Gilda Policastro

C’è un posto di vacanza che sa di dismissione. Chi lo abitava non c’è, non c’è in verità nessuno. È un posto di vacanza visitato d’inverno, da un uomo solo, che non ha nome, un bagaglio leggero con sé. Non è un giallo (sebbene l’attacco sia quasi thrilling), non è un romanzo d’azione, è anzi l’antiracconto di come lo sguardo della memoria si ri-posa sulla vita di everyman esaltandone la dimensione privata, personale: quella che si coglie solo nel di poi, a distanza di molti anni, e che nel suo svolgersi effettivo sbiadiva invece nella monotonia di una serata in famiglia, le chiacchiere sui vicini, la vicinanza forzata dalla coabitazione. A differenza che nel Congedo di Caproni, dove quell’«inventare facile, nel dire agli altri» promanava da una prossimità coatta, in Giorgio Falco è l’introspezione (descrittiva: tutt’altro che facile) a dominare sull’invenzione: non accade quasi nulla, e il suo narratore non è compartecipe, non è commosso, non flirta coi ricordi, così come ai luoghi non tributa alcuna enfasi. È l’asciuttezza dello sguardo, la precisione, l’assenza di sfumature, di sbavature, l’esattezza, la sua cifra. Non una parola in eccesso, non una concessione alla retorica, al cliché, all’effusione. Quasi siano le cose a guardarci e non il contrario, come confermato dalla postilla di Sabrina Ragucci a fine testo: un testo autonomo, invero, come autonome sono le immagini che difatti andranno a esporsi in una mostra a Riccione (presso Villa Mussolini, residenza estiva del Duce – condominio, dunque, a suo modo – che dall’8 novembre all’8 dicembre si trasformerà in un padiglione di arti performative), dunque ad ambientarsi nei luoghi condominiali rovesciando il primato della scrittura e aprendo a una possibilità di attraversamento del testo non solo in un senso tradizionalmente diacronico.

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Non si tratta qui di ékfrasis, né di didascalie (del testo all’immagine, o viceversa), ma di una storia articolata in testo e immagini perfettamente compatibili per essenzialità dello sguardo, allo stesso modo in cui le cose (le case, e di esse gli angoli, i particolari zoomati o in fading) non fungono da mero sfondo o rimpallo delle nostre vite ma consistono in una loro maniera appartata e vigile, com’è ormai acquisito e perfino obbligatorio in certa poesia contemporanea (dal redivivo Ponge a Gherardo Bortolotti).

Tutti abbiamo una casa delle vacanze in cui abbiamo transitato da bambini. È un’esperienza che sarà sempre meno comune alle generazioni che crescono in questi decenni: niente più stabilità, nessun radicamento possibile, meno che mai d’estate: i luoghi ameni sono quelli dei viaggi brevi e low cost. E invece duravano mesi, quelle vacanze di noi bambini anni Settanta-Ottanta, erano un’altra vita normale, solo spostata: dalla finestra per qualche tempo non si vedeva Milano o il paese d’inverno, ma il mare. Questo primo spostamento è il motore del libro: lo sguardo di Ragucci sulle impronte nella sabbia cronologicamente dovrebbe precedere l’uomo che a sua volta, dalla spiaggia, guarda il paesaggio (presumibilmente lasciandovi tracce) e invece compaiono dopo, nella foto a venire. Le tracce, senza più la figura. Così è la memoria: un nastro assorbente, da quella prospettiva à rebours in cui le cose (e le persone) ci possono ancora parere vive, cioè stanche, nervose, sfatte, e viceversa quando lo erano, vive e (più o meno) integre, si trattava di un darsi discreto e impercettibile: rapido, dimenticabile.

