Lea Melandri

Pubblichiamo un estratto da L'attualità inattuale di Elvio Fachinelli (ipocpress, 2014). Il libro, a cura di Lea Melandri, riunisce saggi di Ambrogio Cozzi, Fabio Fiorelli, Manuela Fraire, Nicole Janigro, Romano Màdera, Lea Melandri, Antonio Prete, Antonello Sciacchitano.

Una delle ragioni dell’oblio che è caduto sulla figura di Elvio Fachinelli, nonostante le sue analisi sulla modificazione dei confini tra individuo e società, natura e cultura, inconscio e coscienza, siano oggi più attuali che negli anni ’70 e ’80, va cercata proprio nell’originalità di una ricerca che ha contrapposto fin dall’inizio “prospettive impensate” alla “tragica necessità del dualismo”. Convinto che l’“insubordinazione”, la “rottura pratica delle regole imposte” fosse “il cuore di ogni politica”, Fachinelli non poteva ignorare gli effetti rovinosi della dialettica che ha spinto gran parte della specie a ricorrere a dicotomie astratte e a mantenerle in vita una volta esaurito il loro valore simbolico. La scoperta dei “nessi” che ci sono sempre stati tra un polo e l’altro – la sostanziale inscindibilità del soggetto umano – delinea, fin dagli anni ’60, quello che sarà il percorso inconfondibile della sua “avventura” teorica e pratica, le “nuove strade” che veniva proponendo contemporaneamente alla psicanalisi e all’agire politico. (…)

Sul rapporto individuo e società, psicanalisi e politica, Fachinelli ritorna più volte negli scritti giornalistici e nelle interviste, che coprono circa un trentennio: un materiale prezioso che non può essere considerato solo un’appendice dei suoi libri. Se con la fine dei movimenti non autoritari degli anni ’70 – la rivista “L’erba voglio”, il movimento giovanile del ’77, le radio libere, ecc. – la ricerca condotta nell’ambito della relazione analitica sembra prendere il sopravvento sull’impegno politico, la lettura che Fachinelli stesso dà di questa “svolta” conferma che l’orientamento iniziale non è cambiato. Compito della psicanalisi resta la domanda “cosa sia l’uomo” – l’attenzione verso ciò che non è noto, l’inatteso, il sorprendente; il suo fallimento storico: “non essere riuscita a intervenire, se non occasionalmente, nei luoghi in cui si forma l’individuo socializzato”. (…)

Attualità e inattualità, presente e passato, continuità e imprevisto, intelligenza personale ed elaborazione collettiva, non ubbidiscono a “passaggi meccanici”, il rimando reciproco non è quello di causa-effetto o del discorso lineare, ma dei “movimenti improvvisi”, della frattura. A tenerli insieme è la possibilità della “ripresa” aperta a nuove, impensate soluzioni. L’esigenza antropologica che porterà Fachinelli negli anni ’80 ad esplorare strati percettivi e cognitivi della mente tenuti ai margini, disconosciuti, perché sentiti come “minacciosi per l’Io ben individualizzato”, non è la rinuncia al suo precedente impegno politico ma la sua estensione.

“… sono sempre diviso tra l’interesse per ciò che mi passa accanto in un preciso momento e un uso più profondo, più personale e intenso del tempo. Vorrei dire quasi un uso solitario.” (…)

L’ “estatico”, inteso come “la possibilità di uno sguardo dilatato, una visione più ampia e più profonda di noi stessi, un’esperienza a cui partecipa tutto il corpo”, è meno distante di quanto si potrebbe pensare da quella “passione dell’uomo”, da quella “molteplicità di manifestazioni di vita umane” di cui parlava Marx, e che Fachinelli rimprovera alla tradizione marxista di non aver saputo cogliere. La “gioia massima”, che Freud aveva rifiutato sentendola come eccessiva e pericolosa, richiama non a caso la categoria del desiderio che compare negli articoli del ’68-’69, a proposito della “dissidenza giovanile” e del movimento non autoritario. (…)

La critica che Fachinelli aveva fatto alla società dei consumi negli scritti del ’68-69 parte da un presupposto analogo a quello che lo porta ad attaccare con particolare durezza tutte le istituzioni che promettono sicurezza in cambio di subordinazione, obbedienza, passività, “perdita di sé come progetto e desiderio”, non esclusa la Società di psicanalisi, “fortezza burocratica” che forma e seleziona “analisti senz’anima”, “personalità smussate, arrotondate, senza spigoli”. Contro la dipendenza, la passività attendista, che risorge come risposta all’isolamento e al senso di impotenza riattivando necessità elementari – sopravvivenza, nutrizione, calore –, il richiamo è sempre all’individuo, all’assunzione di responsabilità in prima persona, al “viaggio” che porta a ritrovare all’interno di se stessi un “patrimonio comune” di esperienze, di sogni, di risorse vitali insospettate.

