Salvatore Finelli

«Per esprimere quello che io sento – scrive il contino Giacomo Leopardi in una lettera a Pietro Giordani – ci voglion versi e non prosa». Gli stessi versi divengono immagine nel lungo canto che Mario Martone, regista di Noi credevamo e della trasposizione scenica delle Operette morali, dedica al giovane favoloso.

L’inchiostro nero, nel quale la poesia leopardiana si è calcificata nel corso del tempo, diviene luce policromatica sullo schermo cinematografico. Una tale sinfonia visiva non può prendere forma se non con l’immagine della siepe che «da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». Un giovane Giacomo, rivelato già ricurvo nelle fattezze di Elio Germano, si solleva a fatica tra quegli alberi che, limitando, provocano il desiderio di guardare. La macchina da presa ripete gli stessi movimenti, indugiando sulla campagna marchigiana incorniciata da quel muro di arbusti. L’impiego reiterato della soggettiva esibisce immediatamente la superiorità dello sguardo tecnologico su quello antropomorfico: muovendosi lungo un asse verticale alto/basso, lo sguardo di Giacomo viene frustrato in una negazione del visibile che la soggettiva finge per poi rimuovere.

In questo movimento contrastante, la messa in scena restituisce l’oxymoron di un corpo nemico a se stesso e prigione dello sguardo. L’anelito di spiritualità oltre la materia di un fisico già lacerato, si può fingere soltanto nel pensiero. Del resto, sin tal titolo, il film suggerisce l’immaginazione quale veicolo privilegiato di accesso ai fantasmi inconsci del poeta. E in una di quelle notti in cui la fantasia si cristallizza in versi, dalla finestra del piccolo studiolo il suo sguardo incrocia gli occhi di Teresa – alias Silvia – Fattorini. La fugacità dell’amore per Silvia si consuma completamente nel battito di quelle palpebre che nemmeno la morte socchiude dinanzi allo sguardo interiore di Giacomo. La sequenza della veglia funebre esibisce proprio un voyeurismo deviato, ripetuto anche durante il soggiorno fiorentino in compagnia dell’amata Fanny/Aspasia e dell’amico Antonio Ranieri.

La distanza tra soggetto e oggetto del desiderio è situata ancora una volta tramite una finestra: in quello spazio trasparente al di là del vetro, il voyeur Leopardi mette in scena la spaccatura che lo separa per sempre dall’oggetto desiderato, dall’amplesso voluttuoso in cui si cingono Fanny e Ranieri. L’ambivalenza della sessualità leopardiana si rivela in uno sguardo pieno di incertezza, rivolto verso una meta sessuale eteronormativa costantemente in bilico. Incertezza che si logora anche nel confronto tra il fisico adamitico di Ranieri e il proprio corpo gracile e deforme, impotente di fronte al sembiante fuggitivo di Aspasia. Fanny non è Psiche, che «amava ad occhi chiusi, senza vedere chi fosse l’amato».

Uno sguardo ad occhi chiusi è quello che Mario Martone dedica al poeta di Recanati, uno sguardo partecipativo, commosso nel lirismo di una finzione cinematografica in grado di trasfigurare la vicenda di un uomo nella storia universale dell’uomo. Lo spettatore aderisce all’immagine di Giacomo, perché riconosce in essa la propria fragilità. La regia sapiente di Martone non indugia su una ricostruzione storica della biografia leopardiana né ricerca il vero, ma si muove nella zona d’ombra del dubbio. Il pensiero dello Zibaldone scelto come incipit del trailer ufficiale del film, recita proprio: «Il vero consiste nel dubbio. Chi dubita sa e sa più che si possa».

Il giovane favoloso non è un biopic o un docudrama, ma il ritratto della poesia che si fa carne attraverso il corpo e le parole di Leopardi, come quando Giacomo, dinanzi ai letterati del Gabinetto Vieusseux, impersona il Tristano dell’omonimo dialogo per rivendicare la pazzia, fitta in capo, che la vita umana fosse infelice. È un film sul pensiero, su quello scetticismo ragionato indipendente dalle personali sofferenze fisiche e la cui summa si identifica nel Dialogo della Natura e di un islandese, visualizzato come un delirio psicotico tra il poeta e questo colosso dalla forma smisurata di donna e il volto bello e terribile, con gli occhi ciechi al destino dell’uomo.

Alle pendici del Vesuvio si conclude la parabola esistenziale di Leopardi: i versi de La ginestra accendono lo schermo al pari delle impetuose colate laviche che, impetuose e incontrollabili, precipitano lungo i fianchi del monte formidabile e sterminatore. È l’ultimo momento in cui lo sguardo del giovane favoloso – negato dopo l’addio a Fanny in un fisico inarcato sino al suolo – si erge verso l’alto, vagheggiando un desiderio di infinito nelle immagini del nulla cosmico, immagini di quel sentimento del sublime caro al Romanticismo e di fronte al quale l’uomo Giacomo – non il poeta Leopardi – reclina il capo innocente.

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2 Risposte a Il giovane favoloso

  1. Tom ha detto:

    Linguaggio da esibizionista…

  2. […] Salvatore Finelli Il giovane favoloso […]

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