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Sembrerebbe un’antiepica del tempo ritrovato, ma perché Falco e Ragucci ci portano qui? Nella Romagna della speculazione, delle villette di Sindona, delle vacanze milanesi di famiglie i cui eredi hanno case di cui disfarsi (non vale più l’ammonizione paterna di conservarsi il mattone). Dobbiamo per caso indignarci, scagliarci contro il cemento che deturpa la bellezza e magari contro il dissesto idrogeologico? Dobbiamo solidarizzare con la generazione precaria che non gode più di certezze materiali e che può solo mangiarsi il patrimonio di famiglia? Anche se i dati ci sono tutti e combaciano con quelli di uno scenario socioantropologico abusato, a muoversi nel Condominio è un io fantasma che ripercorre luoghi deserti o abitati da revenant: non a caso tra i pochi eventi ci sono il ricordo (di nuovo thrilling) dell’invasione dei pesci spiaggiati o della strage di Bologna (senza gerarchia tra i due accadimenti, e anzi con un maggior pathos per il primo, ove mai ve ne possa essere, qui, di pathos convenzionalmente adibito), la tentata visita alla necropoli etrusca e il motociclista finto che si schianta nel finale.

Morti, passato, memorie: sembra di transitare per il ponte su cui il «senza volto» chiede all’io sereniano se la sua scelta ideologica si sia compiuta. Quella di Falco sì; ed è l’io in sottrazione, che non vuole sparire (meno che mai in via definitiva, dandosi una morte che prolungherebbe il nulla in maniera «spaventosa»), ma sperimentare una forma di vita in cui le azioni le parole e i contatti siano minimi: il gesto di tendere i soldi alla cassiera, la richiesta fugace di un’informazione a un ciclista. A questo si riduce il consorzio umano, e non in un contesto di emergenza apocalittica come nel postumano (tipo La strada di McCarthy) ma in un’etica della rastremazione, che vale per i rapporti come per le parole (e le immagini). E anche le sentenze gnomiche, quelle che ci annotiamo, dai libri, per ripeterle in conversazione, sono centellinate: tre o quattro. Poco da consegnare a Wikiquote, molto alla letteratura.

Dall’8 novembre all’8 dicembre saranno esposte a Villa Mussolini, a Riccione, trenta delle immagini di Sabrina Ragucci che, già incluse nella sezione Monditalia della Biennale Architettura, fanno ora parte integrante di Condominio Oltremare, il nuovo libro pubblicato insieme a Giorgio Falco (una cui prima porzione venne presentata sul primo numero di alfalibri, nel maggio 2011). La mostra si tiene nell’ambito della ventiduesima edizione del Riccione TTV Festival: emanazione multimediale di Riccione Teatro che dal 6 al 10 novembre è dedicata a Performing arts on screen, con ospiti d’onore Mario Martone e Peter Greenaway, i cui ultimi film verranno presentati al Cinepalace. Lo spazio di Villa Mussolini (a partire dal 1934 residenza estiva di Rachele Mussolini, e ora spazio di documentazione sull’attività turistica della Riviera romagnola), ribattezzato per l’occasione Padiglione TTV, viene invece coinvolto per la prima volta nelle attività del festival. Oltre a ospitare la mostra di Ragucci, vi verrà proiettato Ricordi per i moderni di Yuri Ancarani (del quale si ricorda l’impressionante Da Vinci, esposto alla Biennale Arte dell’anno scorso), che sabato 8 novembre parteciperà a una discussione insieme a Falco, Ragucci e ad Andrea Cortellessa; a seguire, alle 21, nello stesso spazio andrà in scena una mise en espace della Gemella H, il precedente romanzo di Falco, realizzata da Carla Chiarelli. Qui il programma completo della manifestazione.

Giorgio Falco - Sabrina Ragucci
Condominio Oltremare
fuoriformato L’orma, 2014, 166 pp.
€ 19.00

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Una Risposta a Vita in sottrazione

  1. Horacio Zabala ha detto:

    Ludwig Mies van der Rohe: Less is more.
    Horacio Zabala: Less is a lot more, a lot better.

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