1990, Il Teatro dell’Albergheria del 2009, testi singoli Pupa regina Opere di fango, 2005 La gatta di pezza, 2008, tutti per Ubulibri di Franco Quadri; Lucio,1997 e Totò e Vicé, 2003 per Rubbettino, e altre edizioni meno note. Da questi dati: 60 testi inediti e 13 editi - risultanti da un lavoro di schedatura dell’archivio Scaldati intrapreso come ricerca per una tesi di laurea magistrale di Viviana Raciti (Sapienza ,Università di Roma ), di cui sono tutor - si deduce che conosciamo molto parzialmente il suo percorso di scrittore, le strutture drammaturgiche, le fonti, le sue relazioni con la tradizione letteraria e teatrale. Lo spazio critico a lui dedicato fino a oggi è quasi inesistente e nutrito di non pochi equivoci. Scopriamo, fuori dall’ombrello beckettiano sotto cui è facile trovare ricovero, Pirandello, Verga, riscritture di Shakespeare, l’Odissea... Siamo convinti , alla luce dei testi pubblicati e di quelli che andiamo leggendo e scoprendo, che Franco Scaldati sia uno scrittore che contribuirebbe ad arricchire l’identità del teatro e della letteratura italiana del secondo Novecento, se si ottemperasse all’obbligo di far circuitare le sue opere, a mezzo stampa, sul web, sulla scena...

Pubblicare i suoi testi in volumi stampati è prioritario ma non sufficiente: insieme bisogna realizzare un archivio (materiale e via web) della produzione letteraria e spettacolare di Franco Scaldati. La motivazione è che di ogni testo esistono numerosi versioni, ciascuna preparata per il lavoro di messa in scena, per la contigenza di presentare uno spettacolo. Questa natura di testo con variazioni veicola una nuova idea di testo che non smette mai di variare, come lo spettacolo, e pone agli studiosi e ai registi problemi nuovi con cui confrontarsi. Scrittura e pratica teatrale si inscrivono infatti in un contesto sperimentale in cui vige una interdipendenza fra scrittura solitaria del testo e sua verifica con le voci, i corpi degli attori nello spazio, relazione che porta la scrittura all’interno della pratica scenica, assumendone i tratti di processualità. Ragion per cui, studiare i testi, pubblicarli, preparare delle edizioni critiche, è un lavoro che non va disgiunto dalla pratica di messa in scena di questi testi, sia con gli attori che hanno lavorato con Franco Scaldati (e a Palermo non sono pochi), che con attori e registi italiani e stranieri interessati e invitati a confrontarsi con questa drammaturgia. Si tratta di procedere in parallelo: costruire l’archivio raccogliendo i documenti scritti, video, audio, fotografici; digitalizzare, metadatare e mettere on line. E prepararne di nuovi, come le interviste in video che Umberto De Paola sta realizzando con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo in cui recupera la personalità di Franco Scaldati, il suo lavoro, la sua dimensione umana e artistica dalle testimonianze di chi ha condiviso vissuti ed esperienze. Progettare e costruire l’archivio richiede competenze di gruppo, la collaborazione con dottorandi e studenti magistrali di diverse facoltà universitarie e discipline (letteratura, teatro, antropologia, musicologia, filologia,ecc). Quanto delineato è una prospettiva condivisibile e condivisa, un progetto che sarebbe giusto, razionale e utile e sano realizzare a Palermo, come sede naturale.

La giornata di dibattito che si è svolta al Teatro Biondo ha introdotto punti di vista di giornalisti, registi, istituzioni: il nuovo assessore alla cultura del Comune di Palermo, Andrea Cusumano e il direttore del Teatro Biondo, lo scrittore Roberto Alajmo. Attraverso una dichiarazione in video e un testo scritto sul suo blog, Alajmo sostiene: “Scaldati è un parroco di campagna molto amato dai fedeli, capace di toccare le corde del loro cuore. Poi è stato portato a dire messa in cattedrale, dove era difficile distinguere la sua voce sommessa. E magari solo a celebrare messa”. Questa metaforica polarità fra una periferia campagnola (il teatro off , indipendente) e un centro ( il Teatro Stabile della città) in cui sarebbe stato cooptato, è schematica. È vero che alcuni spettacoli di Franco Scaldati sono stati prodotti dal Teatro Stabile durante la direzione di Roberto Guicciardini (1994-1996) e di Carriglio, ma questo dato non ci porta a contrapporre uno Scaldati puro – quello delle parrocchie di campagna – da uno impuro perché inadeguato allo spazio imponente di una cattedrale, o peggio, riprendendo la metafora, di un ristorante di lusso. Ci porta a un’altra considerazione: Scaldati non ha avuto dalle istituzioni teatrali, culturali, editoriali, pubbliche nessuna cura, nessuna comprensione della sua qualità artistica. Soprattutto a Palermo.

