Andrea Cortellessa

Non è un caso che l’incontro dal titolo provocatorio Arte e Stato, promosso qui dal «non-manifesto» (espresso com’era in forma interrogativa) di Alfredo Pirri e Stefano Velotti, e del quale si presentano qui tre interventi fra i molti ascoltati in quella giornata, si sia tenuto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna lo scorso 20 settembre. In un’istituzione pubblica, dunque (la massima, fra le ormai troppe deputate alla modernità; cioè, cominciando col primo ossimoro di quella che minaccia d’essere una lunga serie, il più classico dei musei contemporanei – laddove poi, a ben vedere, già «museo d’arte contemporanea» è un ossimoro perfetto), e in una ricorrenza appannata sino a essere, ormai, quasi del tutto inavvertita. Ma che afferma con decisione, in origine, il carattere profondamente laico, e autonomamente tale, sul quale l’entità statale di questo paese si è fondata, all’atto conclusivo della sua unificazione (il 20 settembre, appunto, del 1870: sperando che nella data «giusta», il 2020 appunto, ci sarà modo di fare una riflessione un po’ meno retorica e vacua di quella che, con numerate eccezioni, ha salutato il 2011). Ecco, il grido col quale ironicamente Pirri détourna una delle frasi più ominose di Martin Heidegger, ormai solo uno Stato ci può salvare, vale come una nuova breccia di Porta Pia. O magari, piuttosto, come la stampella di Enrico Toti (il più topico melodramma della Grande Guerra, che si trova effigiato nel basamento del Monumento al Bersagliere, appunto a Porta Pia): lanciata in extremis contro le forze soverchianti del nemico che trionfa.

Ma chi è questo nemico? E soprattutto: chi siamo, «noi» che lo combattiamo? L’impossibilità di dare una risposta univoca, o forse anche solo sensata, a domande come queste (è assai giusta la sensazione di Pirri, sono domande queste che non vengono «né da un singolo né da un collettivo, provengono invece da una dimensione intermedia e stonata non contrassegnata né dallo stare solitario né da quello comune»: è davvero un tempo di mezzo quello in cui viviamo) dà la misura del disagio col quale – all’apparire del «non-manifesto» di Pirri e Velotti – un po’ tutti abbiamo preso il suo titolo, si diceva, non meno che provocatorio. Arte e Stato. Un’endiadi che irresistibile richiama il più orrendo dei genitivi, ed evoca insomma lo spettro – sovietico o meglio fascista, considerando la nostra storia (opportunamente la direttrice della GNAM Maria Vittoria Marini Clarelli, nell’aprire i lavori, con un sorriso ha ricordato come il periodo di più consistente intervento dello Stato italiano, in materia di gestione e conservazione dei beni artistici, sia senz’altro da considerare il fascismo di Bottai; per inciso il Monumento al Bersagliere, opera non eccelsa di Publio Morbiducci, venne inaugurato il 23 settembre 1932…) – di un’Arte di Stato.

A fronte di questo vecchio spettro novecentesco non si può che ribadire – come una laica formula di fede – l’assunto orwelliano citato, qui, da Raffaele Gavarro: l’artista si può «impegnare», politicamente, solo in quanto cittadino-che-fa-l’artista; l’arte in quanto tale, invece, col potere può intrattenere solo «rapporti puerili» (per convocare un’altra legge novecentesca: quella enunciata – restandole fedele sino al sacrificio personale – da Osip Mandel’štam). Sicché personalmente prenderei con molte molle la parte più seria della proposta di Pirri: quella in cui, sia pure problematicamente, si riflette sull’affinità – in sé difficile da negare – fra «Arte» e «Stato», in quanto entrambi «incarnazione» dei «manufatti artistico-storici» di «un popolo». Percorrendo «istituzionalmente» questa strada (hanno insegnato una volta per tutte Nancy e Lacoue-Labarthe nel Mito nazi), infatti, dalla Bayreuth di Wagner si finisce dritti dritti, appunto, alla Mostra della Rivoluzione Fascista, Palazzo delle Esposizioni 1932…

Ricordo che alla fine degli anni Novanta, in una qualche opera minore di Aldo Nove, per dire qualcosa come «fichissimo», o «una genialata», la voce narrante del dissociato noètico di turno usava il refrain «Statale, immenso, progressivo». Evidentemente si era allora – al culmine d’una bolla di benessere privatistico che si rivelerà, presto, la più effimera delle allucinazioni collettive – al nadir del prestigio storico della categoria di statale: se il suo semplice impiego poteva apparire così irresistibilmente ironico. Passati appena quindici anni – e gettati nel pieno del «paesaggio culturale rotto», nella waste land evocata da Luca Bertolo – quell’ironia può far salire un brivido lungo la schiena. Sino a farci prendere sul serio, quasi!, il grido heideggeriano di Pirri.

Nel regime mercatista-fondamentalista in cui ci toccherà vivere sino alla fine dei nostri giorni, temo, non c’è alcun posto per l’arte (figurarsi per la letteratura). A meno che, beninteso, non si tratti di un’arte non più di Stato ma, appunto, di mercato. Che cioè, come l’arte al tempo dei Soviet o dei Bottai, si assoggetti a illustrare e propagandare valori e virtù di chi comanda davvero. (Gli esempi, in arte come in letteratura, davvero non mancano: e godono oggi, infatti, di tutti i possibili assets di «visibilità» e prestigio.) In questa, che solo una pia speranza ci può indurre a considerare una congiuntura, l’Arte e lo Stato – questi due vecchi nemici – possono forse trovare un piano d’intesa. Un’alleanza strumentale per entrambi, si capisce; non per questo, però, meno utile. Da un lato interrogandosi, cogli strumenti dell’arte, sul senso del potere politico: così svelandone gli arcana a beneficio di noi tutti (al di là dell’assonanza dei termini, cioè, si tratta molto praticamente, come dice Bertolo, di rappresentare i rappresentanti; mi viene in mente, come esempio di questo tipo di lavoro, quello di Armin Linke che s’intitola Il corpo dello Stato).

Dall’altro, come suggerisce ancora Bertolo, ponendosi non in un rapporto di subalternità interessata («siamo gli artisti, fuori il gruzzolo!») ma, ribaltando il piano del rapporto, in una posizione disinteressata: come, si dice e si ripete (con dubbi esiti, però, mi pare), lo Stato dovrebbe promuovere la ricerca scientifica «di base», quella cioè senza immediate applicazioni utilitarie (perché a quella applicata, si capisce, pensa invece il mercato; ma questa, si sa o si dovrebbe sapere, non potrebbe esistere senza l’altra). Per essere più concreti: alla GNAM Hou Hanrou, il direttore del MAXXI, ha suggerito che lo Stato non va più pensato come lo sportello di una banca, un bancomat da strizzare a piacimento (anche perché lì ormai, l’hanno capito anche i sordi, il gruzzolo molto semplicemente non c’è più), bensì come un’agenzia di coordinamento e facilitazione che concerti e armonizzi gli interventi delle tante diverse «banche» (investitori privati, fondazioni, ecc.: il volto «umano», insomma, del mercato) che, malgrado tutto, in campo artistico continuano a intervenire. Uno strano attrattore. Solo in questo modo si può concepire, forse, uno Stato che non sia un dato (il participio passato di uno stare concluso, istituito e immodificabile) ma invece un darsi. Un processo, non un oggetto: qualcosa a cui si partecipa, non cui si assiste. Esattamente come – da un bel pezzo, ormai – pensa se stessa l’Arte.

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