Raffaele Gavarro

A suo tempo, quando cominciavamo a riflettere sul tema Arte e Stato, ho scritto un breve testo con l’intenzione di corrispondere a quello firmato da Velotti e Pirri. S’intitolava: “Le ragioni per le quali non possiamo ancora dirci europei e forse nemmeno più italiani”. Si trattava di un testo che rifletteva sulla perdita di sincronia con la cultura e le arti contemporanee che lo Stato Italiano ha di fatto dimostrato dalla nascita della Repubblica in poi. Per la verità un processo che ha subito una forte accelerazione negli ultimi venti, trent’anni. Riflettevo dunque sulla stranezza di questa perdita di sincronia, coincidente proprio con la condizione di democrazia che avrebbe dovuto, in linea di principio, garantire esattamente il contrario.

Evidentemente questa condizione di asincronia in cui siamo marca una differenza notevole con gli altri stati europei, oltre che, appunto, con il nostro passato che invece proprio sulla di volta in volta “cultura contemporanea” ha costruito quella che chiamiamo storia dell’arte e che ci vede come i maggiori depositari del patrimonio dei beni culturali del pianeta.

Oggi però vorrei cercare di dire qualcos’altro. La mia impressione nei rapporti tra arte e Stato è che quest’ultimo, il nostro Stato, tratti la prima, e in particolare l’arte, le arti visive, e intendo nello specifico chi se ne occupa, come se fossero dei bambini da tenere buoni, accontentandoli quando possibile, o dicendo più o meno innocenti bugie per tenerli buoni. Siamo dei bambini che chiediamo cose inutili: un giocattolo nuovo, una bicicletta; ai quali il padre/Stato risponde – non ci sono soldi, quindi stai lì e gioca con quello che hai, e senza fare troppo rumore perché sto facendo una cosa importante. Non so voi, ma io trovo quest’atteggiamento ormai più che insopportabile. Non ci sono risorse, questo è il mantra che ci viene ripetuto e che ci dovrebbe tenere buoni a giocare silenziosamente in un angolo. Mi sono convinto però che per una buona parte la responsabilità per questo stato di cose sia addebitabile proprio a noi.

Se penso solo a quante risorse abbiamo permesso di sprecare in progetti faraonici e senza controllo, convinti che qualcosa era meglio di nulla e che quindi sarebbe stato solo controproducente stare li a discutere e, tanto peggio, a criticare. Naturalmente penso a musei come il Maxxi e in parte al Macro, forse i due casi più significativi di enormi quantità di denaro investite in strutture senza che fosse prevista la loro reale sostenibilità. Ma prima di ogni cosa senza che fosse valutata la loro efficacia funzionale come edifici destinati all’esposizione di opere d’arte, e tantomeno senza preoccuparsi del loro impatto sul territorio geografico e culturale sul quale insistono. Un giorno di questo dovremmo pur parlare con serenità e obbiettività.

A proposito del Macro, invece, qualche giorno fa un responsabile dell’assessorato alla cultura del comune di Roma, ammetteva candidamente che se le questioni del teatro a Roma sono rimandabili per le soluzioni del caso al Teatro di Roma, che fa da referente a tutto il teatro della città, come ad esempio è successo nel caso del Teatro Valle Occupato, mentre per la musica tutto è piuttosto facilmente riconducibile all’Auditorium, per le arti visive non si sa bene che cosa fare, quale riferimento adottare, dato che il Macro risulta del tutto avulso dai contesti artistici della città. Come dargli torto?