Anche in quella singolare “conversazione conoscitiva” che è l’analisi, dove “c’è uno che parla il più liberamente possibile e uno che sta a sentire”, ci sono esperienze personali variamente stratificate che emergono per entrambi gli interlocutori, in modo imprevedibile, sia pure “a tempi spostati”, “per sincopi”, senza un vero dialogo. Psicanalisi e marxismo, assolutizzando l’una l’infanzia e la vita del singolo, l’altro i rapporti di produzione, hanno finito per diventare due ideologie e svuotare di senso l’unico luogo – l’intelligenza personale – da cui far ripartire ogni volta la relazione con se stessi e col mondo. Il rapporto individuo-società, tempo lineare della storia e tempo soggettivo fatto di salti e imprevisti, filo conduttore dell’inesauribile curiosità intellettuale di Fachinelli, ritorna in una trasmissione radiofonica del 1989, l’anno della sua morte. Il riferimento è a Freud e ai fenomeni collettivi, ma vi si può leggere quella che è stata la più profonda convinzione di tutta la sua ricerca. (…)

Ma se sono i libri a scavare il solco di un pensiero che si va sempre più approssimando a un’armonia col corpo e con i limiti mortali di ogni vivente, la produzione ininterrotta di scritti giornalistici e interviste che li accompagnano da prova di una sfida altrettanto sorprendente: portare le estreme regioni dell’Io a sconfinare nei territori del mondo cosiddetto “civile”, interrogare il geroglifico sociale con i “residui notturni” che ormai lo abitano indisturbati. Per uscire dalle astratte contrapposizioni dualistiche, che hanno portato la politica a separarsi sempre più dalla cultura e dalla vita, l’uomo ad accanirsi con sostituti artificiali contro la natura, non bastava far riemergere ciò che è stato escluso, valorizzare ciò che è stato rifiutato o disconosciuto. Era necessario andare all’origine della costruzione dualistica, dire perché e come ha potuto diventare una “tragica necessità”.

Pur senza affrontare direttamente la vicenda dei sessi, il posto che ha occupato storicamente la potenza virile e tutto ciò che è stato costruito in opposizione ad essa, è la polarità maschile-femminile che compare inaspettatamente a far da nesso tra la vita politica e le scoperte della pratica analitica. Sono ancora una volta due scritti che, sia pure diversi per il tema affrontato e lontani nel tempo, a portare allo scoperto la matrice sessuale della dualità: Destra e sinistra: una coppia simbolica esaurita (1981), Conversazioni sull’estasi (1989). I termini politici di “destra” e “sinistra” – ma lo stesso si può dire di tutte le dicotomie simboliche che, pur cambiando di sostanza e figura, hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia – rimandano alle definizioni opposte e complementari del maschile e del femminile, ma soprattutto mostrano chiaramente che uno dei due poli deve la sua marginalità e il suo disconoscimento a quello vincente. La “rivincita”, quando è costruita dall’interno e in analogia col modello dominante – un disvalore trasformato in valore – non può che andare incontro a uno scacco. È una delle ragioni dei tanti errori della sinistra politica, ma anche, mi verrebbe da dire, di quella parte del femminismo che ha pensato di sostituire “l’ordine simbolico della madre” a quello del padre, genealogie di un sesso a quello dell’altro. (…)

All’origine delle scissioni che conosciamo, tra corpo e pensiero, individuo e società, attività e passività, destino dell’uomo e della donna, c’è sempre l’impostazione maschile, la “potenza virile”. La minaccia di un ritorno all’originaria indistinzione col corpo materno si può pensare che abbia reso necessario per l’uomo alzare barriere, fortificare i confini di un Io incerto, fermare lo sguardo sulla sua individualizzazione e soprattutto salvaguardare la sua civiltà da ogni possibile contaminazione con il femminile. Ma quando ciò che è parso “necessario” non è più tale, lacerazioni e contrapposizioni violente possono lasciare il posto a “una visione più profonda di noi stessi”, a una “capacità di gioia” prima sconosciuta, all’intreccio di ciò che prima appariva irrimediabilmente contrapposto. (…)

Con la scoperta dell’“estatico” Fachinelli ha aperto una breccia nella “roccia basilare” di fronte a cui si era arrestato il viaggio del primo “conquistador” dell’inconscio – il rifiuto della femminilità e di tutto ciò che l’immaginario maschile vi ha deposto sopra. Ma ciò che più conta è aver visto in quella “gioia massima” che viene dal rivivere, sia pure in alcuni momenti eccezionali, la fase iniziale della vita, la possibilità che è data a tutti, uomini e donne, di prendere su di sé modi del sentire e del conoscere che sono stati finora considerati “naturalmente” femminili e in quanto tali rifiutati o privati di valore. La recettività, il dono, la cura, l’accoglimento della caducità come sorte del singolo e limite necessario di tutti i viventi, sono l’oggetto delle riflessioni accorate e lucide degli ultimi scritti giornalistici e delle ultime interviste.

Freud, Rilke e la caducità (1989), Il dono dell’imperatore (1989) parlano, indirettamente, della vicenda personale, dell’avvicinamento a una morte annunciata, ma sono non a caso anche gli scritti di massima apertura verso il mondo, la ripresa delle prospettive impensate che erano già emerse nell’ “innamoramento collettivo” del ’68, nelle “nuove istituzioni d’amore” tentate da una generazione “adolescente, indecisa, staccata o renitente rispetto alla realtà produttiva dei paesi d’occidente” (12), protagonista di una rivoluzione destinata, come il desiderio, a ripresentarsi nel futuro. (…) Per due grandi indagatori della felicità, come Freud e Fachinelli, le strade dell’individuo e della collettività, dell’inconscio e della storia, sono evidentemente inseparabili.

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Una Risposta a L’attualità inattuale di Elvio Fachinelli

  1. vlad tepes ha detto:

    posto che forza e potenza non sono solo “virili”, la virilità in qualunque modo la si intenda è sempre da buttare? Secondo me no, esiste una parte sana.
    La dicotomia tra individuo e società comunque continua ad avere un senso.

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