Claudio Parmiggiani

Questa mostra ((La mostra Emilio Villa poeta e scrittore (Reggio Emilia, Chiesa di San Giorgio, 23 febbraio-6 aprile 2008), il cui catalogo – curato dallo stesso Parmiggiani – si apriva con queste pagine.)) nasce dall’esigenza di riconoscere finalmente in tutta la sua importanza il grande debito che la cultura italiana ha nei confronti di Emilio Villa, il cui contributo intellettuale ha lasciato segni profondi nella poesia, nell’arte, nella letteratura del nostro Novecento e la cui vita clandestina e segretezza dell’opera non poco sono dovute al silenzio di quanti, pur conoscendolo, l’hanno ignorato.

Si è cercato di riunire la sua opera, dispersa in vita e dispersa ancora dopo la sua morte, raccogliendo i suoi libri di poesia, le sue riviste, cataloghi di mostre con suoi scritti critici, testi inediti, pubblicazioni realizzate in collaborazione con artisti e poeti, edite durante la sua vita e chiaramente da lui approvate. La mostra e la monografia che la accompagna – che si propone come primo tentativo di catalogo ragionato e occasione per una revisione critica della bibliografia di Emilio Villa – prendono in considerazione le opere fino al 1986, data a partire dalla quale Villa, colpito da una paralisi, non fu più in grado di parlare né di scrivere. Inoltre, i manoscritti di ciò che Villa considerava il centro profondo della sua ricerca, il tentativo, rimasto incompiuto, di una nuova traduzione della Bibbia. Infine, quale coro angelico, si è voluta, nella mostra, la presenza di opere significative di quegli artisti ai quali Villa dedicò una serie di saggi, alcuni rimasti memorabili, raccolti in Attributi dell’arte odierna 1947-1967 e pubblicati presso Feltrinelli nel 1970.

Altri, nelle pagine di questa monografia e con parole ben più profonde delle mie, commenteranno il significato della figura di Villa e della sua opera poetica e critica. Per parte mia, assecondando una pratica che gli era cara nel rapporto con gli artisti, cercherò di illustrarlo, nei limiti entro i quali un pittore può illustrare un poeta.

Emilio Villa è stato certamente il poeta più radicale e «il miglior fabbro» che abbia avuto l’Italia del secondo Novecento. Sperimentando in ogni direzione, mescolando lingue morte, per lui vive, con lingue vive, per lui morte, confondendo in un groviglio greco, latino, italiano, francese, inglese, spagnolo, gerghi e dialetti, Villa ha condotto la poesia all’alba di una nuova lingua.

Formatosi sui testi biblici e mesopotamici, ha saputo fondere il linguaggio del Sacro con uno sguardo dissacrante sui limiti entro i quali la cultura italiana stava rinchiusa, con una scrittura praticata con straordinaria forza innovativa, tesa a riconsacrare, sia nella poesia che nell’arte, l’assolutezza della parola.

A partire dall’immediato secondo dopoguerra, l’opera di Emilio Villa nel promuovere e portare a conoscenza dell’ambiente artistico italiano i migliori spiriti nascenti dell’arte figurativa internazionale è stata instancabile e preveggente, e fondamentale il suo contributo critico al rinnovamento in Italia nel campo delle arti visive.

In un’epoca in cui la principale preoccupazione degli scrittori si esprimeva nel costituirsi in gruppi rassicuranti e nella corsa a essere inclusi in questa o quella collana editoriale, Villa, nella solitarietà, stampava i suoi libri, i suoi testi critici, chiamava i poeti a collaborare alle sue riviste e gli artisti a contribuire con loro opere originali ai suoi testi, pubblicati in tirature limitate quando non in copia unica.

Al di fuori della solidarietà di una ristretta cerchia, confratelli di quella «Comunità di artisti dedita alla creazione e al recupero di una Diacronia dell’Immaginario» – ulteriore Utòpia pensata dallo stesso Villa – la sua esistenza randagia è scorsa nell’indifferenza e nel silenzio. A questo, da sempre, Villa ha opposto una diversa, intransigente orma di silenzio: «scrivere il silenzio a paragone della stupidità verbosa che imperversa».

Altrettanta intransigenza verso quel sistema di «pornografi tenitori della museocrazia… luogo di privilegio e di arroganza, di presunzione e di prepotenza, di furto e prevaricazione» nel quale, tenacemente, mai ha voluto riconoscersi, cercando anzi di rendere incolmabile questa distanza, creando in tutte le forme i presupposti per una impossibilità d’incontro, fino a confondere e cancellare le proprie tracce.

Come Onorio di Autun, teologo del secolo XII, che si autoqualificava solitarius, scholasticus, presbyter e che si dava cura di disperdere qualunque traccia per la ricerca della sua persona e del suo nome (nomen meum volui silentio contegi), così Emilio Villa, nel corso della sua vita fuggitiva, ha profuso non poche delle sue energie in una simile opera di occultamento e autoncellazione. Emigrazione ed Esodo.

Nelle sue pagine la lingua è criptica, labirintica, inaccessibile, allegoria, metafora e allusione senza fine. La tradizione ermetica, nell’accezione non tanto novecentesca quanto antica del termine, sembra trovare il suo estremo erede. Tratto questo fino ad ora trascurato.

Da lui raccolti sotto titoli oscuri ed enigmatici, molti suoi scritti, editi e inediti, tranne le pagine della traduzione dell’Antico Testamento, risultano di sua mano cancellati con furia iconoclasta. Nei testi critici, sovente presentazioni, sono soppressi il nome dell’artista al quale il testo è destinato, così come lo stesso proprio nome. Depennati, infine, date, indicazione di luogo e contesto nel quale lo scritto è pubblicato.

Sottratta a un obbligo e a un vincolo limitanti, liberata da una sottomissione, non più al servizio di nulla e di nessuno, non prigioniera della propria vanità né di un «tempo minore», la parola, purificata, può ritrovare la sua libertà, la sua potenza irradiante ed erompente e tendere verso il suo assoluto e il suo il limite.

Da un lato anarchica, irriverente, dall’altro solenne, oracolare. Messa a nudo, ferita, scavata nel tempo fino al suo cuore, sulla pagina senza più confini, la parola ora è materia lavica che si disperde per infiniti rivoli, ora meteora che giungendo al suo zenit si sgretola e si frantuma.

Si consuma nello sguardo la traccia luminosa del suo vano ed eroico percorso dal nulla al Nulla.
Come schegge celesti, frammenti di alfabeti bruciano cadendo.
Al «tempo minore» succede ora il Grande Tempo, nell’opera si impone il Mistero.
La poesia si rivolge all’ombra, alla propria origine.
La parola è agonia, rantolo, voragine, vox clamantis nell’immenso vuoto.
Infine silenzio, polvere, nulla.

in Emilio Villa poeta e scrittore, a cura di Claudio Parmiggiani, Mazzotta 2008

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