Questa verità mi sembra tanto lampante quanto di gravità straordinaria. Abbiamo speso come collettività tra i 20 e i 30 milioni di euro per il museo d’arte contemporanea della città, che la comunità cittadina, artistica e non, non riconosce, non usa e che in definitiva non sente come proprio, e che oggi è praticamente una nave abbandonata in mezzo al mare. Mi viene da pensare e da dire, che come dei bambini abbiamo accettato i regali che la politica ci faceva, evitando di fare arrabbiare il papà e sperando di poterci giocare qualche volta anche noi con il nuovo balocco. Eppure molti di noi hanno gli strumenti per valutare ed eventualmente per porre questioni. Il nostro rapporto con la politica, con i politici - che al di là della retorica dello Stato siamo noi, sono nel bene e nel male i soli titolati ad agire come Stato -, mi pare che si possa dire che in definitiva sia un rapporto insano, caratterizzato da un doppio squilibrio. Da una parte c’è quello di una politica che pensa alla cultura e all’arte come a una specie d’intrattenimento, per altro nient’affatto divertente, e dall’altra ci siamo noi che dipendiamo appunto dalle loro decisioni, che ovviamente solo occasionalmente incontrano e soddisfano i nostri reali bisogni, ma anche e di conseguenza quelli della collettività alla quale è rivolto il nostro lavoro. Uno scenario assurdo e persino comico, se non fosse che ha prodotto e produce disastri che hanno ripercussioni così importanti da incidere sulla nostra stessa identità nazionale. Dunque Che fare?, usando un interrogativo divenuto anche visivamente emblematico grazie a Mario Merz?

Io mi sono convinto che dovremmo innanzitutto smetterla di pensarci diversi dagli altri cittadini e impegnarci semplicemente come tali nelle cose in cui crediamo. Citando e parafrasando George Orwell che nel saggio Gli scrittori e il Leviatano del 1948 dice, “Quando uno scrittore s’impegna in politica dovrebbe farlo come cittadino e come essere umano, ma non come scrittore”, allo stesso modo gli artisti e gli intellettuali in generale dovrebbero essere capaci di pensarsi come parte di una comunità ampia e impegnarsi per essa, non pensando che un gesto di favore verso un singolo, meritato o meno, e meglio se destinato a se stessi, sia una soluzione utile per tutti.

Questa riflessione dovrebbe aiutarci a lavorare su due aspetti complementari, il primo è smetterla di pensarci come individui privilegiati, ma come una comunità che è parte integrante di una collettività con cui condividiamo non solo le fatiche quotidiane, ma anche una grande parte del nostro lavoro. Il secondo è che dobbiamo smetterla di attendere concessioni e regalie varie, ma impegnarci a cambiare direttamente la politica e quindi lo Stato, e non solo per l’ambito culturale, dimostrando che le nostre voci non sono singole, ma condivise da una comunità che è parte appunto della collettività.

In altre parole bisogna decidersi ad organizzarsi in modi e termini che siano aggiornati al tempo che viviamo, alle problematiche che dobbiamo affrontare, costituendo soggetti che la politica non possa eludere o considerare secondari nel complesso delle sue azioni. La questione non prevede soluzioni semplici, naturalmente, ma tentativi. La Consulta per l’Arte Contemporanea di Roma, è ad esempio un tentativo che stiamo facendo in questo senso e tra molte difficoltà sta cercando di porsi come interlocutore dello Stato, in questo caso il Comune di Roma. L’idea era, ed è, quella di formare un laboratorio nel quale dare forma ad un soggetto “politico” con il quale lo Stato/politica possa confrontarsi per trovare soluzioni condivise. Perché la storia del nostro paese dimostra che le voci singole, anche le più autorevoli, purtroppo, e nella migliore delle ipotesi, sono rimaste inascoltate.

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Una Risposta a La cultura deve diventare soggetto politico

  1. Roberto Caradonna ha detto:

    caro Raffaele,mi piace il tuo articolo e considerando che vivi in Italia,devo aggiungere che nutro un profondo rispetto alle tue parole.Ricordo che un cretino(Min.dell
    ‘Economia!) della politica italiana,sentenziò che l’Arte
    e la Cultura in genere,non produce denari!Questa persona è cretina.Io vivo ad Amsterdam da 36 anni e malgrado i grossi tagli avvenuti negli ultimi 4/5 anni, l’Arte vende.Causa spazio vado subito ad aggiungere che NOI siamo ovviamente come tutti gli altri ma con un’arma efficacissima per fare politica, senza spargimenti di sangue, senza kalashnikov, senza religioni. Usiamo il nostro mezzo per parlare alla gente e confrontarla con i nostri specchi metaforici.La pittura,la scultura,il cinema,il teatro per dire cose dirette ai nostri fruitori.Sforniamo le nostre idee e divulghiamole.

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