Luca Bertolo

Devo ammettere che il titolo di questo convegno mi ha messo fin da subito un po’ a disagio. A parte il fatto che Arte e Stato mi fa venire in mente cose come Stato e Anarchia, di Bakunin o Stato e Rivoluzione, di Lenin. Non so, qualcosa di vecchio. Ammetto anche che quando ho cominciato a pensare a cosa avrei potuto dire mi è venuta in mente un’immagine, un monumento. Uno di quei monumenti che guardi sempre dal basso in alto, che si tratti di Vittorio Emanuele II o dei partigiani muscolosi con lo Sten a tracolla. In genere, mentre sei lì nella piazza, sotto il sole, e guardi questi monumenti, a un certo punto finisci per farti distrarre dalle strisce lasciate sul marmo delle cacate dei piccioni sciolte dalla pioggia. Strisce che insieme alla patina prodotta dall’inquinamento scombussolano il rigoroso chiaro-scuro ideato dall’autore della statua. Tu sei lì, e guardi: ti senti piccolo in confronto al monumento, ma sei vivo…

E comunque. Alcuni mesi fa incontro Alfredo Pirri sulla scalinata davanti alla GNAM, qui a Roma. È un magnifico pomeriggio. Mi vuole invitare a un convegno, mi dice, su Arte e Stato. È convinto che ci sia un legame indissolubile tra rappresentazione e rappresentanza. In effetti la cosa potrebbe essere interessante, penso tra me e me… Tra l’altro, mi viene in mente un libro che ho letto da poco, Les Onzes, di Pierre Michon, una vicenda che si svolge durante la rivoluzione francese. Al pittore Correntin viene commissionato un quadro: deve rappresentare gli 11 (da cui il titolo) membri del Comitato di Salute Pubblica. In un incontro notturno pieno di pathos, che si svolge in una ex chiesa diventata quartier generale di faccendieri poco raccomandabili, un inviato del governo avverte Correntin: Fa’ attenzione, cittadino pittore, rappresentare i rappresentanti non è una cosa da prendere a cuor leggero! Insomma, sto cominciando a pensare a questa questione della rappresentanza e della rappresentazione, quando Pirri aggiunge subito:

- In ogni caso non voglio verificare quest’intuizione. Non mi interessa verificarla. Quest’intuizione mi piace, è troppo bella per non essere vera.

Ecco, vorrei soffermarmi su questa seconda osservazione. Ma prima devo fare un passo indietro: rappresentazione e rappresentanza. L’assonanza è una forma di vicinanza, e ogni vicinanza suggerisce un qualche legame. Ora, un filosofo o uno storico, per esempio, per prima cosa andrebbe a controllare se esiste un’effettiva parentela etimologica tra queste due parole. Anche un artista lo potrebbe fare, e magari lo fa. Il punto però è che per un artista può essere più importante l’euforia di una tale scoperta. Non perché siano degli sciocchi, gli artisti. Semplicemente sentono che il loro compito fondamentale è già stato assolto nella scoperta. Scoprire. Scoprire vicinanze. Un'artista a me molto vicina ha addirittura intitolato una sua mostra La buona vicinanza. Che poi sarebbe il metodo usato da certi studiosi per organizzare la propria biblioteca, non già secondo suddivisioni convenzionali (botanica, filologia, ordine alfabetico) ma secondo affinità e richiami d’altro genere. Sia come sia, accorgersi di una vicinanza improbabile (cioè di una vicinanza tra questioni o concetti che sembravano lontani) produce quasi sempre interessanti scintille.

Naturalmente intuizioni simili non sono appannaggio dei soli artisti visivi, ci mancherebbe altro. I poeti, per dirne una, sono semmai i veri maestri in questo genere di fantasmagorie: basti ricordare il famoso “incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello” (Lautréamont, Canti di Maldoror). Ma anche gli scienziati non scherzano, basta leggersi le memorie di Albert Einstein. Ed eccoci arrivati a un punto che mi sta a cuore. L’artista è potenzialmente un intellettuale, ma con la riserva della verifica. Cosa voglio dire? Ora, questa cosa che sto per dire bisogna che la dica bene perché farà arricciare il naso a un bel po’ di miei colleghi. Apro una parentesi: in effetti molti artisti contemporanei si ritengono e – peggio ancora – sono ritenuti degli intellettuali perché usano un computer invece che la creta, o perché saccheggiano wikipedia al posto di provare a disegnare la stupida faccia del proprio padre.

