Gianfranco Baruchello

La settimana scorsa il poeta Emilio Villa è stato sepolto nel cimitero toscano di Sant’Angelo. Solo tre amici erano presenti. Malato, intristito dalla condanna a una vecchiaia muta (ma invece della bocca parlavano il suo sguardo e i suoi gesti), Emilio aveva subìto anche l’affronto fisico dell’amputazione di una gamba, operazione chirurgica alla quale, dopo pochi giorni, è seguita la morte. La morte altrui è sempre la prova generale della nostra e sempre assistiamo alla fine, soprattutto degli amici, con uno sgomento quasi fanciullesco che non serve a nulla e a nessuno e che fa desiderare rimedi quanto mai materiali e generatori di oblio. Si libava col vino sulle tombe dei lontani padri e ancor oggi occorrerebbe non offrire fiori ma portare vino da mescere ai partecipanti al lutto. Credo che a Villa un rito del genere sarebbe andato a genio e forse anche offerte di cibo a Thanatos le avrebbe approvate, lui amante delle cose sapide e vere della vita.

Solo, in un angolo di un piccolo ristorante di Rue du Bac, Emilio sedeva solitario e vorace davanti a un piatto con su una trota (o forse era un «filet de hareng»?) quando nei primissimi anni Sessanta io l’ho incontrato per la prima volta. Emilio era amico dei pittori e a questi portava anche fortuna con quel suo umore che esprimeva in versi di accompagno e di presentazione. Pure a me vaticinò eventi che poi realmente successero per il meglio: l’America, i musei, un briciolo di gloria. Ardente vate ma fustigatore di supposti tradimenti. Guai a essere anche amico di x o y (suoi effettivi, immemori epigoni o comunque debitori), ti fulminava per iscritto. Salvo poi ri-amarti alla prima occasione: ovvero all’ultima, quando mi scoccò un bacio, lui già colpito dal male, prima di ritirare un premio letterario per il quale lo avevo proposto. Fu l’ultimo fugace incontro, prima della scomparsa di Nelda (l’anno scorso) che lo ha lasciato tragicamente solo.

«E tu dirai beh ma che c’entra tutto questo? Eh se centra...», mi vengono in mente ora questi suoi versi. O meglio: che c’entro proprio io a scrivere, su richiesta, un ricordo di Emilio? Perché – grande poeta dimenticato (ma non da chi lo conobbe e sempre lo amò) – egli sia da ricordare oggi a opera di un artista anziché, com’è e sarà giusto, della critica, degli storici della letteratura e degli editori (questi ultimi tutti assenti ingiustificati); questo l’interrogativo che mi pongo. Ma forse una ragione la trovo, al di là dell’affetto e della mia complicità di frequentatore/produttore di linguaggi e immagini «deliberatamente oscure di significato». Sono seduto infatti adesso a un grande tavolo nel silenzio totale della campagna che circonda il mio vecchio studio, la mia precedente dimora, che dal 1998 è diventata una fondazione che porta il mio nome. Intorno a me la mia vecchia biblioteca è ora cresciuta fino a raddoppiarsi. Tra gli scaffali di questa ce ne è però uno – qui davanti – che contiene tutto quello che Emilio ha lasciato di scritti editi ma soprattutto inediti: vecchie cassette di vini gremite di foglietti, brandelli di carta strappata a libri, buste usate con indirizzi e francobolli ricoperti dalla sua grafia svelta, stenografica. Tantissimi versi da leggere, catalogare, confrontare con possibili edizioni anche qui presenti (centinaia di cataloghi di pittori, edizioni di avanguardia, fogli/manifesto ripiegati, piccole riviste scomparse). Ma anche una serie di scatole da scarpe contenenti schede con annotazioni multilingui, materiali per un progetto di un grande dizionario etimologico e – altro progetto – di un dizionario di carattere mitologico. Inoltre scatoloni colmi di cartelline, fogli sciolti o raggruppati di versi su cui – emozione e pena nel decifrarli – sono tracciati con mano tremante e non più controllata titoli fatti di incomprensibili sigle o parole che sembrano inesistenti. Nei materiali figurano testi in italiano, inglese, greco, spagnolo che si affiancano a studi e traduzioni che presupponevano la conoscenza dell’antico ebraico.

Un coacervo quindi che richiede grande lavoro di selezione e conservazione, che la Fondazione Baruchello cura sotto la guida di un comitato, costituito – insieme con il figlio di Emilio, Franco (un fisico che risiede negli Stati Uniti) – da Aldo Tagliaferri, Nanni Balestrini, Carla Subrizi, e da me. Il comitato e la fondazione ne faranno oggetto di studio per studenti o studiosi provenienti da tutto il mondo. Con la costituzione di questo «Fondo Emilio Villa» intendiamo contribuire alla conoscenza di un’impresa intellettuale che ha segnato profondamente la letteratura e l’arte del nostro paese e che ha stabilito nessi sia con le esperienze delle prime avanguardie novecentesche sia con le remote culture che si situano alle origini della storia europea.

Tagliaferri e Balestrini sono le uniche persone che possono affermare di essere state amiche di Emilio e concreti sostenitori della sua opera. Villa, infatti, ignorato dagli altri editori italiani, è stato pubblicato da Feltrinelli, auspice Balestrini, che ne era il direttore editoriale negli anni Sessanta-Settanta, e ha avuto in Tagliaferri qualcuno di più di un amico e di uno studioso. Aldo è stato infatti sempre la persona del mondo letterario più vicina a Emilio e, in particolare, nell’ultima fase della vita di questo, si è portato più da figlio che da critico. Uno dei tre presenti al funerale è stato lui, ed è stato lui, poco fa, a dirmi dei malinconici dettagli della sepoltura. Negli ultimi anni Tagliaferri ha pubblicato testi di cui si ignorava l’esistenza, come quelli sull’arte dell’uomo primordiale, e mi ha comunicato di averne trovati altri che, quando saranno resi noti, ci permetteranno di valutare meglio la straordinaria complessità dell’intero opus. Sfoglio adesso l’ultimo libro di Emilio Villa, Le 12 Sybillae, edito appunto a cura di Tagliaferri presso l’editore Michele Lombardelli. Sono poesie a cavallo tra latino e italiano, manoscritte a formare qualcosa di più di un testo, un bel documento visivo tra scrittura e grafismo pittorico, nel leggere il quale mi appaiono le antiche cadenze dell’esametro intervallate da colpi mozzi di prosodie inventate intorno ad allitterazioni di significato duplice o irriverente. Qui e là un intarsio di parole greche e più oltre quattro versi che leggo a caso e che sembrano giustificare quanto prima mi veniva in mente a proposito di onoranze funebri: Oinonque Vinumque / Ubicumque Syllabavit / Auspicia ad Edunda / In Unda Tremorum.

Ma da dove veniva questa sua scienza di scrittore e traduttore da antiche lingue? Villa (era del 1914) aveva studiato in diversi seminari lombardi e aveva proseguito gli studi di filologia semitica all’Istituto Biblico di Roma, dove si era specializzato in assiro-babilonese e in ugaritico. Questo suo sapere è stato all’origine della traduzione dell’Odissea e soprattutto di quella della Bibbia, impresa gigantesca durata tutta una vita. Come ogni traduzione delle Sacre Scritture, questa sarà certamente un giorno oggetto di dibattito e di critiche, ma costituirà un fondamentale contributo alla prosa italiana del Novecento.

Emilio, di ideali anarchici, è stato un grande indipendente che ha «rivoluzionato» la poesia attraverso una serie di pubblicazioni che, trascurate se non ignorate dai più, sono oggi considerate rarità letterarie. Uso di proposito il termine «rivoluzionario» come il più adatto a descrivere i modi e gli effetti della sua azione. Mentre tanti letterati e pittori si sono avvalsi dell’effimero sostegno delle ideologie, Villa ha seguito un suo percorso realmente innovativo. Ha precorso i tempi, ponendo in rilievo la centralità dei fattori linguistici nella faticosa ricerca di un’arte che non camminasse sui trampoli di teorie precostituite. Il suo grande interesse per l’arte contemporanea derivava dalla esperienza di lavoro in Brasile (nei primi anni Cinquanta) presso il Museu de Arte di São Paulo di cui è traccia nell’opera Attributi dell’arte odierna (1947-67). Nel dopoguerra Emilio Villa si era schierato per le nuove forme d’arte quando la sinistra ufficiale, in polemica contro gli «scarabocchi» dell’arte astratta, sosteneva il «realismo socialista». Nonostante la grande stima che sempre aveva professato per Breton, non ne seguì l’esempio ed evitò di associare il destino dell’arte al futuro del socialismo reale, così come da giovane aveva rifiutato sia il nazionalismo militarista che le argomentazioni teologiche con cui erano stati posti ostacoli alla sua libera esplorazione dei testi biblici. Oltrepassò così gli sbarramenti artificiali eretti dalla cultura istituzionale ed entrò presto in collisione con la critica d’arte ufficiale. Fu tra i primissimi a difendere non solo Burri e Fontana, di cui notoriamente fu amico, ma anche Rothko e Pollock, insieme a Rotella, Turcato, Manzoni, Schifano e altri, diventati poi i maggiori esponenti della nuova pittura. Da questo punto di vista Emilio Villa, difensore estremo della tesi secondo la quale non c’è pratica artistica che possa prescindere dall’esercizio e dalla difesa delle libertà individuali, si colloca tra le figure più rappresentative dell’intera intricata storia culturale del Novecento.

Diciamo dunque addio a lui, anche a nome di chi non ne ha letto la poesia ma la scoprirà quando a questo grande dei nostri tempi verrà resa giustizia onorandone la memoria e pubblicandone l’opera ancora inedita. La poesia non sparisce, emerge, ritorna a fiorire nella mente dell’uomo perché, per citare Emilio Villa, è come un filo d’erba che vuol crescere / sollevando il pietrame che lo pigia.

«Alias-il manifesto», 25 gennaio 2003

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