Alessia Cervini

Dieci anni bastano per acquisire, nei confronti di un oggetto scabroso, la distanza utile a farne, al di là dello scandalo, il focus di un discorso filosofico? Dieci sono gli anni trascorsi dalla prima pubblicazione delle fotografie scattate, all’interno del carcere di Abu Ghraib, dai quei soldati americani che si ritrassero nei panni di aguzzini di detenuti sottoposti a ogni sorta di tortura, esibiti come trofei nelle mani dei conquistatori. Foto che hanno fatto il giro del mondo e che per certi versi non possono che continuare a scandalizzare, perché sono l’indice «della nostra ordinaria e banale brutalità», «della catastrofe che abitualmente abitiamo».

Parole queste di Pierandrea Amato: il cui lavoro ha il merito di sottrarre quelle immagini all’orizzonte sensazionalistico dello scandalo, che procura uno shock ma non dà spazio a una riflessione critica. Si può decidere di chiudere gli occhi di fronte a tanto orrore, o invece tentare di comprenderlo: giustificarlo no, ma capirne le ragioni. Tentativo questo che corrisponde alla necessità, quando è con delle immagini che si ha a che fare, di renderle «leggibili»; di sottrarle al silenzio per restituirle a un discorso che richiede una distanza dall’evento che testimoniano.

Ed è da qui che prende avvio il libro di Pierandrea Amato: da una torsione di sguardo che è la molla per cominciare a discutere delle foto di Abu Ghraib. Cosa c’è da guardare in quelle foto? Per certi versi nulla, se esse sono davvero l’espressione di un’ordinaria brutalità. Si potrebbe addirittura dire che per questo scopo siano state scattate: «testimoniare che non sta succedendo nulla di veramente grave e memorabile», «guarda» – dicono quelle foto – «è una situazione come un’altra; vedi non c’è nulla da vedere». Eppure qualcosa stava accadendo, ed è ciò che si è visto (che tutto il mondo, compresa la giustizia americana, ha visto) nelle immagini di Abu Ghraib: violenze e torture compiute ai danni di detenuti inermi da soldati, tutti successivamente condannati per i loro gesti.

Ma c’è dell’altro da guardare, «l’espressione vitrea e sorridente che il carnefice lancia verso la macchina digitale». Quel sorriso diventa per Amato il punctum di tutte le fotografie scattate nel carcere di Abu Ghraib, l’elemento che dieci anni dopo essere state realizzate non cessa di pungere e sollecitare lo sguardo. Dieci anni dopo, gli atti documentati dalle immagini sono passati per l’ordine giudiziario: consegnati a un ordine del discorso, ormai pressoché rappacificato, che Roland Barthes avrebbe potuto definire, di contro, studium.

Se tutto si limitasse a questo potremmo archiviare le foto di Abu Ghraib, consegnarle alla storia di una guerra e dei suoi orrori. E invece quel sorriso continua a pungere e a porre al filosofo domande che finiscono per superare le pareti di un carcere e interessare l’intera cultura occidentale; o almeno una parte importante della sua storia, quella che comincia alla fine dell’Ottocento e incrocia eventi come la nascita della fotografia e delle avanguardie artistiche. Ed ecco la tesi (una delle tesi) del volume di Pierandrea Amato, che merita di essere discussa: «nelle immagini di Abu Ghraib si materializza il lato oscuro che nutre l’intenzione di liberare l’arte dall’autorità dell’opera d’arte», «l’esito imprevisto di una rivoluzione iniziata in America circa mezzo secolo fa: la non-arte come forma d’arte». Da quel momento in poi, al valore dell’opera si sarebbe sostituito infatti il valore della performance che «rischia di saldare definitivamente la produzione d’immagini con il modo di funzionamento spettacolare e informale del potere contemporaneo».

È ciò che accade nelle foto scattate ad Abu Ghraib che non hanno più nulla della testimonianza rubata all’orrore delle foto scattate ad Auschwitz, di cui fra gli altri Georges Didi-Huberman ha mirabilmente scritto. Qui l’orrore è messo in scena, rappresentato in una vera e propria performance che, se da una parte spettacolarizza, dall’altra normalizza la violenza. Come è accaduto tutto ciò? Le risposte possono essere moltissime. Quello che le foto di Abu Ghraib mostrano con ogni evidenza è una certa familiarità con l’uso delle immagini nella loro declinazione spettacolare, anche quando non fanno che immortalare scene di ordinaria e quotidiana crudeltà. In questo senso, esse rappresentano il punto più avanzato di un processo che, lungo tutto il corso del Novecento, ha progressivamente sottratto le immagini al dominio dell’arte per consegnarle all’ordine del comune. Operazioni come quelle di Susan Crile, ricordate da Amato in chiusura del suo volume sono, per il fatto stesso di tentare di riconsegnare all’arte le immagini di Abu Ghraib, segnali di attiva resistenza al dominio incondizionato dello spettacolo.

Ma è la familiarità che gli autori di queste stesse fotografie dimostrano di avere con lo strumento che ne consente la produzione (macchine digitali che hanno, negli ultimi anni, reso ancor più quotidiano il gesto fotografico) a porre la domanda più radicale: quella che non smette di interrogare il nesso fra tecnica, immagini e potere: un nesso che nella prima metà nel Novecento ha interessato soprattutto i regimi dittatoriali e ora (se abilmente messo a fuoco, come fa Pierandrea Amato) può divenire uno strumento per investigare il funzionamento scricchiolante delle democrazie occidentali.

Pierandrea Amato
In posa. Abu Ghraib 10 anni dopo
Cronopio, 2014, 74 pp.
€ 8,00

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