Giusto per dire cosa, secondo me, non fa di un artista un intellettuale. Se proprio volete saperlo, credo che ci sia poco di intellettuale nel cicaleccio mediatico e molto di intellettuale in una pietra: per esempio quando Kounellis ne appoggia una su una sedia, prima d’iniziare una sua conversazione, tra gli ulivi, con il pubblico. Chiusa parentesi. Detto questo, quello che volevo esplicitare è che la dimensione intellettuale di un artista in quanto artista (e non in quanto cittadino o in quanto figlio, ecc.) non è facilmente compatibile con la dimensione intellettuale di uno storico, di uno zoologo o di uno psicologo. E questo per la semplice (ma spesso dimenticata) ragione che mentre una teoria può essere falsificata, un’opera (o un’intuizione artistica) non può essere falsificata. È proprio la disponibilità a essere contraddetta pubblicamente e inequivocabilmente che rende scientifica e dunque credibile una teoria (cioè vera): la verità dell’arte funziona invece in altro modo.

Ho la sensazione che da questo distinguo scaturisca tutta la potenzialità, positiva e negativa, del rapporto tra artista e collettività (o tra Arte e Stato). Il diverso regime di verità cui è sottoposta la pratica artistica la rende per certi versi incommensurabile (ed è un paradosso interessante) alla stessa cultura cui appartiene. Faccio solo due esempi: 1) L’artista vive di abusi di potere, laddove un’istituzione pubblica dovrebbe evitarli; 2) la buona arte, volente o nolente, si esprime in un regime di ambiguità, laddove la buona giurisprudenza persegue l’univocità (l’ambiguità di una frase è un’ ambiguità virtuosa quando si trova in una poesia, ma è dannosa nella formulazione di una legge). E così via. Ma allora come avviene (o può avvenire) un dialogo tra artisti e società, se questi due ambiti parlano lingue diverse? (e qui con artista intendo anche attore, poeta, musicista, scrittore, regista ecc.).

1) Una prima risposta è questa: nel momento in cui si rivolge alla collettività, (in sede istituzionale potremmo dire) un artista smette i panni dell’artista e indossa quelli del cittadino impegnato. In genere, la funzione pubblica più frequente è quella dell’insegnamento (e qui si aprirebbe una voragine sulla decadenza di questo ruolo in Italia negli ultimi trent’anni). Molto meno in numero, ma non mancano nemmeno esempi illustri di artisti saliti ai più alti ruoli di rappresentanza istituzionale, da André Malraux a Václav Havel, da Giosuè Carducci a Claudio Abbado. Oltre ai tanti casi di artisti che mediano dei rapporti con le istituzioni, senza entrarne a far parte direttamente.

Ultimamente poi, tutto il filone della cosiddetta Public Art si muove nella convinzione che l’artista possa funzionare come operatore virtuoso all’interno di dinamiche sociali (temi dell’identità, della memoria, del territorio ecc). Ma c’è anche chi ha molti, legittimi dubbi riguardo a questa, che potremmo chiamare via inclusiva dell’artista. Mi limiterò al solo esempio, abbastanza estremo, di Antonio Rezza, uno dei più straordinari artisti italiani attuali: per praticare il suo teatro (insieme a Flavia Mastrella) utilizza luoghi e modi che reputa inconciliabili con le istituzioni. La sua è una posizione cristallina e radicale: da più di vent’anni rifiuta ogni forma di sponsorizzazione, pagando così un prezzo non indifferente per questa sua scelta ideologica.

2) Ma alla domanda su come avvenga (o possa avvenire) un dialogo tra artisti e società c’è anche una seconda risposta: l’arte propone nuovi paradigmi; non li propone direttamente alla società con un obiettivo particolare. In questo senso, l’arte fa la disinteressata. L’arte, la buona arte, offre paradigmi nuovi semplicemente perché non può fare altro. A quel punto, semmai, sono le istituzioni (che poi sono pur sempre fatte da persone) a saper/voler vedere la ricchezza potenziale di quei paradigmi, volgendoli a fini più pratici o, ancor meglio, semplicemente aiutando a renderli pubblici. In questo senso, alla base di una residenza per artisti o di una borsa di studio c’è quest’idea: ciò che l’artista/lo studioso produrrà, andrà ad aumentare comunque (al di qua di ogni obiettivo dichiarato) la ricchezza culturale di un paese.

Bene. Pur sperando che a qualcuno di voi sia parso interessante quanto fin’ora detto, temo che interrogarsi sui temi essenziali (arte, verità, istituzioni) rischi oggi di risultare poco più di un esercizio accademico, se non lo si staglia sullo sfondo di un paese che da trent’anni ha abbandonato la propria cultura alle ortiche. L’assenza di fondi per teatri musei scuole orchestre, professori sottopagati, assessorati alla cultura utilizzati come refugia peccatorum... Ma sono certo che di questo paesaggio culturale rotto si occuperanno nei loro interventi altri relatori.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi