Lisa Ginzburg

Nelle immagini pubblicitarie sta sospesa come una nuvola che proietti ombra sulla sabbia sottostante. Un veliero, di volute in vetro supportate da bande in acciaio: struttura somigliante alla “sorella maggiore” dallo stesso Frank Gehry, archistar canadese, progettata più di quindici anni fa per il Guggenheim Museum di Bilbao.

È la Fondation Louis Vuitton, pochi giorni orsono inaugurata all'ovest di Parigi, nell'ampia macchia verde che lambisce il Bois de Boulogne. Un omaggio dello stesso Gehry “alla vocazione culturale della Francia”. Un'opera commissionata per cifre stratosferiche (si parla di cento milioni di euro), oggi prodotto perfettamente confezionato e strategicamente “lanciato”, cui tuttavia manca qualcosa, per acquisire la densità di un'operazione a senso pieno. Sono andata a vedere.

Le nuvole, quelle vere, si specchiano nei vetri, mostrando sin da subito l'intenzione soggiacente a questo gioiello architettonico nuovo di zecca, di una modernità insolita per lo skyline di Parigi, non fosse per i vicini grattacieli della Défense. Ad ispirarlo nessun criterio urbanistico convenzionale; piuttosto (lo stesso Gehry lo scrive nero su bianco) una visione non antropometrica dell'edificare. Ovverosia: non si tratta di ribadire l'impronta umana sulla natura, essendo lei se mai ad imporsi sulla costruzione.

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Tutto, di questo nuovo grande spazio espositivo pensato per la moda, l'arte e la musica contemporanee, dichiara invero di voler rendere omaggio a elementi non artefatti. Già all'ingresso, la bellissima installazione Inside the Horizon del danese Olafur Eliasson, che occupa e delimita l'esterno del museo: imbrigliato da luci al neon di un carezzevole caldo giallo, un corso d'acqua si incanala sino a gettarsi impetuoso ma regolare lungo l'ampia gradinata di un declivio. E di nuovo in direzione della natura sembrano incitare le terrazze, a pianta triangolare o esagonale, spaccati di luce protesi verso il cielo, verso le cento tonalità di verde dell'autunno del Bois de Boulogne, verso il fuori.

Ribadisce il medesimo primato del “naturale” l'esposizione dedicata a Frank Gehry. Sulle pareti della sala in penombra scorrono immagini di cieli, di gonfie, bianche, benefiche nuvole la cui visione inala ossigeno alla serialità degli oggetti che compongono la mostra: modellini e plastici della struttura architettonica della Fondazione, restituita nelle sue diverse fasi di realizzazione. Omaggio reiterato alla maquette, apoteosi del prodotto confezionato – irrorato da quei cieli proiettati sui muri, funzionali a non implodere nel cono troppo stretto dell'autocelebrazione.

Anche le opere esposte nel nuovo spazio parigino e firmate da artisti prestigiosi paiono inghiottite da una prospettiva più ampia, e non manufatta – non umana. Appassionante 6 settembre 2005 di Christian Boltanski, installazione dedicata alla velocità supersonica dell'informazione, dove immagini tratte dall'Archivio Audiovisivo di Francia e che raccontano gli avvenimenti accaduti simultaneamente nel mondo in quel preciso giorno, vengono proiettate, gigantesche e rapidissime tutt'intorno. Puoi fermarle, con bottoni e cursori; poi riavviarle, sentire il brivido entropico dell'assorbire dati informativi in eccesso.

Eppure uscire fuori, sulla grande terrazza di fronte, contemplare la geometria di larici, abeti, la città che frenetica e monumentale all'orizzonte fa capolino, sembra più importante. Più attuale. L'antropometria non basta più. I musei sono contenitori, grandi impeccabili spazi sempre più spesso rilevanti in misura superiore a quel che espongono, e a tutto quanto andranno, nel tempo, esponendo.

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