Paolo Morelli

A volte si ha l’impressione che taluni interventi critici sui più grandi scrittori del secolo scorso serbino nell’intenzione la volontà segreta, come dire, di allontanare il problema. In specie quando elaborati col metro accademico, lasciano il sospetto che ci si affretti a consacrarne la grandezza come un’irriducibilità ai nostri parametri, quelli odierni voglio dire, o perlomeno evidenziare come tali dimensioni siano oggi impossibili, come se la letteratura avesse passivamente assorbito la rassegnazione e la presunzione d’un epoca debole che non sopporta più niente né ha bisogno di collegarsi ad alcuna tradizione.

Ecco, proprio nulla di tale mode d’emploi si trova in Gadda, di Giorgio Patrizi. Patrizi, che pure è ordinario di Letteratura italiana all’Università del Molise, sembra proprio sia rimasto impaniato nelle ossessioni dell’ingegnere, tanto da dover cedere parte della sua «sovranità di giudizio» a favore d’una minuziosa e misteriosa empatia che finisce per esaltare, invece di sminuirlo, il lavoro critico che osserviamo come lungo e costante. Il medium, il tramite lo si trova io credo nella «strettissima connessione di poetica ed etica» nell’opera dello scrittore, vale a dire nella maniacale riflessione critica sul suo fare che interessa tutte le sfaccettature della creazione o invenzione che sia, nella loro dimensione etica appunto e spirituale perfino, la maniera insomma in cui ogni singolo gesto di scrittura «gratta» o meno sull’esperienza reale del mondo. Tutte le costanti stilistiche della duttilità, l’alternanza di registri, l’«oltranza linguistica» così come la «smania deformante» nonché la danza celebre e frenetica di bipolarità di soluzioni linguistiche, sono rilette da Patrizi come spia accesa e fiammeggiante, anzi, dell’autentica necessità espressiva d’un «senso morale alto e risentito», quasi un titanismo morale si può dire.

E i temi ricorrenti nella scrittura del Gaddus, a partire da quello assai centrale del gran disordine nel sistema del mondo, quel dispendioso «gomitolo di concause» e ogni laboriosa fatica di ragioni espressive che portano alla mirabile serie di modalità di costruzione discorsiva, sono affrontati con «l’orgogliosa consapevolezza della precisione esecutiva» che sempre è riconducibile a una sorta di «risentimento etico», dove «l’acuto bisogno morale s’incastra con la passività e i ripensamenti dell’individuo». Allo stesso modo si produce la scelta comica, come tonalità che va più a fondo del tragico poiché necessariamente già lo contiene e prova a fornire perlomeno un’ipotetica risposta o via d’uscita, una comicità che d’altronde e bachtinianamente non ha mai del «carnevale da salotto», non si distanzia per dare arie all’ironia ma è implicata sempre, e drammaticamente in prima persona.

«Quando scriverò la poetica, dovrà, ognuno che si proponga intenderla, rifarsi dal leggere l’Etica; e anzi la Poetica sarà poco più che un capitolo dell’Etica», così Gadda nella Meditazione breve circa il dire e il fare. «È così che si definisce progressivamente l’entità insieme estetica ed etica del gesto creativo: il suo essere nel e per il mondo, invenzione, memoria, traccia del tempo, delle esistenze», chiosa Patrizi. Al centro del suo lavoro critico c’è l’idea che, al di là d’ogni risultato e possibile anzi probabile fallimento, lo scrittore ritenga suo imprescindibile dovere, nonché diritto, credere che se sposta o toglie una virgola ciò avrà ripercussioni sul mondo intero, anche e soprattutto perché sa bene quanto sia poco vero. Lì proprio infatti risiede la forza, ma lì è pure dove casca l’asino: se si insiste su quello che è ormai meno d’un luogo comune, la nevrosi come carburante nella prosa di Gadda e di tutto forse il Novecento, se se ne bolla la folle coerenza o mummifica nel comportamento da «moderno», si sappia bene che di politica culturale si tratta, datata nonché retriva. Se poi si finge di non sapere questo, si è già firmata la propria condanna e non ce se la può prendere con nessuno, nemmeno con l’industria culturale.

Giorgio Patrizi
Gadda
Salerno, 2014, 271 pp., € 14,00

Share →

2 Risposte a Gaddus, il gigante

  1. […] Paolo Morelli Gaddus, il gigante […]

  2. Fabio Ciriachi ha detto:

    In “Breve secondo Novecento” Fortini scrive: : “Gadda mi è sempre stato antipatico. L’eminente critico e filologo Gianfranco Contini afferma che di quello scrittore il centro è nella «lacerante delusione di un uomo d’ordine smentito dalla storia sua e di tutti». Non per nulla Gadda, nel suo “Diario di guerra” si scagliava contro i soldati che non avevano nessuna voglia di affrontare il pericolo e la morte. Certe laceranti delusioni, ecco, non mi commuovono affatto”, posizione, questa, che non gl’impedisce, poco dopo, di riconoscere l’eccezionale qualità de “La cognizione del dolore” che dice di preferire al “Pasticciaccio” “…intriso di troppa piacevolezza”.
    Non ho letto il lavoro di Patrizi (aspetto con grande interesse che, come promesso me ne invii una copia), ma ho appena riletto la “Cognizione del dolore” e ho una gran voglia di misurare certe mie impressioni col suo lavoro che sa di appassionato. La nota di Fortini non voleva essere stonata, serve a illuminare con luci di contrasto un quadro che, dato il soggetto, soffrirebbe di troppa entusiasta unanimità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi