Paolo B. Vernaglione

Corpi che contano (1996), suonava il titolo di uno dei testi che hanno contribuito a dissolvere il mito del corpo-sostanza, che era una delle rivendicazioni che il femminismo cosiddetto della differenza difendeva con maggior vigore a partire dagli anni Settanta dello scorso XX secolo. Judith Butler nelle pagine di quel libro dislocava la riflessione sulla discriminazione di genere non più all’interno della femminilità considerata come “altro”, nell’orizzonte di un’identità da costruire e difendere, bensì come effetto discorsivo di una materialità linguistica di cui era necessario fare l’archeologia.

Da questo cambio di posizione sarebbero scaturite le istanze del gender, che attraversano le culture gay, il post-femminismo e le ormai comuni pratiche di iscrizione dei corpi (piercing, tattoo, bodmod). Il corpo tornava al centro dell’agenda delle resistenze e al centro della riflessione sui modi in cui si diviene soggetti nella temperie neoliberale dell’identità. E suscitava la permanenza di controcondotte con cui si misurava l’attacco indiscriminato all’intera teoria femminista. L’importanza del mutamento di prospettiva, da ascrivere anzitutto alla riflessione polarizzata tra Europa e Stati Uniti, ha trovato conferma in questi ultimi venti anni nei movimenti trans e LGBQ, e soprattutto nella forza di comportamenti esteticamente eversivi, nel clubbing come nelle occasioni del pride. Essendo infatti quasi del tutto venuta a mancare la spinta politica che aveva distinto le prime comunità gay californiane negli anni Sessanta e la deflagrante rivoluzione degli anni Settanta – la teoria e la pratica trans sono rimasti l’unico piano di aggregazione e di confronto per quanti (singoli e realtà più o meno organizzate) hanno da tempo abbandonato la richiesta di diritti uguali (politici e di cittadinanza). D’altra parte gay, lesbo, queer, in un magnifico esodo dalla società dei ruoli e delle identità, hanno incontrato il limite dell’irrilevanza a contatto con poteri forti di coniugazione di morale e identità, valore e soggettività.

È quanto in maniera eccellente testimonia il libro di Alessandro Baccarin, Il sottile discrimine, che considera tre tra le più importanti “prese” sulla corporeità che i poteri-saperi attuali sperimentano: quella sul corpo trans, tra medicalizzazione ed elusione del riassegnamento al genere, quella del tattoo tra guadagno di singolarità e normazione di un comportamento, e quella del porno, tra sfruttamento ed espressione di soggettività. Sulla base della grande descrizione foucaultiana, l’esplorazione della corporeità di cui qui si tratta chiama in causa una serie di enunciati problematici, fornendo alla fine un corredo convincente delle forme di soggettivazione nel tempo della vita valorizzata. Nella realtà gay, di cui Baccarin con un congruo apparato teorico racconta l’epopea, lo spartiacque dell’AIDS riqualificava un comportamento separando sesso e genere nel cruciale passaggio dal concetto di omosessualità a quello di cultura gay. È stato allora che la pratica trans ha iniziato a radicalizzare la cruciale differenza tra come si nasce e ciò che si può diventare. Si verifica “sulla propria pelle” quanto sia discorsiva e innaturale l’identità sessuale, quali istanze di potere infiltrino il desiderio di riassegnamento e quale piano di subordinazione sia in gioco.

Il corpo tatuato invece, all’apparenza estraneo al gioco di specchi in cui una singolarità inassimilabile si riflette nell’omologante iscrizione della carne, sposta il senso di quell’atto: da rituale e culturale negli aborigeni e nel meraviglioso Kafka della colonia penale, diventa punto di addensamento dei poteri del corpo e sul corpo – nel movimento dell’esteriorità piena dei poteri sulla superficie di una resistenza. Ancora: nel sedimento del desiderio che la pornografia digitale agita, dal fondo sabbioso della distanza del vedere, leggiamo i resti di una guerra dei costumi, combattuta dal secondo dopoguerra, la cui posta in gioco è stata, allora, la libertà di mostrare il corpo-oggetto femminile; oggi, la necessità di saturare la comunicazione audiovisuale nello stesso campo in cui operano la moda, l’advertising e la chirurgia plastica. La risultante di questi effetti di legittimazione della corporeità è, per converso, l’appello al desiderio, come le ultime righe del testo insistono nel ribadire: non più il piacere, non più la libertà, bensì il desiderio, sollecitato, armato, normato, regolarizzato.

È quanto del resto ci viene ripetuto da una terapeutica non innocente nell’evocare il nome-del-padre, la restituzione della legge all’ordine simbolico che un sociale disastrato e anarchico avrebbe smarrito. Il godimento è il nemico da sopprimere per conto della civilizzazione dei rapporti affettivi, che da tempo immemore quello stesso potere desiderante che ora urla la legge, ha distrutto. Recuperare allora l’istanza di libertà nel piacere, di cui già Foucault lamentava la scomparsa, significherebbe ripraticare il corpo, ridargli senso al di là della sua problematizzazione; e in questo modo, forse, aprirsi all’oltre umano in cui prende corpo ogni trans-formazione. Il pensiero del corpo infatti, già a partire dalla fenomenologia di Merleau-Ponty, è traccia dell’evento della relazione, interfaccia mobile tra soggetto e mondo, in cui il linguaggio si rende sensibile e la materia organica scompare alla vista. Il luogo insomma di una parrésia, di un dire il vero di sé nell’affrontamento di una tecnologia, nella dislocazione mobile di una volontà, nel constatare la densità dell’esperienza. Per questo il corpo è il luogo non spaziale di tutti i mutamenti, il momento intemporale di tutti i divenire, cioè il fatto stesso della liberazione.

Alessandro Baccarin
Il sottile discrimine. I corpi tra dominio e tecnica del sé
ombre corte (2014), pp.130
€. 13,00

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Una Risposta a Il sottile discrimine

  1. paolida carli ha detto:

    Ma si può scrivere in questo modo ?

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