Case editrici come Sellerio, Flaccovio, non hanno avuto interesse a pubblicare i suoi testi. Il Comune di Palermo, nelle sue varie amministrazioni, non ha mai risposto positivamente alle richieste di uno spazio dove poter lavorare: negli ultimi anni lo scrittore-attore provava nel suo studio, in casa. Il Teatro Stabile, identificato come la cattedrale in cui il parroco campagnolo è stato introdotto - con direttori come Guicciardini e Carriglio - si è relazionatio al teatro di Scaldati in maniera inadeguata, offrendogli uno spettacolo da mettere in cartellone. Il Teatro Biondo scritturava l’attore Scaldati in parti di secondo piano, da figurante. Non si può sostenere che il teatro di Franco Scaldati sia stato adottato dal Teatro Biondo, così come oggi il Teatro Biondo ha adottato l’artista residente Emma Dante, impropriamente da alcuni considerata in continuità con il poeta Franco Scaldati. Questa relazione cui fa riferimento il direttore del Teatro Biondo appartiene alla storia locale e alla inciviltà di una politica culturale che mette alla prova duramente la sopravvivenza di artisti che portano una visione del mondo e una parola poetica non conforme. Il direttore del Teatro Biondo scrive: “Lo Scaldati migliore è quello precedente all’adozione da parte del Biondo”. Si riferisce agli spettacoli realizzati su commissione dello Stabile o si riferisce alla produzione letteraria, in gran parte sconosciuta? Il punto di vista di Roberto Alajmo, a nostro parere, rivela una incomprensione dell’intera problematica del teatro e della ricerca di Scaldati che, pur nelle sue contraddizioni, appartiene al Nuovo Teatro italiano. Ho assistito a degli a-solo di Scaldati in teatri colmi di persone – al Teatro Rendano a Cosenza - con giovani che erano alla loro prima esperienza teatrale, come di fronte a spettatori specializzati (al Festival Natura Dèi Teatri a Parma), conquistati dalla sua arte di rapsodo, dal ritmo, dal gesto, dai suoni e dai timbri della sua lingua.

Il direttore attuale potrebbe ripartire da nuove premesse: adottare un artista da parte di un teatro Stabile non vuol dire né piegare l’artista alle logiche della struttura, né al contrario piegare la struttura pubblica alle esigenze di un singolo, quanto dare ricovero alla pluralità e diversità delle voci autoriali che una istituzione pubblica dovrebbe garantire. Perché Assassina (regia di Umberto Cantone ), un testo di elevata qualità artistica, non può essere rappresentato per gli abbonati del Teatro Biondo? Perché forse al Biondo Scaldati perderebbe la sua natura antagonista, mentre i cantieri della Zisa, uno spazio non teatrale, si adatta al parroco di campagna? Portando sul palcoscenico del Biondo uno spettacolo che ha qualcosa da comunicare con il suo linguaggio, il suo mondo fantastico, indicherebbe agli spettatori che Nuovo, Originale, Avanguardia non sono le parodie dei programmi di mediaset con turpiloquio e stupidità, portati sul palcoscenico.

Il direttore del Biondo è uno scrittore: chi meglio di lui potrebbe riconoscere la qualità della scrittura di Franco Scaldati se solo avesse modo di leggere i suoi testi? Come sta avvenendo dopo la morte di Scaldati con la messainscena di Assassina, lo scorso anno, con la regia di Franco Maresco e la partecipazione di Mimmo Cuticchio - un’altra voce importante da immettere nella pluralità delle espressioni del teatro con radici a Palermo - si sta verificando che rappresentare il teatro di Scaldati senza maniere e senza mistificare la sua poesia, è un atto di cui abbiamo bisogno.

Universo Scaldati a Palermo, Cantieri della Zisa - Teatro Biondo, 31 ottobre - 1 novembre

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